“Una volta c’erano gli sponsor delle sigarette, poi siamo passati all’alcool” dice Toto Wolff. Forse il motivo è che la gente fuma meno e beve di più, questioni di marketing e/o di scelte che insistono su uno degli aspetti cruciali della F1 moderna, ovvero l’importanza dell’immagine. Che la Formula Uno abbia invertito o stia invertendo naturalmente le proprie tendenze ormai è un dato di fatto. Tifare un team ormai ha più volte perso il significato che avrebbe avuto fino a poco tempo fa, quando davanti al televisore ci stava solo un certo tipo di fan, tra gli occasionali che sintonizzavano (o sintonizzano) solo allo start e alla bandiera a scacchi e chi invece tiene duro anche per due ore di fila.

Tuttavia, chi ha naso avrà capito che la disciplina regina su ruote scoperte è qualcosa di più che un semplice tempio della velocità. L’evoluzione della F1 è figlia del progresso fatto in campo automobilistico, e per il ruolo che in teoria si propone di avere a livello mediatico vuole essere addirittura d’esempio, o fare da capostipite dell’innovazione nel settore. Motori ibridi, nuove mescole, stop al rifornimento carburante durante una gara (nonché addirittura il distaccamento dell’appendice Formula E, dedita ai soli motori elettrici), sono tutti aspetti che una realtà di questo calibro non ha potuto non tenere in considerazione.

Ebbene, seppure 9 volte su 10 ci tocca tirare sassate sull’amministrazione che regge questo sport (sorprendentemente incapace di valorizzarne i punti di forza), c’è qualcosa che bolle nello spirito del Circus che soltanto da poco ha cominciato a prendere piede.

Tra i tanti sport, forse l’automobilismo classico (che è proprio il concetto chiave da cui fu plasmata la F1 negli anni ’50) si annovera ancora nelle discipline tra le più tradizionali e specializzate. Insomma, eccitarsi davanti a un pallone che rotola in rete forse è stato più semplice (mediamente) che provare emozione davanti ad un sorpasso al limite. Questo, forse, perché il giovedì a calcetto ci abbiamo giocato tutti un giorno nella vita, mentre altro discorso vale per un giro su un kart o su una vettura da competizione. In soldoni, non sempre sappiamo cosa significa. E avremmo continuato a non saperlo finché un qualcuno non avesse cosparso le auto di occhietti vari (piccole telecamere on board ad alta risoluzione e da qualsiasi angolazione tu voglia) che ci hanno permesso di avere molta più confidenza con uno sport che nella media non rientra tra quelli che puoi fare la sera con gli amici (le strade del paese non valgono).

In questo contesto si cala quella che a oggi è una vera e propria rivoluzione che sta interessando il mondo della Formula Uno. Complice la nuova gestione e la tanto rinomata ‘americanizzazione‘ del format, è da un anno circa che la F1 ha letteralmente invaso ogni tipo di piattaforma social. Da Facebook a Twitter, sfruttando i tool di Instagram e la partnership con Snapchat, il contenuto multimediale disponibile nell’arco di un solo anno ha migliorato nettamente i risultati delle passate stagioni.

Le visualizzazioni video aumentano del 283 percento, mentre c’è stato un aumento del 1090 percento per i minuti visitati. Il numero di follower di Formula 1 ha superato i 10 milioni, con un aumento complessivo del 56% rispetto alla fine del 2016. Particolarmente significativa è la crescita degli abbonati a YouTube (+178%) e Instagram (+104%).

Non facciamocene un dramma qualora vi foste accorti che non è così tanto difficile capire quale sia il potenziale mediatico e social che ha la F1. Un quattro volte campione del mondo come Lewis Hamilton ha fatto di se stesso e della sua immagine il contributo principale che ha fornito a questo sport nell’ultimo anno. Al di là delle vittorie, al di là del mondiale, Lewis Hamilton è un uomo chiave del web. Onnipresente è a dir poco per uno che dalla Nasa passa a un Gran Galà, e nel frattempo inneggia allo stile vegan e provoca il presidente degli Stati Uniti inserendosi anche nelle questioni politiche. E lo ha fatto lanciando personalmente un esempio e ispirando il Circus a fare lo stesso.

Fino a poco tempo fa il solo modo che aveva la F1 di entrare nelle case delle persone era la TV. Oggi, invece, la televisione rischia un ruolo più che a margine del tutto, con gli smartphone e i social network che adempiono al compito di portare questo sport tra i meno appassionati. Al di là della pirateria e dello streaming audace, un giorno sarà Facebook a trasmettere le gare e Instagram a guidarci direttamente nei box, sui podi, tra le mani dei piloti che si scattano un selfie sui loro social.

La potenza che ha Internet di avvicinare con i pretesti più strani anche chi della F1 non sarebbe capace di arrivare nemmeno al primo pit stop in una gara, è più che incanalata sui binari giusti. Ovviamente il ricambio generazionale tra i piloti favorirà ancora di più questa tendenza, e purtroppo saranno sempre meno i Kimi e sempre più i Lewis (anche se non vincono). Forse basterebbe distribuire in griglia tutto il carisma e  la presenza mediatica di Hamilton che già le cose sarebbero mediamente migliori.

Credo che il futuro della F.1 siano Internet – il parere di Toto Wolff – i grandi motori di ricerca, i social network, hanno soldi e pubblico sufficiente per darci quello che cerchiamo. Il rischio di una bolla economica, ovvero che i soldi siano solo virtuali? Non credo, Google o Facebook hanno bilanci notevoli e consolidati, la cosa più importante è rendere appetibile il nostro sport e renderlo vendibile, è questa la sfida. E penso anche all’e-commerce, ci sono giganti che stanno crescendo nelle vendite globali, la F.1 è uno sport globale e quindi le due cose devono e possono abbinarsi“.

 

Nicola Puca

Fonte immagine in evidenza: autoweek

 

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