camorra social

In un contesto criminale profondamente diverso da quello caratterizzato dagli storici clan della camorra della città di Napoli, come testimoniato anche dai dati forniti dal rapporto annuale del Viminale alle camere sullo stato della criminalità organizzata in Italia, assistiamo già da qualche anno all’ascesa di gruppi malavitosi composti per lo più da giovanissimi: le cosiddette “paranze dei bambini”. I social e i nuovi media forniscono degli elementi di valutazione fondamentali sul piano del linguaggio. E il linguaggio, è bene ribadirlo, non è mai neutrale ma traduce i valori che si vanno affermando nella società.

Per cui è necessario tenere alta l’attenzione sulla diffusione dei linguaggi criminali, prima che, in maniera inconsapevole, non ci abituiamo ad accettare quei disvalori che quel lessico e quei comportamenti si trascinano dietro. «Proprio per questo motivo, considerando l’importanza che i nuovi media e i social hanno assunto nella comunicazione e nella vita quotidiana di ciascuno di noi (soprattutto tra i giovani), abbiamo provato a capire come le nuove leve si approccino all’uso dei social, alle serie televisive e come tutto ciò abbia una grossa influenza sul linguaggio comune. Ne abbiamo parlato con Gigi Di Fiore, scrittore e giornalista de “Il Mattino”, esperto di camorra e autore di diversi libri che analizzano l’evoluzione del fenomeno criminale camorristico.

Dottor Di Fiore, come si approcciano le nuove leve della camorra ai nuovi media e ai social network?

«Questo è un tema che riscuote grande interesse non solo sul piano giornalistico ma anche sul piano accademico. Ad esempio, il Prof. Marcello Ravveduto, docente in Public and digital history all’Università di Salerno, sta conducendo degli studi sull’utilizzo dei social network in ambienti coinvolti nella criminalizzata organizzata o border line. L’uso dei social è divenuto una manifestazione della cultura pop e, dunque, è molto diffuso anche tra le giovani leve del crimine organizzato, tanto è vero che le ricerche su Facebook rappresentano un canale di indagine sempre più importante per la polizia postale. Vari sono stati gli arresti effettuati a seguito di foto postate sui social. Del resto, se prima la camorra manifestava il suo controllo attraverso l’ostentazione di ricchezza, ora anche i social contribuiscono ad affermare il proprio potere criminale e il proprio status sociale. Emerge inoltre un altro aspetto fondamentale: i social, lungi dall’essere un luogo di apertura, divengono un ulteriore strumento di chiusura ed emarginazione per chi appartiene ai circuiti criminali o ne condivide lo stesso contesto culturale e sociale. Questi soggetti, infatti, dialogano quasi esclusivamente tra di loro, con scambio di messaggi molto interno al contesto di appartenenza e con interazione quasi nulla con mondi esterni alla camorra. Soprattutto con riguardo alla metropoli napoletana, non si riscontra un allargamento di visuali incentivato dall’uso dei social quanto, piuttosto, una tendenza a chiudersi ancora di più. La comunicazione avviene attraverso slang molto settari, in un vero e proprio recinto in cui vengono selezionati gli interlocutori».

(Del resto, guardando i dati sugli algoritmi dei social, è chiaro che in tutti i contesti si finisce per dialogare solo ed esclusivamente con i propri “simili”, in un circuito in cui si finisce solo per trovare conferma delle proprie convinzioni).

E il fenomeno fiction?

«Sul fenomeno delle fiction il discorso è più articolato. Quando i produttori di Gomorra affermano di aver inventato un nuovo linguaggio, dicono la verità solo in parte. In realtà, sul piano linguistico, non hanno inventato nulla. Termini come “gruppi di fuoco” risalgono già alla camorra cutoliana e la parola “sistema” appartiene al lessico camorristico già a partire dall’Alleanza di Secondigliano degli anni ’90. È invece vero che la fiction rappresenta un enorme canale di diffusione di quel linguaggio. Possiamo dire che fiction e realtà criminale sono vasi comunicanti. La realtà fornisce termini già esistenti al linguaggio della fiction e quest’ultima, a sua volta, finisce per influenzare il linguaggio criminale».

Un’ultima domanda: che effetto ha la diffusione degli slang camorristici su quella parte di società che non appartiene a circuiti criminali?

«La diffusione di questi linguaggi anche presso la medio – alta borghesia non provoca certamente l’adesione ai circuiti criminali ma livella verso il basso l’asticella dell’accettazione etica del fenomeno camorra. Possiamo dire che aumenta il giustificazionismo e l’accettazione delle dinamiche criminali anche presso quegli strati sociali e culturali che, un tempo, avrebbero manifestato la propria distanza da certi contesti culturali malavitosi in maniera più netta».

Mario Sica

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Nasce a Napoli nel 1988. Dopo aver trascorso i primi dodici anni di vita nella provincia nord di Napoli, a Villaricca, si trasferisce a Soccavo, quartiere di origine dei propri genitori. Durante gli studi classici, matura e coltiva la passione per il giornalismo e la scrittura creativa ed inizia una lunga militanza nei movimenti anticamorra e nei comitati territoriali della città di Napoli. Nel 2017, a “soli” 28 anni, consegue la laurea in giurisprudenza presso la Federico II. “Malato” di calcio e tifosissimo del Napoli, negli ultimi anni si appassiona alla boxe. Appassionato di lettura, in particolare classici e saggi storici, per sensibilità politica ha approfondito le sue conoscenze storiche dei movimenti di lotta del Novecento e del lungo processo di emancipazione del Sud America dal colonialismo ad oggi. Ha provato ad imparare a suonare la chitarra durante l’adolescenza ma, appurato di essere impedito, ha deciso di limitarsi all’ascolto di musica, in particolare De Andrè, Brassens, Pino Daniele e tutto il neapolitan power degli anni ’70 e ’80. Coltiva l’illusione, in un Paese che legge sempre meno e peggio, di poter trasformare la sua passione per la scrittura ed il giornalismo in un mestiere retribuito.

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