Il Deal Sunny, che effettua statistica riguardante i Social, ci dice che nel il 2016 abbiamo inviato 316 milioni di messaggi tramite Whatsapp e cliccato 26 milioni di like; il Search Engine Journal conta 400 milioni di utenti Instagram, 1 milione e mezzo Facebook, 316 milioni Twitter. In un minuto condividiamo 216302 foto su Facebook e 400 ore di video su Youtube. Ma cosa spinge un numero così grande di persone ad entrare a far parte di questa popolazione social? A trovare una risposta sono le neuroscienze che parlano di una corrispondenza tra il nostro cervello ed i social.

Al di sotto dei 500 amici o follower non sei degno di nota, se non ottieni 100 like ad ogni post sei insulso e se non guarda le tue storie Instagram, non gli piaci. Quanto i social sono parte di noi? Cosa porta il nostro dito su post, like e stories? Troppo semplice parlare solo di omologazione o moda.

A decidere per noi è il sistema arousal, il sistema di attivazione neurovegetativa dell’organismo che risponde a cambiamenti psicofisici dell’individuo. Questa attivazione genera risposte nel sistema nervoso autonomo e nel sistema endocrino. Le suddette risposte, come l’aumento o diminuzione di frequenza cardiaca, la sudorazione, il cortisolo e la pressione, sono tutte quantificabili. Dal punto di vista psicologico, abbiamo risposte esercitate dall’aurousal sulla memoria, sull’attenzione, sull’espressione delle emozioni e sulla volontà decisionale. L’aumento dello stato di attivazione permette all’uomo di perseguire i suoi bisogni e rispondere a situazioni di pericolo. Tornando all’associazione aurousal e social, potremmo pensare che “postare” foto o mettere like risponda ad un bisogno, come quello di esternare emozioni a perfetti sconosciuti da dietro uno schermo per reagire ad una determinata situazione.

Sono stati due gli esperimenti condotti a conferma di questa associazione dallo studioso Berger, autore di un nuovo studio pubblicato sulla Psychological Science, una rivista di scienza psicologica. La domanda posta era come la condivisione di storie o informazioni potesse essere guidata in parte dall’eccitazione. La ricerca ha dimostrato che in persone fisiologicamente eccitate, a causa di stimoli emotivi o di altro, viene attivato il sistema nervoso autonomo, aumentando quindi la trasmissione sociale.

In poche parole, evocare certe emozioni può aumentare la possibilità che un messaggio venga condiviso. In un primo studio, focalizzato su emozioni specifiche, 93 studenti hanno completato due esperimenti «non collegati l’uno con l’altro» (così è stato da loro dichiarato). Nel primo, i soggetti hanno guardato video ansiogeni o divertenti (ad alto livello di arousal) e altri che evocavano tristezza o soddisfazione (a basso livello di arousal). Nel secondo, invece, ai soggetti è stato mostrato un articolo e un video emotivamente neutri e poi è stato chiesto loro se sentissero la spinta a condividerlo con amici e parenti.

I risultati hanno mostrato che i soggetti che hanno provato le emozioni ad alto arousal erano significativamente più inclini a condividere con gli altri.

In un secondo approccio, focalizzato sul meccanismo dell’arousal in generale, 40 studenti hanno completato due esperimenti apparentemente non collegati l’uno con l’altro. Nel primo, ad alcuni è stato chiesto di rimanere seduti immobili per circa un minuto e ad altri è stato chiesto di “correre sul posto” per un minuto (un noto task per aumentare l’arousal). Dopo questo compito, è stato chiesto ai soggetti di leggere un articolo neutro online, dicendo loro che avrebbero potuto inoltrare il link dell’articolo via e-mail a chiunque avessero voluto.

I soggetti che avevano corso sul posto (e che quindi presentavano un livello più alto di arousal) erano i più propensi a inviare l’articolo via mail ad amici e parenti rispetto ai soggetti che rimasti seduti ed immobili per un minuto.

Questo è il principio scientifico che spinge un soggetto, che vive situazioni soprattutto di ansia e rabbia, a condividere momenti della sua vita tramite foto, video o altro con piattaforme social. In un mondo parallelo, di persone virtuali e spesso sconosciute, è piú semplice esternare determinate emozioni, una vera e propria liberazione. È una consolazione, magari, trovare qualcuno che, allo stesso modo, abbia passato una giornataccia o sia nel bel mezzo di un periodaccio; è confortante trovare qualcuno che condivida non solo un certo post ma anche gli stessi sentimenti. È quasi un effetto placebo, ad ogni male, ricevere tanti like. Grazie all’aurosal, quindi, é il nostro cervello il piú grande utente Facebook, Instagram, Twitter, Whatsapp.

Ecco quanto accade in una mente sana. Sarà altrettanto interessante scoprire, nel prossimo articolo, ciò che succede nella mente di un soggetto con disturbi di personalità. Questi i nuovi interrogativi: puó un post divenire una ricerca disperata di aiuto e ascolto? Puó una spunta blu di whatsapp diventare un’arma?

Restate sintonizzati.

Valentina Di Fonzo

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Valentina Di Fonzo, laureanda in Psicologia all’università degli studi di L’Aquila. Appassionata di Psicologia Clinica e Dinamica, seguace di Jung. Ho sperimentato sulla mia pelle quanto sia fondamentale per ognuno di noi la conoscenza profonda di se stessi,tramite l’analisi, per poter relazionarsi meglio con la vita ed il mondo e mossa dall’empatia sto per concludere questa prima parte del percorso di studi. Gestisco un bar da ormai 3 anni nella mia città distrutta e martoriata dal sisma del 2009 e,con la grande fiducia di vederla rinascere, ho investito proprio quì. Mi piace passeggiare per le nostre magnifiche montagne e amo il freddo pungente della mattina presto;aspetto ogni anno,con la stessa ansia,la prima neve.

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