Un altro campionato se n’è andato, a ridosso di un freddo pomeriggio di novembre e con un gran premio che ormai poco aveva da raccontare se non di piccole sfide ed emozioni.

Emozioni che vanno dall’ultimo gran premio di Felipe Massa in F1 (dove riesce incredibilmente a portare la Williams a zona punti, con Stroll in ultima posizione) alle meno sentite soddisfazioni in Renault per aver conquistato il sesto posto nella classifica costruttori (non poca cosa per i proventi che fruttano).

Forse un altro brivido ha percorso la schiena di molti nostalgici della F1 che fu al dispiegamento del nuovo logo. È rosso (lo vedete in figura) ed è stato proiettato al termine della gara insieme alla sigla che dal 2018 dovrà sostituirsi nelle nostre teste alla nenia della FOM che ascoltiamo da anni.  Un altro punto di rottura col passato: la F1 che fa il restyling.

Un mondiale che ha raccontato una storia per molti aspetti diversa dalle ultime a cui siamo stati abituati ad assistere, che però si è conclusa nello stesso modo delle tante che da almeno un decennio ci troviamo a commentare.

Chiaramente, la prospettiva di queste parole la conoscete ed è la stessa di molti che ci leggono. Questa stagione verrà a mala pena dimenticata e, anzi, a guardarla meglio è la prima dell’era power unit a non essere stata dominata interamente dalla Mercedes.

Un risultato importante che in Ferrari non bisogna sottovalutare, anzi, da cui ripartire. Buona parte del mondiale, infatti, ha dimostrato che il lavoro che Ferrari ha fatto per mettersi al passo di Mercedes la aveva addirittura proiettata oltre il team tedesco. Non dimentichiamoci cosa sia stato questo campionato fino a Monza: forse tra i più belli degli ultimi anni dati i colori diversi dei piloti che lottavano per l’iride.

Un mondiale fatto di episodi e deciso dai momenti, composto da due grosse scene. In prima battuta le gioie di Sebastian Vettel, la partenza a razzo, podi e vittorie, addirittura pole position (che restano ancora un grande scoglio per ogni team che non si chiami Mercedes). A Maranello l’SF70H nasceva dalle ceneri di un mondiale che, con Hamilton e Rosberg che se le suonavano, aveva perso appeal per la Ferrari già da un pezzo e le aveva dato il tempo necessario per chiudere un gap quasi eccessivo.

Ed ecco che arrivano i pugni al tavolo di Toto Wolff e soprattutto le doppiette in rosso a Monaco e in Ungheria, complice anche la presenza di Kimi Raikkonen che poche volte ha fatto la differenza come seconda guida. Quasi scontato supporre che il prossimo sarà l’anno del congedo (fare spazio a gente del calibro di Leclerc o Giovinazzi sarà un obbligo); intanto ha silenziosamente preannunciato di “voler lottare per il titolo”, mentre da casa in molti continuano a dargli del bollito. Esagerazioni da un lato e dall’altro, forse.

Scelte, la Ferrari ha scelto di promuovere la continuità e che i suoi figliol prodighi non sono ancora pronti per il grande salto. Forse girare nel box di una rossa non è cosa semplice e Raikkonen ha l’indiscutibile talento di essere un vero professionista. In Ferrari circola una strana atmosfera, fatta di pressioni e aspettative che molte volte ci si autoinduce. A partire da Marchionne e per finire con lo stesso Sebastian Vettel.

E qui parte la seconda frazione del mondiale. Da Monza in poi il vuoto, la storia di Singapore e il cameo di Max Verstappen (un campione che più volte ha interferito con i momenti importanti per la Ferrari), verso quello che ormai è noto come trittico rosso. Storia che conoscete e che ha visto consumarsi le speranze di Vettel nell’arco di pochi giorni. Sono fatti che hanno ucciso una competizione, o che semplicemente ne hanno causato l’epilogo. A distanza di mesi lo scotto da pagare resta elevato (ad Abu Dhabi sarebbe potuto essere tutto meno noioso sapendo che c’era in gioco un mondiale), e gli interrogativi su colpe e responsabilità sono stati evasi. 

Quel che chiude questo mondiale, tuttavia, sono considerazioni di ben più ampio respiro sulla posizione della Ferrari, di Sebastian Vettel e di tutto ciò che gravita intorno a Maranello. Dall’anno prossimo in pista si affronteranno due quattro volte campioni del mondo (ognuno con i propri meriti e demeriti) e in buona sostanza sarà la stessa cosa che la ‘bella’ a biliardino. Palla al centro e ci si gioca un primato.

I numeri di Lewis Hamilton lo hanno lanciato nella ristretta lista dei piloti più forti di tutti i tempi (per dirne una, ha agganciato e superato Senna per numero di pole position in carriera); tuttavia, the Hammer ha anche di detrattori che su questi numeri hanno imbarcato vari ragionamenti e che descrivono l’inglese troppo incline a condizionamenti esterni, tant’è che tutte le volte che non è stato prima guida ha trapelato delle difficoltà.

Poche cose, però, se rapportate a ciò che Lewis Hamilton rappresenta oggigiorno, ovvero una specie di appendice per la F1, che ormai è sempre più un brand (ne parlavamo a proposito di social). Grande pilota ma ancor più celebrità. Dall’altra parte Sebastian Vettel, umile e riservato, poco avvezzo a fare il pilota anche ai microfoni dei giornalisti e restio a punzecchiare i colleghi più che se stesso. Fortemente autocritico tanto da farne una debolezza che quest’anno gli ha causato problemi, specie quando militi in un team dove la pressione è tanta e basta un attimo per perdere di vista i propri obiettivi. Un limite contro cui lo stesso Vettel ha dovuto lottare, e che è stato tra gli artefici delle tante sfortune. D’altronde, per battere la perfezione non ti basta emularla, bensì oltrepassarla. Ed essere più forte della sfortuna, sordo davanti alle provocazioni (Baku) e impeccabile nei momenti delicati (Singapore).

Si chiude così un mondiale che avrebbe dovuto dirci altro, che chi lo ha cercato è finito per perderlo con le sue stesse mani (insieme a quella grossa e invisibile della fortuna). Intanto, all’orizzonte una nuova opportunità per ribaltare sul piano sportivo il torpore della F1, e perché no, anche per ritornare a cantare l’inno di Mameli sul podio.

 

Nicola Puca

Fonte immagine in evidenza: alganews.it

 

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