Islam protesta contro terrorismo

L’Islam in una nube di incomprensioni, l’Italia in una nube di pregiudizi e c’è chi specula e mina il dialogo tra Occidente e Medio Oriente.

L’Islam è contrassegnato da un sentimento di tendenza nell’attuale società battezzato islamofobia, ovvero “la forte avversione, dettata da ragioni pregiudiziali, verso la cultura e la religione islamica(Treccani). Ciò che incute paura è la diversità, lo sconvolgimento, il confronto e la messa in discussione del tradizionalismo nazionalista monotono e aberrante nel momento in cui, chiuso in se stesso, ristagna. Ma la paura dello sconvolgimento della tradizione condusse Giordano Bruno sul rogo, Galileo Galilei all’abiura e Gesù Cristo sulla croce, quella paura che oggi conduce all’assimilazione passiva della disinformazione e in questo caso a giudizi precipitosi sull’Islam.

I dati dell’ Eurobarometer confermano l’incremento delle discriminazioni religiose: a chi spetterebbe il compito di moderare tali dati se non agli europarlamentari o ai politici? Tuttavia, nel Parlamento europeo siedono rappresentanze come Matteo Salvini il quale, dichiarando che «l’Islam è incompatibile con le nostre libertà e i nostri diritti » si schiera contro la convivenza multiculturale.

Visitando i luoghi di culto islamici la distinzione tra Islam e islamismo, rispettivamente ideale e ideologismo, è così nitida: il terrorismo non s’incuba nelle moschee, vale a dire luoghi d’arte per i non religiosi, luoghi di culto fondamentali per i credenti, in cui l’unico interesse è la preghiera e la contemplazione. Di natura differente risultano gli interessi sottesi al terrorismo, da cui l’Islam si dissocia. Dunque la presenza di moschee in Italia è non solo un diritto ma uno strumento di lotta per contrastare il terrorismo: secondo la Costituzione (art. 7-8) ogni comunità religiosa, in uno Stato laico e aconfessionale come l’Italia, deve veder riconosciuti i propri diritti, compreso il diritto di pregare nell’opportuna sede.

Tra talk show e notizie varie sui social si potrebbe avere l’impressione che, negli ultimi anni, la Dawa (opera di proselitismo praticata dai musulmani) abbia dato i suoi frutti e che l’islamismo abbia avuto un incremento di fedeli. In realtà i dati del Dossier elaborato IDOS  rilevano che la presenza di musulmani in Italia è pari al 3% dei residenti, una percentuale stabile dal 1996. Nessun esodo: i musulmani restano una minoranza. L’unico incremento riguarda la diffidenza nei confronti dell’Islam, diffidenza che nasce nell’opinione pubblica quando si confonde l’Islam con il terrorismo: due facce di due medaglie completamente diverse.

C’è, poi, chi teme che i flussi migratori possano contaminare la cultura, l’identità e la tradizione italiana: la stessa identità che si ridesta solo in occasione di partite calcistiche, la stessa cultura linguistica intrisa di terminologie anglo-americane, o forse la tradizione italiana che festeggia Halloween con grande entusiasmo. Ebbene, contrariamente a ciò che si può pensare, è l’assenza di una forte identità italiana che rende vulnerabili, la vulnerabilità conduce all’ansia per il diverso, tutto sfocia nell’odio a discapito del multiculturalismo e a vantaggio di chi cavalca l’onda della rabbia per assicurarsi qualche voto in più nelle cabine elettorali.

Il manifesto programmatico dei partiti e movimenti nazionalisti, sintetizzabile nella locuzione “Prima gli italiani!”, un po’ naif, un po’ pedestre, è tornato alla ribalta con la ripresa del dibattito circa l’approvazione al Senato della legge sullo ius soli: se venisse approvata al Senato, tale legge aumenterebbe i requisiti per ottenere la cittadinanza italiana (dallo ius sanguinis allo ius soli), ma il maggior sostenitore di tale disegno di legge, ovvero il PD, sta riformulando la propria linea e gradualmente la legge sullo ius soli sta scomparendo dal dibattito politico. L’integrazione è rinfacciata agli immigrati come un obbligo, ma come ci può essere integrazione senza una partecipazione bilaterale?

Belpietro intitola il suo libro “Islamofollia“, ma l’unica follia è la chiusura mentale, la follia è confondere l’ Islam con il terrorismo: esiste il terrorismo psicologico i cui artefici sono, tout court, coloro che giudicano senza conoscere.

Muovendo da un’altra prospettiva, l’Islam è un tripudio di arte, fascino e devozione. L’Islam non pretende dagli uomini più virtù di quante ne abbiano: lato spirituale e lato materiale s’intrecciano in una Sharia non così sacrificante come immaginiamo.

Il luogo di culto per i musulmani è la moschea, la più grande d’Europa si trova a Roma. La Grande Moschea, situata nel quartiere Parioli, è un edificio maestoso che offre numerosi servizi: oltre la moschea vi è una scuola per musulmani, offre corsi di lingua araba e una biblioteca contenente oltre 40.000 volumi di testi sacri e storici. La moschea è accessibile a tutti e, in barba alla chiusura, la disponibilità che si riscontra è disarmante, altro fattore disarmante è la bellezza dello stile architettonico islamico: le decorazioni non riproducono le sembianze di Allah o del Suo Profeta, ma mosaici, tappeti e mezzelune trasportano immediatamente nella magia dell’Oriente.

Grande Moschea di Roma

Altro Centro islamico attivo nella direzione del dialogo con l’Occidente è il Centro Mariam di Milano, con una forte presenza di fedeli egiziani e non solo, che con iniziative pubbliche e cene solidali favorisce l’integrazione e l’appianamento dei problemi: problemi che possono essere chiariti solo cercando un confronto negli appositi luoghi, mancando una rappresentanza islamica statale (come il Papa per i cattolici) che abbia l’opportunità di chiarire gli inconvenienti pubblicamente e dissociarsi dagli attacchi terroristici del Daesh.

A pochi passi dal Centro Mariam a Milano, ovvero a Sesto San Giovanni, era in corso un progetto di edificazione di un’altra moschea, rilevata la presenza di una comunità islamica ben integrata; progetto che  il centro-destra ha cancellato. Il portavoce Omar Jibril afferma: «Quella di Sesto è una comunità virtuosa, ben integrata, che aveva un accordo con la precedente amministrazione, è assurdo che venga cancellato tutto con un colpo di mano per motivi prettamente politici».

Ulteriore fonte di paura è la scorretta interpretazione di usi e costumi islamici: ad esempio la società occidentale liberale interpreta il velo come simbolo di sottomissione. Nel 2009 venne proposta la modifica dell’art. 5 della legge 152/1975 per vietare l’utilizzo del burqa e del niqab che rendono difficoltoso il riconoscimento nei luoghi pubblici: se la giurisprudenza ha respinto la modifica in quanto il vestiario delle donne islamiche risponde a motivazioni religiose, nell’opinione pubblica è ancora vivo il dibattito sulla giustizia o ingiustizia del velo.

Khalida El Khatir, donna musulmana, in un’intervista per Il Fatto Quotidiano afferma: «Io mi sento offesa dalle donne che mi vogliono liberare da una scelta che io ho fatto. Sono stanca delle persone che mi paragonano alle donne dell’Afghanistan, come la Santanchè , che secondo me non conosce nemmeno una donna musulmana. Personalmente parlando, io non mi sento me stessa senza il velo e il mio non è un messaggio di sottomissione, ma solo un modo per sentirmi più vicina a Dio, un po’ come accade per le suore cattoliche. Certo, esistono donne obbligate da padri e fratelli a portare il velo, ma questi poco sanno di cosa realmente significhi essere fedeli, perché il Corano recita che “Non c’è costrizione nella religione”».

Dunque si ritiene che la donna orientale, nell’indossare il velo, si privi della propria libertà e non tuteli i propri diritti, ma siamo sicuri che la donna occidentale sia effettivamente libera? Si potrebbe obiettare che se da un lato la donna orientale preferisce coprire il corpo, dall’altro la donna occidentale scoprendosi diviene oggetto di merchandising, standardizzando il prototipo di donna e emarginando chi non possiede determinati requisiti fisici: in tal modo è doppiamente assoggettata non solo all’uomo ma anche al “sistema”.

Questi, e tanti altri pregiudizi sull’Islam potrebbero essere demistificati con buon senso, curiosità e apertura mentale, affinché il multiculturalismo sia inteso non come ostacolo, ma come valore aggiunto ad una società identitaria ma senza frontiere.

Melissa Aleida

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Attivista. Antifascista. Studentessa di giurisprudenza. Presidentessa dell’Associazione “Omnia”. Credo che l’attivismo socio-politico, in specie l’interesse verso questioni collettive, sia l’unico modo per ricercare la giustizia laddove regnano soprusi, sia anche uno dei tanti modi per onorare la libertà: la lotta per ciò è continua e inarrestabile.

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