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Votata il 30 giugno scorso ed entrata in vigore nell’ottobre 2017, il “Netwerkdurchsetzungsgesetz” – meglio conosciuta come “legge Facebook” – è la nuova legge promossa dal governo tedesco per regolamentare e controllare l’hate speech su Facebook e sui social media.

Legge controversa, la prima al mondo, che tuttora genera dibattito e che alcuni partiti tedeschi, sia di destra che di sinistra, dichiarano di voler contrastare. Il problema? Affida il controllo della libertà di espressione a Facebook e ai social media. Del resto, dei pericoli di Facebook e dei social network se ne parla già da tempo.

Ma andiamo per ordine. In cosa consiste la “legge Facebook”?

La NetzDG – abbreviazione del nome tedesco della legge – impone ai social network di eliminare i contenuti palesemente illegali (in base ai principi della costituzione tedesca) entro 24 ore. Per i post che sono al confine fra legalità e illegalità i social media avranno una settimana di tempo per decidere se bloccare o meno il contenuto.

Nel momento in cui il social media in questione non rimuove un contenuto illegale, potrebbe andare incontro ad una multa fino a 5 milioni di euro.

È questo uno dei punti più controversi della legge: il rischio di una multa così salata spinge i social network ad agire di conseguenza, senza preoccuparsi troppo degli effetti sulla libertà di espressione. «Se c’è una segnalazione su un post, andrai direttamente ad affossarlo. A cosa ti serve lasciarlo?», ha dichiarato alla BBC David Kaye, Corrispondente speciale per la libertà di espressione delle Nazioni Unite. «Penso che il risultato sarà probabilmente una maggiore censura.»

La definizione di ciò che deve essere censurato e di ciò che invece può circolare liberamente sul web è in alcuni casi vaga: se per materiale pedopornografico o incitamento alla violenza contro lo Stato si parla di contenuti ben chiari, diffamazione, insulti e offese alla religione restano dei termini abbastanza aleatori.

Per non parlare poi del terrorismo. Vi sono partiti come il PKK (Partito dei Lavoratori del Kurdistan) considerati come terroristiche dall’UE e come punti di riferimento ideali per i curdi che vivono in Europa. Non a caso, quasi due anni fa un curdo residente in Germania è stato denunciato per aver postato una bandiera del PKK su Facebook. O ancora, la Palestina e i palestinesi: in quanti sostengono le lotte di persone considerate (da altri) parte di reti terroristiche? Una situazione già esistente e denunciata, politica prima di tutto. E adesso più urgente.

Ma il problema più evidente di tutti è che – di fatto – questa legge affida il controllo sulla libertà di espressione ad un’entità privata – che sia Facebook, Twitter o Instagram. In Germania esistevano già delle linee guida per i social network sulla rimozione dei post illegali, ma la nuova legge dà loro più potere. E per quanto il Ministero della Giustizia tedesco sorveglierà sull’applicazione della norma, di fatto saranno gli operatori dei social network a farsi garanti della legge e ad applicarla. A loro discrezione e convenienza.

I social network in Germania avranno tre mesi per adeguarsi e da inizio 2018 cominceranno a vedersi gli effetti della legge Facebook. Senza contare che l’idea è quella di estendere questo tipo di legge anche ad altri Stati. Già la Russia l’ha presa a modello per una nuova legge che ancora deve essere approvata e che presenta caratteristiche molto simili a quella tedesca.

Sulla democraticità dei social network – che sono stati accolti come uno strumento di libertà di espressione delle società occidentali – resta poco da sperare. Del resto, è difficile anche dire che una vera democrazia ci sia mai stata: ogni social network – così come Google – funziona attraverso degli algoritmi che tendono a far circolare di più alcuni post e con minor frequenza altri. Solo chi capisce l’algoritmo può sfruttarlo a dovere. Chi invece lo ignora rimarrà seppellito fra miliardi di parole che lo precedono.

Algoritmo che è cambiato soprattutto dopo le elezioni di Trump e che ora è focalizzato sulla battaglia contro le fake news e sul ripristino della credibilità delle testate giornalistiche tradizionali. Un obiettivo che potrebbe essere onorevole da un punto di vista ideale, ma che nella realtà dei fatti si traduce in una morsa sul singolo e sulle piccole realtà editoriali, quelle che nascono dal basso e che non hanno l’autorevolezza percepita di una grande testata giornalistica.

Adesso un altro tassello è stato aggiunto. E così la tua libertà finisce dove inizia quella di Facebook.

Elisabetta Elia

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