MENA, new media e censura lotta nel medio oriente per governare il web
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A sei anni dalla “primavera araba“, durante la quale molti osservatori internazionali hanno evidenziato il ruolo dei new media e delle piattaforme social nel coordinare le proteste, i Paesi MENA sono tra i più colpiti dalla censura su internet.

Negli ultimi vent’anni, con il rapido sviluppo della rete, è diventato sempre più urgente per i governi trovare nuove strategie legali o extralegali per regolamentare i contenuti che vengono diffusi sul web attraverso new media e piattaforme social.

Molto spesso tali prassi sono inserite in una narrativa securitaria che legge la rapida diffusione di notizie sui social media, il proliferare di blog indipendenti e la possibilità di dare voce a qualunque individuo, potenzialmente senza filtri, come una minaccia alla stabilità dello Stato. L’urgenza di mettere in atto tali strategie diventa ancora più evidente per quei governi che fondano il proprio potere sul controllo della propria popolazione.

In questa cornice si inseriscono le dinamiche in atto in molti dei Paesi del Medio Oriente e del Nord Africa (MENA).

La cosiddetta “Primavera Araba” è stata un periodo di sollevazioni popolari e proteste contro i regimi di diversi Paesi MENA durante il quale, almeno nelle fasi iniziali, i social network e i new media hanno avuto un ruolo decisivo nella mobilitazione della popolazione e nell’organizzazione delle proteste.

Da quegli anni il volto del web è cambiato non solo grazie alla diffusione di nuovi social e piattaforme di messaggistica, ma soprattutto grazie all’abbassamento dei costi di accesso alle nuove tecnologie, come smartphone e tablet, e degli abbonamenti per il traffico dati, rendendo davvero “democratica” (nel senso di accessibile per tutti) la rete.

Soprattutto nei Paesi a basso reddito, i telefoni cellulari sono diventati il primo strumento per reperire informazioni permettendo, inoltre, un ruolo attivo del lettore che può commentare in tempo reale le notizie, contribuire alla loro diffusione e proporre contenuti originali attraverso forme di giornalismo dal basso.

Nei Paesi MENA più di tre quarti dei cittadini consulta le notizie tramite i propri cellulari.

Ciò accade almeno una volta al giorno e utilizzano giornalmente le principali piattaforme social e di messaggistica (il 67% della popolazione usa WhatsApp, il 63% Facebook, il 50% YouTube). Questi dati fanno intuire la necessità dei governi di controllare l’utilizzo di questi strumenti, essendo consapevoli delle potenzialità destabilizzanti di un loro uso critico.

La continua tensione tra l’operato dei difensori della libertà di espressione e di informazione, anche attraverso il continuo aggiornamento di protocolli di sicurezza, e gli sforzi dei governi per tenere sotto controllo questo flusso di informazioni finisce per creare degli “spazi di non diritto“, ovvero situazioni in cui le leggi imposte ai cittadini per regolamentare l’uso di Internet e dei new media sembrano non applicarsi alle azioni dei funzionari governativi. Questi infatti finisco per censurare, in modi più o meno palesi, i contenuti considerati pericolosi agendo molto spesso in violazione delle proprie normative nazionali.

La lotta alla censura: giornalisti e attivisti sfruttano le potenzialità dei new media.

La censura di singoli blog e account scomodi è però resa più difficile dalla tendenza di giornalisti e attivisti ad operare sempre più sui social media (che hanno recentemente provveduto ad applicare protocolli di sicurezza migliori migrando da Http a https) e su App come WhatsApp e Viber (grazie alla alla crittografia end-to-end), sui quali i governi riescono difficilmente a effettuare azioni di censura.

Per questo motivo molti governi, non potendo censurare il singolo contenuto, hanno dovuto scegliere se impedire o meno l’utilizzo di una determinata piattaforma social o di un’app. Esemplificativo è il caso dell’Iran che ha deciso di bloccare sia Twitter che Facebook, costringendo le persone a utilizzare altre piattaforme o bypassare i divieti attraverso strumenti di VPN (virtual private network).

Ma le strategie di censura dei governi sono ormai sempre più diversificate.

Spesso risulta più efficace manipolare i dibattiti sui social piuttosto che agire censurando apertamente i contenuti di oppositori politici e attivisti, comportamento che potrebbe semplicemente indurli a trovare nuovi strumenti per veicolare i loro messaggi. Trolls, bots e fake news sono validi strumenti per riuscire a delegittimare le discussioni online, spostando l’attenzione su argomenti meno pericolosi per la stabilità dei governi o screditando la reputazione di attivisti e oppositori.

Le conseguenze per i blogger e gli attivisti spesso non si fermano al mondo virtuale. Sono infatti molti i casi di arresti di attivisti spesso giustificati nella logica della lotta al terrorismo.

Le autorità turche, ad esempio, hanno arrestato più di 1600 persone nella seconda metà del 2016 con l’accusa di provocare astio tra la gente, supportare organizzazioni terroristiche, insultare uomini di Stato e mettere a rischio la sicurezza dei cittadini. Casi simili si sono verificati anche in Arabia Saudita, dove un uomo è stato condannato a duemila frustate per aver espresso le sue convinzioni ateiste.

La paura di subire ripercussioni ha portato molte persone ad autocensurarsi, limitando l’utilizzo dei new media o spostando l’attenzione verso piattaforme più inclini a un uso ludico.

La rete continua a evolversi, e con essa sia strumenti per diffondere le notizie che per impedirne la circolazione. Sempre più frequente è l’utilizzo da parte di attori statali e privati di tecnologie per condurre cyberattacchi anche grazie a un mercato molto dinamico e poco regolamentato.

A questo quadro si aggiungono gli interessi geopolitici e gli scontri tra Stati che hanno come conseguenza, nei MENA, anche il blocco di siti provenienti dai Paesi nemici ‒ basti pensare al blocco imposto dall’Arabia Saudita sui siti affiliati ai media iraniani, ennesimo atto dello scontro regionale delle due potenze ‒ e la tendenza a bloccare l’accesso alla rete internet in zone popolate da minoranze con il fine da metterle a tacere e minimizzare la loro capacità di richiamare l’attenzione sulle proprie vertenze.

Marcella Esposito

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