tennis Andre Agassi
tennis Andre agassi

Andre Kirk Agassi non è stato un tennista come gli altri, ma non sono i 60 titoli ATP o gli 8 Slam conquistati in carriera, la rivalità con il cinico Sampras, o il semplice fatto di essere rimasto in testa alla classifica per 101 settimane di fila ad averlo reso diverso.

Agassi non è stato ricordato per i suoi “numeri”: lui ha rappresentato l’essenza di uno sport, l’immagine dello sportivo che è rimasto uomo, che non si nasconde dietro pregiudizi e false immagini di sé.

Nella sua biografia “Open“, uscita nel 2012, l’ormai attempato Agassi si racconta con una tempestosa pacatezza, che sorprende anche chi lo ha visto colpire quella pallina verde ormai non so più quante volte, e che pensava di aver intuito lo spirito di questo particolare soggetto del mondo del tennis.

L’infanzia di Andre Agassi è stata segnata, come è noto, dall’apprensione ed oppressione del padre, un ex boxeur iraniano, che sognava un giorno di avere un figlio campione. Questo è l’inizio della storia di Agassi e la fine di un’altra. La fine delle speranze personali di un uomo che forzatamente riesce a far rinascere i suoi sogni nell’immagine di suo figlio. La disciplina, la volontà di voler sopravvivere e di compiacere quel padre-padrone, che però oggi Agassi ringrazia nel suo libro: «Senza di lui non sarei diventato quello che sono oggi».

Ma il talento e  la classe non si insegnano. E questo lo sapeva bene Nick Bollettieri, il quale lo accettò senza esitare nella sua accademia. Il nuovo capitolo della vita di Agassi cominciò con quella forza che lo rese grande anche nel tennis: lo spirito indomabile del ribelle, dell’anticonformista, di una persona che non si prende sul serio ma che sul campo si è reso sempre protagonista.

Immagine correlata

Ad Agassi fu insegnato a colpire la palla subito, appena essa faceva cenno di alzarsi: doveva essere lui a controllare il ritmo, a tenere il controllo del match. Assestava il colpo come stesse sfogando tutta la sua rabbia, e poi correva lungo linea a controbattere ogni singolo scambio. Il suo ritorno di servizio, ancora ad oggi, è rimasto uno dei migliori che il tennis mondiale abbia mai visto, con quella scheggia verde che tornava indietro con più forza di quanto fosse partita. Il suo palleggio che scovava sempre i punti deboli degli avversari, colpendo angoli impossibili da raggiungere, con passanti e traiettorie magistrali. Il gioco sotto rete, è sempre stato il suo tallone d’achille, anche se ha dimostrato di potersela sempre giocare, anche contro il suo rivale di sempre: Pete Sampras.

Loro due non erano rivali solamente per lo stile di gioco. Agassi era una lamina di metallo rovente appena poggiata sull’incudine di Efesto. Rappresentava la sfrontata naturalezza, quello spirito di spensierata verità. Pete Sampras, d’altra parte, era il simbolo di cui il mondo del tennis aveva bisogno: uno stile fluido, liscio, cristallino. E poi il suo servizio.

Erano perfetti e complementari, non ci sarebbe stato Sampras senza Agassi, e vicecersa.

Agassi confesserà nel suo libro di aver fatto uso di stupefacenti durante gli anni in cui partecipava ad alcuni tornei, e di aver anche pensato di mollare tutto. Fu una rivelazione che sconvolse l’ambiente del tennis mondiale, che pose sotto diversi riflettori quella stella che brillava di luce propria e che rischiò di comprometterlo per sempre.

Ma Agassi non era un tennista come tutti gli altri.

Egli è stato il punto di riferimento per capire che lo sport e lo sportivo, in particolare, non sono solamente delle figure che restano lividi nei libri o in un video memoria, ma sono uomini e donne che hanno una propria vita, un proprio modo di vedere il mondo. La loro personalità, il loro estro e la loro forza derivano solamente da quella singolarità che la nostra società ci impone di smorzare, di lasciarla da parte. Perchè non serve. Perchè è così che ci si deve comportare. Perchè è così che vanno fatte le cose.

Io, invece, ho sempre stimato questo tennista anticonformista, perché ho sempre sentito urlare su ogni sua risposta, su ogni passante, su ogni volé, su ogni servizio: no, io sono e voglio essere Andre.

Niccolò Inturrisi

 

 

 

 

 

CONDIVIDI
Articolo precedenteAssassinio sull’Orient Express: in viaggio con Poirot tra passato e presente
Articolo successivoWrite for Rights: alla ricerca delle libertà e dei diritti perduti

Nasce il 26 febbraio 1995 a Firenze, dopo aver terminato gli studi liceali nel 2015 lascia l’Italia e si trasferisce con la famiglia in Olanda, ad Amsterdam. Ora continua a lavorare come magazziniere in attesa di intraprendere gli studi. Il libro che lo ha colpito più di tutti è stato “La bestia umana” di Zola. Se proprio gli chiedessero di scegliere un autore preferito, opterebbe però per Dostoevskij. Coltiva molte altre passioni, tra cui la musica, nella quale si è cimentato per qualche anno suonando chitarra elettrica e basso. Ascolta tutti i generi possibili e il suo gruppo preferito in Italia restano gli Zen Circus, anche se adora De Andrè e Lucio Dalla (ma ne potrebbe citare molti altri), ma il suo primo amore rimangono i Pink Floyd. Grazie alla famiglia si porta dietro praticamente da tutta la vita la passione per il cinema. Adora Fellini e Monicelli, ma non disdegna anche registi esteri come Lynch, Scorsese e Tarantino.

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here