Assassinio sull'Orient Express: in viaggio con Poirot tra passato e presente

Ci sono treni che passano una volta sola, altri che invece sono destinati a passare alla storia: tra questi c’è indubbiamente l’Orient Express, il convoglio ferroviario più celebre della letteratura su cui Agatha Christie – nonostante siano passati anni ed anni dal suo fischio di partenza – continua a farci viaggiare, in preda alla tensione e all’irrefrenabile curiosità, in compagnia di quello che è «probabilmente il miglior investigatore al mondo», Hercule Poirot.

E dal momento che al cinema un brillante Kenneth Branagh (dagli smisurati baffi grigi) si scervella tra sparpagliati indizi e false verità alla ricerca di un colpevole, anche Lettere in Soffitta si tinge di giallo, dedicando il suo primo appuntamento dicembrino all’Assassinio sull’Orient Express.

È il 1933 quando la scrittrice britannica, in soggiorno ad Istanbul, tratteggia lo scenario ad hoc di un omicidio intriso di segreti: proprio nella città in cui Oriente e Occidente si confondono, prende vita dalla penna della Christie la carrozza di quel mitico treno diretto a Calais. Esso, nel corso del tragitto, sarà investito da una duplice sfortuna: dapprima una violenta nevicata che lo costringerà a restar fermo per ore in Jugoslavia e, poi, il ritrovamento di un cadavere, quello di Monsieur Ratchett, imprenditore americano brutalmente pugnalato per ben dodici volte.

A bordo dell’Orient Express si ritrova per caso, dopo aver ottenuto last minute un posto letto nello stesso scompartimento della vittima, proprio il detective Poirot che non potrà fare a meno di gettar luce sull’accaduto, muovendosi in uno spazio limitato, specchio delle difficoltà e degli intrighi che dovrà affrontare, con tutta la sua maniacale passione per il dettaglio e con il suo sguardo perennemente proiettato nella mente e nel cuore degli indagati.

I sospettati non possono che essere tredici: dodici passeggeri e un controllore. Personalità profondamente diverse, eppure accidentalmente legate dall’odore acre della morte che invaderà lo sventurato vagone, paralizzando – aiutata dal gelo e dalla neve – la vita che dentro vi scorre.

«Intorno a noi c’è gente di ogni condizione sociale, età e nazionalità» fa notare a Poirot, dinanzi a un delicato formaggio cremoso, l’amico di vecchia data e direttore della compagnia ferroviaria Bouc, prima ancora che l’assassinio venga compiuto.

«Per tre giorni, questi estranei saranno costretti a restare insieme. Dormiranno e mangeranno sotto lo stesso tetto, non potranno allontanarsi uno dall’altro. E alla fine dei tre giorni si separeranno, se ne andranno ognuno per la propria strada, per non rivedersi forse mai più».

Invero, ognuno di loro starà bene attento a guardarsi dall’altro, perché un omicida è sempre pronto a lasciare il segno per una seconda volta.

Ma dietro quale delle tredici maschere si cela allora il volto del colpevole? Non è semplice andare oltre le apparenze, specie se neppure l’identità del cadavere è così cristallina come sembra: il luogo del delitto serba la traccia, abilmente scovata da Poirot, del vero cognome di Ratchett, Cassetti, connesso al cosiddetto caso Amstrong, ovvero al rapimento e all’uccisione di una bambina americana, Dasy Amstrong per l’appunto.

L’investigatore belga dovrà dunque capire chi tra le persone in viaggio sull’Orient Express possa avere avuto a che fare con la piccola Dasy e la sua famiglia, chi sia ancora tanto infiammato d’ira per un passato che ha lasciato solchi e ferite viscerali e che induce, martellante, a bramare vendetta. Sarà stata la vecchia principessa Dragomiroff, che dichiara di conoscere gli Amstrong, a colpire disperatamente Ratchett alias Cassetti? O il colonnello Arbuthnot, l’unico uomo che avrebbe potuto possedere il nettapipe ritrovato sulla scena del crimine? O forse a far fuori quello che era stato un truce delinquente è stato il suo stesso segretario, il giovane MacQueen? Stabilirlo non sarà per niente semplice, né per chi ci è dentro, né per chi legge seduto comodamente alla propria scrivania.

Agatha Christie costruisce, pagina dopo pagina, un giallo a regola d’arte capace di spiazzare continuamente il lettore, di trasportarlo – con un’immaginazione che magicamente si fa presenza fisica – nel vagone ristorante, lì dove si tengono i tanti interrogatori di Poirot: si sta col fiato sospeso mentre l’investigatore ascolta le deposizioni dei testimoni, si dubita con lui di ciò che risulta evidente e troppo scontanto, ci si sente un po’ come Monsieur Bouc, l’amico che non perde un solo passaggio delle indagini del belga, senza però mai riuscire fino in fondo a risalire ai suoi pensieri e alle sue intuizioni. Ed è proprio questo alone di mistero che avvolge le vere ipotesi di Poirot a rendere la trama ancora più avvincente: ci si domanda non solo chi sia stato a macchiare di sangue il lussoso Orient Express ma pure come agirà Poirot, quale sarà il colpo di scena e, di conseguenza, la carta che lui si giocherà.

Alla fine a destar stupore sarà non tanto il nome (o forse i nomi?) dell’assassino, ma il modo col quale il protagonista deciderà di risolvere e archiviare la vicenda, dopo che quest’ultima avrà messo a dura prova il suo credo morale. Insiste proprio su quest’aspetto, stimolando una difficile riflessione sul labile confine tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, la reinterpretazione del romanzo firmata Michael Green, uscita nelle sale cinematografiche italiane lo scorso 30 novembre e che vede accanto a Kenneth Branagh – co-produttore e regista, oltre che interprete – un cast davvero stellare: Johnny Depp, Penelope Cruz e Michelle Pfeiffer sono solo alcuni dei nomi che hanno dato anima e corpo agli intriganti personaggi della Christie.

La nuova pellicola non stravolge il racconto, resta fedele all’essenza della creazione partorita dalla signora del giallo, velocizzando la trama solo quando è necessario: essa conserva le battute più belle, esalta quel lato buffo, ossessivo ed esilarante di uno dei detective più amati della letteratura e, soprattutto, non primeggia, lascia che sia ancora la Christie – scelta questa più che azzeccata – ad orchestrare la vincente compagnia di attori dell’ormai intramontabile Orient Express.

Anna Gilda Scafaro

CONDIVIDI
Articolo precedenteLa rete del M5S: ecco il marketing politico di Casaleggio
Articolo successivoAndre Agassi: la storia del tennis tra genio e sregolatezza

Laureata in Lettere Moderne e specializzanda in Filologia Moderna presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II, Anna Gilda Scafaro aspira a diventare una buona insegnante e una valida giornalista. Appassionata di scrittura e amante dei libri, nutre un forte interesse per l’Arte in tutte le sue sfaccettature più belle e complicate. Sogna di visitare i più rinomati musei europei e mondiali e di viaggiare alla scoperta delle storie più arcane e affascinanti che si celano nel cuore delle grandi e piccole città. Attualmente scrive per Libero Pensiero News, occupandosi della sezione Cultura.

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here