eutanasia
[Photocredit: AGF]

Di tutti i possibili sinonimi utili a identificare l’eutanasia, quello di “dolce morte” è il più evocativo, seppur influenzato, nella sua formulazione, dalla dottrina del politically correct.

In realtà, per descrivere la fine della vita di un individuo procurata intenzionalmente e consapevolmente da un soggetto autorizzato a farlo si possono usare diverse locuzioni, tant’è vero che, persino dal punto di vista giuridico, in Europa non c’è univocità nella disciplina della fattispecie.

Com’è noto, nel nostro Paese è da considerarsi fuorilegge qualsiasi forma di eutanasia, sia quella intesa come somministrazione di farmaci che inducono la morte, sia il cosiddetto suicidio assistito, ovverosia l’aiuto medico offerto a un soggetto che ha deciso di porre fine alla propria vita, senza alcun intervento nella dispensa delle sostanze letali.

L’eutanasia in Svizzera

Nel resto dell’Europa, la materia è affrontata in maniera tendenzialmente più aperta, ma sono soltanto quattro i Paesi in cui l’eutanasia attiva e il suicidio assistito sono legali, e sono Svizzera, Olanda, Belgio e Lussemburgo.

Il caso elvetico è molto interessante, poiché la legge permette il ricorso all’eutanasia, anche per i cittadini non svizzeri, a patto che i motivi che spingono un soggetto a concludere la propria vita non siano meramente “egoistici”.

Su quest’ultimo elemento ci sarebbe da discutere, se non altro per definire e circoscrivere il significato di scopo egoistico quando si tratta di disporre del proprio suicidio; fatto sta che la casistica è ricca di episodi che vedono protagonisti nostri connazionali, che si sono rivolti alle cliniche d’oltralpe anche a causa di un forte stato di depressione.

L’eutanasia nell’Unione Europea

All’Olanda spetta, invece, il primato per quanto concerne la regolamentazione di eutanasia e suicidio assistito, disciplinati da una legge del 2002, la prima al mondo in materia.

Il legislatore olandese fu il primo a parlare di “morte dignitosa”, rendendo non perseguibili i medici che, a determinate condizioni, aiutano un paziente a morire.

All’epoca, la norma fu attentamente analizzata dal Comitato per i Diritti Umani presso le Nazioni Unite, il che contribuì a fare della legge olandese un modello di riferimento per tutte le altre discipline che si svilupparono di lì a poco.

Sempre per quanto concerne i Paesi Bassi, è importante ricordare come pochi anni più tardi, nel 2004, entrò in vigore il “Protocollo di Groningen“, che stabilisce i criteri da rispettare per mettere in atto l’eutanasia infantile.

A questo proposito, va detto che l’unico Paese che ammette la “dolce morte” verso i minorenni è, assieme all’Olanda, il Belgio, che peraltro è stato uno dei primi a dotarsi, all’inizio degli anni 2000, di una disciplina in materia.

Sulle orme dei vicini, anche nel Lussemburgo è stato permesso ai malati terminali di scegliere di porre fine alla propria vita, con l’aiuto di un collegio di medici che autorizzi espressamente tale decisione.

Accanto a queste esperienze, i legislatori del resto del continente si dividono fra una decisa opposizione ad ogni tipo di eutanasia, come il caso italiano, ed un’apertura nei confronti dell’eutanasia passiva, come in Spagna, Francia, Svezia e Germania.

Una posizione molto simile alla realtà italiana è quella britannica, dove, ferma restando l’illegalità di ogni forma di eutanasia, una persona sorpresa a compiere suicidio assistito commette un reato e può essere condannata per istigazione al suicidio, a meno che non riceva – in casi estremi – un’espressa autorizzazione del giudice.

Il quadro che emerge alla conclusione di questa breve rassegna sulla legislazione europea denota una marcata differenza ideologico-giuridica fra le nazioni, che si traduce negli scrupoli che i diversi legislatori manifestano nel regolare una fattispecie giudica così complessa e variegata.

In Italia, ad esempio, l’opposizione a qualsiasi forma di interruzione volontaria della propria vita è molto solida, e coinvolge anche una buona parte dell’elettorato laico, tradizionalmente più aperto di altri a determinate posizioni.

Ad avviso di chi scrive, non esiste un argomento migliore e più autorevole di un altro: ognuno di noi ha i propri principi, le proprie certezze e il proprio credo, a cui va, sempre e comunque, incondizionato rispetto. La legge, tuttavia, ha il dovere di farsi espressione della maggioranza delle convinzioni di un popolo, quella maggioranza che, forse, oggi, in Italia, manca o non è ancora sufficientemente pronunciata a favore dell’eutanasia, per far luogo ad una legge che ne consenta la messa in atto.

Carlo Rombolà

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Avvocato, scrittore, lettore. Non necessariamente in quest’ordine. Ha studiato legge per quasi cinque anni presso l’Università di Bologna, per poi specializzarsi con un master in diritto delle nuove tecnologie. Nel frattempo, ha scoperto che, oltre al diritto, ci sono un sacco di altre cose che lo appassionano: la geopolitica, i viaggi, i libri, la musica. La curiosità è il suo più grande pregio, l’inquietudine il difetto. Ad entrambi, non v’è rimedio. Per fortuna.

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