C’è una generazione di piccoli tifosi, quelli nati dal 2009 in poi, che odierà il suo primo mondiale di calcio perché tra tante Nazionali mancherà la sua, quella con la maglia azzurra. Avrà un ricordo malinconico ed un po’ amaro della sua prima Estate mondiale, ma passerà. O almeno è quello che spera tutta l’Italia calcistica. Ma c’è un’altra generazione, quella dei nati negli anni ’80, che da quando conosce il calcio odia i calci di rigore con tutte le sue forze, una generazione che prova fastidio e terrore ogni volta che la palla viene posta sul dischetto perché troppe volte ha visto la gioia mondiale distante soltanto 11 metri e non è riuscito a raggiungerla. Quella dei nati negli anni ’80 è la generazione che ha visto le “Italie” più belle arrendersi nel modo peggiore e più crudele di tutti.

La maledizione prende il via nell’Estate del 1990: sta per iniziare il Mondiale di casa, la più attesa kermesse calcistica torna nel Bel Paese ben 56 anni dopo la trionfale edizione del 1934. L’attesa è ovviamente altissima, Gianna Nannini ed Eduardo Bennato impazzano con le loro “Notti magiche”, l’aria che si respira è frizzante, la Nazionale è carica, gioca bene ed è piena di talenti usciti dall’Under 21 che hanno sostituito la mitica generazione del Mundial ’82, fallimentare però in Messico 4 anni dopo. Quando gioca l’Italia le strade sono deserte, tutti si radunano in casa o nei bar, l’entusiamo è alle stelle. In più c’è un ragazzo siciliano che ogni volta che tocca palla la trasforma in oro, in Nazionale ci è appena arrivato ma nel Mondiale di casa di gol ne ha già fatti 4: si chiama Totò Schillaci ed il quinto lo fa nella semifinale contro l’Argentina. Siamo a Napoli e forse è il gol più importante della sua carriera. Poi però succede che Zenga, portierone fino ad allora imbattuto, sbagli un’uscita e la partita torni in parità. Succede che dall’altra parte il suo collega tolga dall’incrocio una punizione fatata di Roberto Baggio. Succede che finisce 1-1 e si va ai calci di rigore. Succede anche che gli Argentini siano tremendamente precisi mentre gli Azzurri ne sbagliano due con Donadoni e Serena. Succede che le Notti Magiche finiscano così, in casa, in semifinale, senza aver perso mai.

Quattro anni sono duri da passare dopo una delusione così, cambia il Commissario Tecnico, cambiano alcuni giocatori, non cambia però la passione degli Italiani verso il calcio e verso la propria Nazionale, sopratutto in tempo di Mondiali. L’Estate del ’94 alla fine arriva e si vola tutti negli Stati Uniti: il mondiale di calcio si fa nella terra del basket e del baseball. Una terra dalle temperature impossibili, umidità altissima e tante difficoltà per i giocatori: l’Italia di Arrigo Sacchi, dopo aver passato i gironi a fatica, a due minuti dalla fine degli ottavi di finale contro la Nigeria è praticamente eliminata. Poi Roberto Baggio, quello della punizione fatata e maledetta di 4 anni prima, sale in cattedra e ne fa 2, salva la Nazionale da una clamorosa eliminazione e non contento ne fa anche uno alla Spagna nei quarti e due alla Bulgaria in semifinale. A Pasadena l’Italia gioca la finale più attesa, quella contro il Brasile. Una finale tanto attesa quanto brutta, poco spettacolo, pochi tiri, poche emozioni: per la prima volta nella storia il titolo si assegnerà ai rigori. Dopo la delusione casalinga di 4 anni prima sono tutti convinti che non può succedere di nuovo, ancor di più quando Pagliuca para il rigore del Brasiliano Marcio Santos dopo l’errore di un eroico Capitan Baresi. E invece succede ancora, come gli Argentini i Brasiliani si dimostrano precisissimi mentre l’Italia viene tradita da Daniele Massaro e da quel Roberto Baggio che l’aveva portata fino a lì.

Altri 4 anni da aspettare per prendersi una rivincita e scrollarsi da dosso le delusioni di due sconfitte rocambolesche ad un passo dalla gloria, altri 4 anni a parlare di quei maledetti undici metri, altri 4 anni prima di arrivare in Francia. Se la Primavera del ’98 si caratterizza per il plebiscito popolare per riportare in Nazionale quel Roberto Baggio rinato a Bologna, l’Estate è, una volta arrivata la sospirata convocazione, quella dell’eterno dualismo con Alessandro Del Piero. L’Italia in terra francese gioca bene, diverte e vince. Baggio quando gioca incanta. A Parigi gli azzurri affrontano i padroni di casa ovviamente favoritissimi, soffrono e combattono. Ad inizio secondo tempo Roberto Baggio entra al posto di uno spento Del Piero mentre la partita arriva stancamente ai tempi supplementari. C’è un filo che lega questo immenso fuoriclasse, forse il più amato dagli italiani, alle pagine più belle e malinconiche della storia della Nazionale, un filo che parte dal calcio di punizione di Napoli nel ’90, passa per il rigore di Pasadena nel ’94 e finisce col meraviglioso tiro al volo di Parigi nel ’98, quel tiro al volo che esce di “tanto così” non trasformandosi in un fantastico golden gol e portando la sfida, ancora una volta, ai rigori. Nessuno pensa che sia possibile perdere di nuovo così, Baggio segna il suo rigore e Pagliuca para quello di Lizarazu. Ma il finale sarà ancora una volta lo stesso, dopo l’errore di Albertini sulla traversa di Di Biagio si stampano i sogni di una generazione che odierà per sempre i calci di rigore.

In tre edizioni consecutive dei Campionati del Mondo di calcio l’Italia perde una sola volta, con l’Irlanda nella fase a gironi del ’94, ma non porta mai a casa il titolo mondiale, fermandosi sempre ad undici maledetti metri dal suo sogno. Ecco perché, quando nel 2006 una nazione intera festeggia il Mondiale appena vinto proprio ai rigori contro i Francesi, una generazione intera festeggiava con addosso la malinconia di chi si sentiva risarcito soltanto in parte.

Flavio Giordano

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