Trump Israele Palestina

Cari lettori, il buonsenso ci insegna che a ragionare col senno di poi son bravi tutti; e spesso, anzi, gli appassionati del “Te l’avevo detto!” son quelli che ci stanno di più sulle scatole: si tratta di quel genere di persone che spoilera le serie TV con l’atteggiamento di chi ha ricevuto in dono l’onniscienza cercandola su Google.

Il Brainch della domenica
Illustrazione a cura di Antonella Monticelli

In politica, poi, questo ragionamento è tanto più vero quanto più gli amministratori, i governanti e il ceto dirigente, nel mondo intero, si appiattiscono su una mediocrità supina al volere del Potere finanziario, quello che già Pasolini indicava quarant’anni orsono come nuovo nemico reale dai contorni vaghi, ineffabili, pervasivi.

Il presidente americano Trump è l’emblema più fulgido di questa collusione perversa e ne rappresenta la concretizzazione più sadica e sfacciata: un magnate multimiliardario diventa presidente della nazione più ricca e potente del globo. È il capitalismo che getta la maschera ed esce allo scoperto, non avendo più nulla da temere, nessuna vergogna da scongiurare. È il palesarsi dell’unica legge che governa con mano invisibile dominatori e dominati, schiavi e padroni: il profitto giustifica il fine che giustifica i mezzi.

Da quando è al governo degli Stati Uniti, Donald Trump ha saputo distinguersi (in negativo) per la discutibilità del suo operato. Ma il recente riconoscimento di Gerusalemme come capitale di Israele, in totale spregio dell’esistenza della Palestina, trascende senza dubbio ogni limite di follia.

A questo punto è opportuno tornare al “senno di poi” cui accennavo nell’introduzione. Ricordo bene, durante la campagna elettorale statunitense, in quanti guardavano a Trump con l’auspicio della figura forte, autoritaria, non prostrata al volere delle banche. Quelle stesse persone definivano Hillary Clinton un fantoccio nelle mani delle multinazionali, una guerrafondaia, probabilmente un’affiliata a qualche setta di Illuminati o roba del genere.

Qualcun altro invece aspettava da Trump, con pragmatico cinismo, lo sfascio definitivo di un sistema distorto e giunto ormai al collasso, insostenibile nelle sue dinamiche sociali, economiche, ambientali. E per quanto il senno di poi ci impedisca di sapere con certezza di Clinton, ad ogni modo, c’è da dire che le più fosche previsioni hanno trovato gioco facile nell’individuare in Trump l’epigono dell’ultraliberismo, con tutte le conseguenze che ne derivano.

In pochi mesi, dopo aver smantellato la riforma sanitaria di Obama, aver autorizzato oleodotti e trivellazioni, aver fatto spallucce di fronte alla necessità di limitare la detenzione di armi e aver condotto a un passo dal conflitto nucleare con la Corea del Nord, Trump è riuscito nel meraviglioso intento di destabilizzare il fragilissimo Medio Oriente, annunciando di spostare l’ambasciata israeliana da Tel Aviv a Gerusalemme e riconoscendo, di fatto, la legittimità dell’occupazione assassina dei territori palestinesi.

Israele, Palestina, Hamas, Intifada, sono pertanto parole-chiave destinate a riproporsi spesso nei prossimi tempi.

L’intento della mossa, a rigor di logica, appare chiaro: scuotere gli equilibri della regione mediorientale e volgere a proprio favore le geometrie di alleanze in chiave anti-iraniana. È l’Iran, infatti, il vero spauracchio degli USA, e un rafforzamento dei rapporti a stelle e strisce con Israele ed Arabia Saudita potrebbe indebolire l’influenza di Teheran, considerata fin dai tempi di Ahmadinejad una pericolosa minaccia, al pari di Pyongyang.

Poco importa se nelle ore immediatamente successive all’annuncio gli inevitabili scontri di piazza in Palestina hanno causato 4 morti e 750 feriti. Per Trump, che per dovere di cronaca ha onorato una promessa della sua campagna elettorale, non contano le vite in gioco, ma gli interessi economici e il predominio geopolitico.

Impossibile non prevederlo, o quantomeno immaginarlo; e con ciò, lo ribadisco, non intendo dire che in caso di vittoria di Hillary Clinton le cose sarebbero andate meglio. Si tratta piuttosto di riconoscere la validità di quel concetto che così bene Stephen King aveva espresso in “Quattro dopo mezzanotte”:

Attento a cosa chiedi quando preghi, perché potresti ottenerlo.

Perché in fondo, Trump – con la sua politica – rappresenta l’espressione dei desideri di una discreta maggioranza del popolo, non solo statunitense. Il sovranismo snob che va tanto di moda, il suprematismo morale, la prepotenza misurata attraverso le armi e il denaro, la scellerata noncuranza per le questioni di più delicato interesse come la tutela dei diritti umani e la salvaguardia del clima: tutte caratteristiche affini all’uomo-mediocre che desidera imporsi senza sforzo, semplicemente per una ragion d’essere priva di ragione e priva d’essere.

D’accordo, forse non sarà colpa esclusiva di Trump se la situazione tra Israele e Palestina continuerà a degenerare causando vittime e macerie. Forse l’occupazione criminale sionista non verrà tollerata e legittimata nel silenzio omertoso per via di un’ambasciata. La situazione era già problematica, direte.

Ma lì a Gerusalemme, luogo sacro d’incontro fra tre dei principali culti della Terra, culla di religioni e civiltà, terra santa di storia e tradizioni, si tessono le sorti di una popolazione afflitta dagli strazi e dai massacri. E innescare la miccia dell’Intifada quasi come a irridere un destino di privazioni e sofferenze dall’alto di uno sguardo cùpido e sprezzante è indegno di fregiarsi dell’appellativo di umanità al cospetto di uno qualunque di quei disgraziati lasciati a morire tra la polvere e la fame.

Risparmiamo pure i “Te l’avevo detto!” per un’altra occasione, per favore.

Emanuele Tanzilli
@ematanzilli

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Direttore editoriale di Libero Pensiero News. Buddhista e orwelliano convinto. Scrivo per dimenticare.