Il pianto di dolore di una prefica: cronaca di una pittoresca messinscena
Πλούσιος καὶ θρηνῳδοί.

Πλούσιός τις δύο θυγατέρας ἔχων, συνέβη τελευτῆσαι τὴν μίαν.Καὶ δὴ θρηνητρίας μισθωσάμενος, ᾠδικώτερον ἔκλαιον.

Τῆς δὲ ἑτέρας αὐτοῦ θυγατρὸς πρὸς τὴν αὑτῆς μητέρα εἰπούσης· Ἄθλιαι αὐταί, εἴγε ὧν ἐστι τὸ πάθος θρηνεῖν οὐκ ἴσμεν, αἱ δὲ μὴ προσήκουσαι αὗται οὕτω σφοδρῶς κόπτονται.

Πρὸς δὲ αὐτὴν ἡ μήτηρ ἔφη· Μὴ θαύμαζε, τέκνον· ἐπὶ προσδοκίᾳ γὰρ ἀργυρίου τοῦτο ποιοῦσιν.

Ὁ μῦθος δηλοῖ ὅτι διὰ φιλαργυρίαν οὐκ ὀκνοῦσιν ἀλλοτρίας συμφορὰς ἐργολαβεῖν.

 

Il ricco e le prefiche

Accadde che, ad un uomo ricco che aveva due figlie, ne morisse una.

E siccome aveva pagato le prefiche, quelle piangevano in maniera abbastanza sincronizzata.

Avendo l’altra figlia detto a sua madre: “Noi sventurate, dato che non sappiamo piangere quelle cose di cui proviamo dolore, mentre quelle che non sono parenti si struggono così violentemente”.

La madre le rispose: “Non meravigliarti, figlia: lo fanno per amor di denaro”.

La favola insegna che per denaro (alcuni) non si peritano di far commercio delle disgrazie altrui.

 

La sopracitata favola di Esopo che, insolitamente, non ha come protagonisti gli animali, oltre ad offrire uno spunto di riflessione, diventa allo stesso tempo testimonianza di un fenomeno. La figura della “lamentatrice di mestiere” affonda le sue radici in un passato ormai remoto. Esopo, infatti, con le sue parole tratteggia l’eccentrico ritratto della prefica, la “chiangimuerti” o “rèpute”, ossia la donna pagata, in denaro o beni di prima necessità, per piangere ai funerali e non è possibile esimersi dal notare una punta d’accusa nelle parole dello scrittore greco. Del resto la prefica non è sempre stata ben vista.

Usanza, questa, assai diffusa nell’Italia Meridionale, fino a tempi abbastanza recenti (almeno gli anni ’50 del secolo scorso): in particolare in Puglia, in Sardegna, in Basilicata e naturalmente in Campania. Dunque una tradizione che trova terreno fertile in una società ancora in parte arcaica, la società delle aree depresse.

Il pianto era inteso in tal senso come una “liturgia” e come un elemento da ritualizzare. Del resto la morte, nel suo essere priva di senso e mancando di qualsiasi logica, doveva in qualche modo essere “esorcizzata”. Ad oggi c’è un’inversione di tendenza: se prima le lamentatrici di mestiere intonavano i loro canti funebri quasi in funzione liberatoria, oggi c’è un vero e proprio tabù della morte. L’antropologo Geoffrey Gorer in “La pornografia della morte” (come si può intuire già dal titolo caratterizzato da un singolare ossimoro) mette in evidenza come la morte sia coperta ormai da censura, un argomento evitato e trattato con asettico distacco, relegato in uno spazio a parte. L’alternativa però è dietro l’angolo: la “spettacolarizzazione” amorale più estrema, fine a se stessa, che si attua sui social con l’ennesimo like e l’ennesima condivisione. L’importante è solo evitare il riferimento diretto alla morte nella sua dimensione più vera. Quello non fa tendenza.

Nelle parole di Esopo è possibile cogliere una critica nemmeno tanto velata alla figura della prefica: sono donne che fanno del dolore altrui un mezzo di speculazione, delle disgrazie e delle lacrime lo strumento per guadagnarsi il pane. Preme sottolineare che in Italia, senza dubbio, la “chiangimuerti” va a collocarsi in uno scenario sociale caratterizzato da arretratezza e povertà. Le “lamentatrici” erano casalinghe, contadine, donne con a carico spesso più di un figlio da sfamare e disposte a tutto pur di guadagnare qualcosa.

E, sebbene manchi una precisa categoria professionale, si veniva comunque a creare una specifica “gerarchia” interna con un dato “mercato” di riferimento: le lamentatrici più in gamba erano quelle meglio retribuite. Ancora le prefiche seguivano una sorta di personalissima “deontologia” trasmessa oralmente: il rituale era articolato in precisi gesti, tramandati dagli stessi membri della famiglia o appresi tramite la partecipazione a qualche cerimonia funeraria. Vestite di nero, le prefiche urlano e si dimenano, si graffiano la faccia, si strappano i capelli ma, soprattutto, cantano le lodi al morto.

Perché se è vero che lo facevano dietro promessa di un compenso, è altresì vero che le parole di Esopo risultano in qualche modo ingiuste. Perché la ritualità di questo canto altro non era che un modo di consolare i vivi e dar degna sepoltura al morto.

E forse che l’importanza di un uomo si vede da quante persone siano disposte a piangerlo quando viene a mancare? La sua bontà si vede da quanto riempie una chiesa, la sua mancanza si ode e si ripercuote nei lamenti e nelle lacrime?

Le prefiche non fanno altro che assolvere in modo strumentale a tal funzione: ricreano un ambiente ideale in cui piangere chi non c’è più. Rievocano una vita: i canti e i lamenti per il caro estinto non sono altro che un modo per consolare i parenti, di liberarli dai morsi insopportabili del dolore.

prefica dolore prefiche

Sebbene non sia possibile ricostruire un excursus storico preciso e dare un’esatta datazione a tale figura e tale rituale, preme sottolineare che la prefica è un lascito del mondo antico: le leggende e le magie, le consuetudini e le tradizioni della cultura greca si sono tramandate e hanno lasciato sedimento. La tradizione antica riecheggia in queste zone del meridione, e i gesti delle “chiangimuort”, frutto di un preciso rituale e accordo, appaiono di omerica memoria.

Il κοπετός, “il picchiarsi il petto gemendo”, è il modo per esordire. Le donne si percuotevano la testa e il petto, sbattevano i piedi a terra, si strappavano i capelli e si levavano urla strazianti. Espressioni di un dolore atroce e lancinante che, paradossalmente, era solo simulato perché queste donne spesso non conoscevano per niente il defunto. Ad un certo punto, le donne cacciavano fuori un fazzoletto bianco, che veniva agitato in modo ritmico, e oscillavano, quasi in una sorta di danza macabra, a destra e a sinistra, avanti e indietro.

Gesti rituali che seguivano in qualche modo uno schema non tanto diverso da quelli osservati nelle tragedie greche e forse anche il fine di queste “recite” non era tanto poi così diverso: la catarsi, l’estremo obiettivo. Le strofe cantate dalle prefiche erano descrizioni estemporanee che ricreavano il ritratto caratteristico di un uomo: si lodavano le virtù, il carattere, si narravano episodi della vita della persona amata. Il canto risuonava come un’antica “nenia“, ossia le poesie commemorative dei morti che si usavano cantare ai funerali e che prendevano il nome della dea Nenia, colei che assisteva i moribondi.

La prefica italiana in alcuni aspetti differiva da quella del mondo antico. Perché se è nelle aree povere del meridione che tale figura trova il terreno più fertile, nell’antica Grecia erano le famiglie ricche, come dimostra anche la favola di Esopo, ad assoldare le prefiche. Queste “portavano” il lutto quasi in sostituzione dei parenti che, al contrario, dovevano mantenere un contegno e un atteggiamento sobrio. La stessa cosa avveniva nell’antica Roma: tali donne dovevano precedere la bara e in qualche modo “guidare” la cerimonia funeraria. Del resto il verbo latino “praeficere” si traduce proprio con “mettere a capo”. La prefica era “princeps planctus” e, dunque, colei che in qualche modo guidava i pianti e i lamenti del lutto mentre ai familiari restava il dolor “muto”. Lo scopo era quello di rendere corale e pubblico un dolore.

Il documentario Stendalì- Suonano ancora”diretto da Cecilia Mangini nel 1960 e i cui testi furono scritti da Pier Paolo Pasolini, ricostruisce uno degli ultimi esempi del rito di lamentazione funebre in Puglia. Come si vede chiaramente i gesti erano scomposti, le urla così smisurate che si poteva giungere allo svenimento e alle convulsioni.

Sul finire del Novecento l’industria del lamento s’era praticamente estinta e, ad oggi, della prefica rimane il vago racconto delle anziane. Una figura ormai avvolta da un velo di mistero e curiosi aneddoti, le cui ultime tracce si perdono nel tempo. Una realtà che ci risulta difficile da comprendere oggi, quando la coralità del dolore non è più tollerata.

Il dolore è un fatto privato, da portare ed esorcizzare nelle mura della propria abitazione, e le fitte lancinanti del lutto vanno condivise solo nella sfera più intima degli affetti. 

Simulare un dolore, poi, non è più ammissibile. Perché la società e il decoro ci obbligano ad offrire una determinata immagine di noi. Di riprendere la vita da dove si era interrotta, senza simbolici abiti neri e senza mostrare i segni del vuoto rimasto, perché quello è un fatto privato. E a nessuno interessa.

Vanessa Vaia

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Vanessa Vaia nasce a Santa Maria Capua Vetere il 20/07/93. Dopo aver conseguito il diploma al Liceo Classico, si iscrive a "Scienze e Tecnologie della comunicazione" all'università la Sapienza di Roma. Si laurea con una tesi sulle nuove pratiche di narrazione e fruizione delle serie televisive "Game of Series".