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Se la Norvegia utilizza il proprio fondo sovrano commodity per sostenere il welfare, la Cina ha creato nel 2007 quello che è il più grande tra i fondi sovrani non-commodity mondiali, ed il terzo in assoluto per valore degli assets – il China Investment Corporation – per espandere la propria economia.

La creazione del China Investment Corporation – e degli altri fondi cinesi – è stata un fattore di stabilizzazione dei mercati, e nel futuro sia prossimo che ad orizzonti più ampi si rivelerà una ottima base affinché la Cina diventi la prima potenza economica del mondo, e con ottime possibilità anche geopolitiche.

Il fondo sovrano cinese, secondo il report al 31 dicembre 2016 – il più recente tra quelli attualmente disponibili – vale infatti più di 900 miliardi di dollari.

L’economia cinese prima del China Investment Corporation

Per diventare il colosso che conosciamo oggi, l’economia cinese ha compiuto un’evoluzione rapida nell’ultimo secolo – evoluzione tuttora in corso – dopo secoli di arretratezza.

Innanzitutto, quando si parla di Cina è sempre bene tenere a mente che la cultura cinese è nettamente differente dalla nostra: la filosofia confuciana e la religione taoista sostituiscono il sistema valoriale giudaico-cristiano, ed il marxismo-leninismo è ideologicamente opposto al capitalismo occidentale, che è di matrice luterano-calvinista.

Dopo una storia di economia di sussistenza agricola e di amministrazione simil-feudale che de facto si protrasse fino al secondo dopoguerra, l’economia cinese ha conosciuto una prima modernizzazione con i kol’choz, le fattorie collettive, e poi con l’industrializzazione pesante promossa dal Partito Comunista Cinese di Mao Zedong, con l’adozione dei piani quinquennali ed il tentativo fallimentare del Grande balzo in avanti del 1958.

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1959: fornaci da cortile per la produzione di ferro da acciaio, Xinyang, provincia Henan

L’economia pianificata è tuttora il sistema di base della Repubblica Popolare Cinese, che ha varato il XIII Piano Quinquennale 2016-2020 caratterizzato da «una crescita più lenta, ma di maggior qualità, e da un minor accento su investimenti ed export per puntare sui servizi e sui consumi interni».

Deng Xiaoping, leader cinese dopo la morte di Mao, stabilì un “socialismo di mercato con caratteristiche cinesi”, cioè un’economia pianificata all’interno della quale vi è posto per una economia di mercato interna nel rispetto dei limiti posti dallo Stato e per delle Zone Economiche Speciali nelle quali è consentito il mescolamento dell’economia di mercato all’economia pianificata.

La crescita e l’affermazione della Cina come superpotenza economica e politica passano anche per la transizione da economia di esportazione per il mercato estero ad economia di importazione e consumo per il mercato interno.

«È importante la percezione della crescita cinese come un traino per le economie in difficoltà e non come la causa dell’indebolimento delle altre economie»

[prof. Giovanni Andornino, 5 ottobre 2017]

Genesi del fondo China Investment Corporation

Il fondo China Investment Corporation nasce il 29 settembre 2007 per iniziativa del Ministero delle Finanze della Repubblica Popolare Cinese, come compagnia totalmente statale con un capitale iniziale di 200 miliardi di dollari. Secondo i dati forniti dal SWF Institute, il valore patrimoniale del China Investment Corporation è attualmente superiore ai 900 miliardi di dollari.
Differentemente dal Government Pension Fund norvegese, l’amministrazione del China Investment Corporation è slegata dalla Banca Centrale nazionale.

Secondo l’attuale presidente della compagnia, Tu Guangshao, il China Investment Corporation si è avvantaggiato con una buona reputazione, la forza finanziaria, una rete globale in espansione e con la capitalizzazione delle opportunità di investimento derivanti dalla Belt and Road Initiative. China Investment Corporation, infatti, ha svolto da mediatore tra le imprese cinesi e quelle straniere per facilitare la cooperazione negli investimenti ed ha raccolto i fondi per avviare progetti di investimento diretto d’alto profilo in diversi Paesi.

Particolarità del fondo è quella di non attingere alle riserve, bensì di essere stato creato tramite l’emissione di obbligazioni con un interesse garantito del 4.5%, il che significa che per mantenere il pareggio il China Investment Corporation doveva trarre, nel 2010, utili per più di 44 milioni di dollari al giorno.

Le prime acquisizioni del China Investment Corporation sono state nel settore finanziario: il 10% del Gruppo Blackstone, il 9,9% di Morgan Stanley, quote del fondo First Reserve, ed inoltre ha partecipato alla ricapitalizzazione delle quattro principali banche d’investimento cinesi.
Nel 2009 il China Investment Corporation ha investito in quote Apple, Coca-Cola, Goodyear e nei settori energetico, immobiliare e minerario in Paesi come Australia, Brasile, Canada Indonesia e Kazakhstan.

Il nuovo corso di China Investment Corporation

Nel gennaio 2011, con l’avvio del XII Piano Quinquennale 2011-2015 che puntava verso il welfare e l’alta tecnologia, il China Investment Corporation si è adeguato alle prospettive del Governo, portando l’orizzonte degli investimenti ad un periodo di 10 anni.

Per realizzare la “crescita economica che traini gli altri”, la Cina tramite il China Investment Corporation ha investito in Africa diversi miliardi di dollari, costruendo infrastrutture in cambio di risorse.

Solo nel gennaio 2017, Pechino ha promesso 50 miliardi di dollari di investimenti in Madagascar, Zambia, Tanzania, Repubblica del Congo e Nigeria. In particolare, si parla della costruzione di ferrovie per più di 1,2 miliardi di dollari tra Tanzania e Zambia, oltre a quelli investiti in Nigeria.

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Gli investimenti cinesi in Africa tra il 2005 ed il 2015 [American Enterprise Institute-Mercator Institute for China Studies-Wall Street Journal]
Negli scorsi anni, la Cina ha investito in Kenya 4 miliardi di dollari per la costruzione di una ferrovia ed un’autostrada; in Etiopia, invece, si è investito sulla metropolitana di superficie di Addis Abeba, oltre che su un’autostrada e soprattutto su una ferrovia che mette in collegamento la capitale etiope con Gibuti, capitale dell’omonimo Stato, e soprattutto con il porto cinese ivi costruito all’imbocco meridionale del mar Rosso.

In Angola, ex colonia portoghese ricca di petrolio e diamanti e dal passato comunista, gli investimenti sono giunti per costruire città moderne dotate di complessi residenziali popolari, fabbriche, uffici, centri di formazione ed ospedali, ma la crisi del prezzo del petrolio e l’abbassamento del prezzo delle materie prime, che hanno aumentato il debito dell’Angola e di numerosi Paesi africani nei confronti della Cina, hanno fatto sì che la popolazione locale, già povera, non potesse permettersi di trasferirsi nelle nuove città, lasciando così delle moderne ed inquietanti città fantasma.

In Europa, fondi cinesi sulla carta terzi rispetto al China Investment Corporation sono proprietari o azionisti di 6 squadre di calcio in Spagna, 3 in Italia, 8 in Inghilterra, 1 nei Paesi Bassi, 4 in Francia, 3 in Portogallo, 1 in Repubblica Ceca, 1 in Belgio, 1 in Danimarca, oltre a 2 in Australia ed 1 in Brasile. Ciò rientra nella strategia di rete di relazioni (in cinese guanxi) e di presentabilità e reputazione dei soggetti come conseguenza delle dinamiche sociali (in cinese mianzi), volte a far vedere gli investitori cinesi come partner seri ed affidabili dei quali non avere timore.

Cosa dicono i numeri su China Investment Corporation ed economia cinese

I dati contenuti nel report annuale 2016 China Investment Corporation, tuttavia, rivelano più di quanto gli investimenti in Africa lascino intuire circa la Belt and Road Initiative.

Per esempio, dal report è noto l’ammontare degli investimenti cinesi dal 2005 al 2016 nelle principali destinazioni: su 686 miliardi di dollari, meno di un terzo è stato investito in Paesi tecnologicamente avanzati, ed il restante è stato investito in Paesi ricchi di risorse naturali.
Le percentuali si invertono invece se si considerano i settori: quasi due terzi degli investimenti riguardano la tecnologia e poco più di un terzo è nelle risorse.

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Gli investimenti del China Investment Corporation per settore [CIC Annual Report 2016]
Ciò è segno della volontà di Pechino di sviluppare qualitativamente il proprio settore industriale attraverso l’acquisizione e l’accesso a tecnologie e know-how occidentali. In questa ottica, per il China Investment Corporation è conveniente partecipare con quote di minoranza, lasciando gestire agli altri i capitali.

Perché China Investment Corporation ha migliorato l’economia cinese

David Marchick nel 2008 sosteneva come «negli ultimi 50 anni nessun investimento di fondi sovrani ha compromesso la sicurezza nazionale in nessun Paese» e che, quindi, «le preoccupazioni attuali siano basate su ipotesi smentite da 50 anni di investimenti responsabili in virtù di ragioni economiche», sebbene «la retorica negativa e la pressione politica possano costituire freni agli investimenti».

Gli investimenti effettuati dal China Investment Corporation in particolare e dagli altri fondi cinesi hanno contribuito al miglioramento delle conoscenze tecnologiche nazionali: ciò ha indubbiamente costituito un vantaggio per il Paese, che ha così potuto produrre beni di qualità superiore oppure in maggiore quantità, espandendo dunque le frontiere di produzione.

Gli investimenti, inoltre, hanno prodotto utili che sono stati tassati secondo la legge cinese: in tal modo, anche lo Stato ne ha tratto un considerevole beneficio.
È ragionevole supporre che i cittadini cinesi abbiano beneficiato di retribuzioni migliori, o che a più lavoratori sia stato garantito un salario, o che ne sia derivato un incremento delle prestazioni offerte tramite il welfare, ed è ragionevole supporre che siano pertanto aumentati i consumi interni. Ciò stimolerà la domanda interna, e di conseguenza come da programmi del Governo l’economia cinese si orienterà maggiormente verso l’importazione o la produzione di beni di consumo.

Le acquisizioni di assets all’estero hanno contribuito al rafforzamento dell’immagine e dell’affidabilità della Cina nel suo complesso, rendendo più apprezzati i pagamenti in valuta cinese: con una valuta più forte, la Cina diminuisce le esportazioni di massa per aumentare le esportazioni di beni di qualità superiore, ed al contempo aumenta le importazioni di beni di qualità inferiore.

Gli interventi in Africa ed in Asia centrale hanno portato alla Cina un vantaggio per quanto riguarda l’approvvigionamento di materie prime, ed agli altri Stati coinvolti un vantaggio in termini di infrastrutture: questo tuttavia non è stato un investimento strutturale volto alla formazione delle popolazioni, bensì allo sviluppo di economie dipendenti da quella cinese. Si può sostenere che sia una situazione di WIN-win, con un notevole guadagno per la Cina ed un vantaggio minimo per gli altri Stati.

Quanto ai Paesi avanzati ed industrializzati, è lecito sostenere che le iniezioni di capitali cinesi abbiano contribuito a dare respiro ad economie in affanno e con una crescita più lenta di quella cinese, e ad evitare in certi casi tracolli economici.

Simone Moricca

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Nato nel 1992, campione di "Genius" nel 2004, vincendo 27 puntate consecutive ed un torneo dei campioni. Concorrente di quiz per professione.