Mezzo busto di Charles Dickens, Alfred Bryan (1852-99).
Mezzo busto di Charles Dickens, Alfred Bryan (1852-99). Fonte: Wikimedia commons

Era il 1836 quando l’appena ventiquattrenne Charles Dickens pubblicò la prima di diciannove puntate del Circolo Pickwick. Lo stesso anno gli venne proposto di scrivere i testi per una serie di vignette sportive di Robert Seymour. Dickens riuscì a rovesciare il rapporto e a rendere la vignetta vicaria della narrazione, montata sullo schema del romanzo picaresco e ispirata alla tradizione settecentesca del comico.
Viste le coordinate temporali, non possiamo non interrogarci sul suo status: se il romanzo (soprattutto quello ottocentesco) è un sistema prosaico complesso, come può Pickwick, col suo andamento narrativo borderline ottenere questa etichetta?

La tradizione dell’opera

Dickens, da narratore, pone infatti il suo sguardo verso il romanzo picaresco e una struttura che ricorda quella di una raccolta di novelle, amalgamate e cucite insieme solo grazie al cammino dei suoi protagonisti. Nello specifico, il Circolo Pickwick ripropone la tradizione gotica settecentesca mentre cerca di rispondere al bisogno dell’episodicità: scene a sé stanti (la spaccatura si nota anche dalla scelta di tempi verbali differenti) che sembra cerchino voler catturare di continuo l’attenzione del lettore e spingerlo ad attendere con ansia la puntata successiva. L’opera divenne presto un caso letterario: il pubblico ormai attendeva gli episodi mensili con trepidazione e questi venivano letti ovunque e da tutti: secondo Oreste Del Buono, nelle famiglie, nei cortili, si aspettava che chi ne aveva i mezzi comperasse il fascicolo e lo leggesse a chi non ne aveva la possibilità.
Una carta vincente è stata sicuramente la capacità di ritrarre la città in tutti i suoi multiformi aspetti: Dickens aveva l’abitudine di passeggiare ogni giorno per 15 miglia ca. per le strade di Londra, per carpirne ogni sfumatura. Da questa preparazione nasce un realismo narrativo esasperato che prende il lettore per mano e lo accompagna tra strade che ben conosce, per poi abbandonarlo in un reticolo spaesante di una città che si tiene ben stretti i suoi spaventosi misteri.

Pickwick in balia di una società indecifrabile

Pickwick si muove nel mondo come un bambino, l’Idiota dostoevskiano che non conosce né il male né il doppio gioco, ma che ammira il nuovo con sguardo puro e innocente. A spingerlo è la curiositas dell’eroe classico, una genuina sete di conoscenza che non lo renderà mai tracotante ma che, semplicemente, lo spingerà verso l’esplorazione. Pickwick intraprende un viaggio con taccuino alla mano e, nel farlo, appare come la parodia di un Don Chisciotte: un uomo dal pensiero anacronistico, che non conosce altro se non i suoi solidi valori. Ad aiutarlo e soccorrerlo in ogni evenienza è Sam Weller, un lustrascarpe destinato a indossare i panni del suo personalissimo Sancho Panza.
L’opera vuole essere un resoconto dei viaggi che il signor Samuel Pickwick, fondatore del Circolo Pickwick, compie nel maggio 1827 assieme agli amici Nathaniel Winkle, Augustus Snodgrass e Tracy Tupman attraverso l’Inghilterra del primo Ottocento, con l’intenzione di descriverne gli abitanti, fra situazioni paradossali e personaggi bizzarri. Fin dall’inizio delle loro avventure, il gruppetto viene notato da Jingle e dal suo domestico Job Trotter, due abili delinquenti che non faticano a ingannarli.

Charles Dickens, Il Circolo di Pickwick volume 1 - Illustrazione 17 (1897)
Charles Dickens, Il Circolo di Pickwick volume 1 – Illustrazione 17 (1897) Fonte: Wikimedia commons

La parola come mezzo salvifico

Grazie all’utilizzo di un tono ironico e satirico, Charles Dickens riesce a far ridere i suoi fruitori introducendo anche argomenti amari e di denuncia. La narrazione procede per giochi di doppi e di contrasti e analizza, seppur spesso con un’amplificazione dal risultato comico, le usanze e i rapporti di poteri della società civile.
Non a caso, una delle prime novelle incastrate nella trama principale è la “Storia del saltimbanco”. Questa è introdotta da un discorso metapoetico di Snodgrass «la poesia, è per la vita, quello che luci e musica sono per la scena. Togliete a questa i suoi falsi ornamenti e le illusioni a quella e cosa resta dell’una e dell’altra che metta conto di vivere o curare?»

Dickens era un maestro della parola e, nelle sue opere, si avverte il suo fisiologico bisogno di narrare storie, ma in che condizioni vivevano gli artisti ottocenteschi?

«Chiunque sia al corrente delle cose di teatro sa quanto siano miserabili e gli affamati che s’indugiano intorno a un palcoscenico: non certo attori regolarmente assunti ma ballerini, comparse, acrobati che vengono presi nel corso di una pantomima e poi buttati fuori [..]» così il viaggiatore tetro introduce la storia del Saltimbaco, un uomo ricco di sogni, destinato a morire disilluso e impoverito.

Una giustizia inafferrabile

Il tema politico è quello più sviluppato ed è anche quello destinato a evolversi, storia dopo storia, con tinte sempre più fosche. Inizialmente Pickwick si ritrova immischiato in rocambolesche elezioni dei partiti locali della Contea. Qui si stupisce di fronte alla follia della folla: una massa informe che non vuole e non ha bisogno di conoscere il motivo per il quale si applaude. Il suo è un boato assordante di trionfo o di sprezzo, nei confronti di uomini dal volto paonazzo che urlano dal balcone le loro motivazioni. Una simile massa non-pensante ha indubbiamente permesso anche di farsi comprare il voto con la promessa di oggetti economici e superflui, quali ombrellini verdi da signore. Eserciti di ombrellini si riversano quindi per le strade, proteggono dal sole quelle dame pronte a intenerirsi appena il primo politico riuscirà a pescare un bambino paffuto e dargli un bacio o una carezza.

Questa sfilata carnascialesca si consuma come anticipazione dei problemi che invischieranno lo stesso Pickwick. Sembra infatti che Mrs. Bardell, la padrona di casa di Pickwick, abbia frainteso le intenzioni del nostro protagonista e gli abbia mosso causa legale per mancata promessa di matrimonio.
Questo presupposto è solo l’inizio degli incubi per il povero Pickwick. Con un tono kafkiano, Dickens narra di come la Legge e la Giustizia siano lontanissime e inafferrabili. Ciò che dovrebbe giudicare e rinfrancare l’uomo, permettendo una pacifica convivenza sociale, in realtà crea vittime innocenti e inconsapevoli, colpevoli di trovarsi nel momento sbagliato, nel posto sbagliato. Questa tematica viene nutrita da altre influenze tipicamente ottocentesche, le stesse che contemporaneamente avevano ispirato Honoré de Balzac per la sua Comédie humaine. Balzac nel 1837 pubblica Gli impiegati, un romanzo satirico in cui l’autore delinea l’ufficio e chi ci lavora come un luogo intriso di rapporti umani, di una fitta trama di scontri e alleanze, giuramenti e menzogne: qui, come animali in uno zoo, gli impiegati appaiano tramite le loro caricature e vengono osservati e derisi. Allo stesso modo, Dickens delinea l’ufficio dei suoi avvocati. Essi «godevano tanta parte di sole e cielo quanta in fondo a un pozzo assai profondo e senza la possibilità di vedere le stelle». Come il loro habitat, anche il loro tempo è scandito dall’artificio: il pesante rintocco della pendola è il sottofondo di un edificio in cui, a regnare, c’è l’attesa snervante, la vanità e l’ignoranza legislativa. Torreggiante, il signor Dodson si presenta come una creatura mitologica, metà uomo e metà scrivania e, suo primo impiegato, il signor Fogg, con il suo nome parlante delinea la sensazione di fumosità e di confusione che personifica in toto l’ambiente di cui è emissario.

Alessia Sicuro

Laureata in lettere moderne, ha in seguito ha conseguito una laurea magistrale alla facoltà di filologia moderna dell'università Federico II. Ha sempre voluto avere una visione a 360 gradi di tutte le cose: accortasi che la gente preferisce bendarsi invece di scoprire e affrontare questa società, brama ancora di tappezzare il mondo coi propri sogni nel cassetto. Vorrebbe indossare scarpe di cemento per non volar sempre con la fantasia, rintagliarsi le sue ali di carta per dimostrare, un giorno, che questa gioventù vale!

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