Antonio Conte
fonte: fcinter1908.it

Qualcuno lo definisce il Re Mida degli allenatori, dategli torto.
Tutte le squadre che prende fra le mani diventano… squadre.
Antonio Conte sembra avere un dono, un talento primigenio, eppure sarebbe troppo miope e ingeneroso nei suoi riguardi attribuire il tutto a una qualche formula magica, a uno scherzo del destino, un imprinting. Perché i risultati – prima con la Juventus, poi con la nazionale e il Chelsea, ancor prima con il Bari e il Siena – sono frutto di attitudine, ma soprattutto di studio, mentalità, applicazione, passione, duro lavoro, per lui e per i suoi giocatori.

“I giocatori li ammazza in settimana” dicono – non a caso – i suoi ex colleghi. Sacrificio. Il suo testa bassa e pedalare non è una di quelle frase fatte dette a inizio precampionato in conferenza stampa: è un mantra.

antonio conte
fonte: progettoitalianews

E ora, dopo sei vittorie su sei in campionato, dopo che i sacrifici si sono trasformati in soddisfazioni, le parole si sono tramutate in fatti, sono partiti i panegirici. Si diceva la stessa cosa di Roberto Mancini appena qualche anno fa, con una partenza simile, alla Hamilton. Poi sappiamo com’è andata. Ma no, stavolta il “sei su sei” ha un sapore diverso, non sembra frutto del caso. Perché anche l’Inter avrà i suoi momenti di crisi, anche lei cadrà, magari già domani a Barcellona – sarebbe una sorpresa il contrario, e probabilmente non arriverà a contendere lo scudetto alla Juve, forse arriverà sudando in Champions. O, forse, non ci arriverà affatto.

Ma in ogni caso, alla fine di questa annata, Antonio Conte sarà da omaggiare, da studiare

Perché il calcio è pieno di innovatori, predicatori di una filosofia in grado di cambiare ogni volta il modo di intendere il pallone – il Cholismo, il Gegenpressing , il Tiki Taka, ma l’Antonio nazionale, invece, oltre che di una filosofia, è portatore di un metodo, di una lezione. Un metodo uniforme che va dall’allenamento all’autogestione della vita privata del calciatore che punta, in ultimo, a una sua responsabilizzazione, professionale e non. Lo diceva già in un’intervista alla rivista Sette nel 2012: “I miei calciatori devono imparare ad autoresponsabilizzarsi, nell’alimentazione, nel riposo, nel fare l’amore. Non solo in campo. Ma devono capirlo da soli, altrimenti sembrerebbe di trattarli da bambini se dovessi intervenire”.

E poi questo suo metodo si applica anche al campo, negli allenamenti. Antonio Conte è a tutti gli effetti un loco come Marcelo Bielsa, l’allenatore cileno, solo molto più cauto, pragmatico, razionale:

“Sono malato di calcio. Studio fino allo sfinimento i miei calciatori, come metterli in campo, i movimenti che devono fare. I miei calciatori devono sapere cosa fare in ogni situazione di gioco”.

E mica finisce qui. C’è l’ambizione, quella spinta inarrestabile viva in alcuni esseri umani che vogliono lasciare un segno del loro passaggio in questo mondo. Era chiaro già nel 2002, al suo arrivo ai bianconeri: “La Juventus è un punto di partenza”. Sembrava una frase buttata lì, detta in conferenza tanto per. E invece, da allora, sono arrivati tre scudetti con i bianconeri, una partecipazione all’Europeo da protagonista con una squadra di giovani speranze e onesti mestieranti, un campionato inglese al primo anno, e infine la grande sfida Inter, la rivale di una vita, una storia ancora tutta da scrivere.

Antonio Conte
Photo: Andrea Staccioli / Insidefoto

E prima di tutto questo, lo scivolone di Arezzo. Perché anche i migliori possono sbagliare. Fu un anno tribolato, Antonio Conte venne esonerato, ma i problemi del club erano altri, strutturali, non a caso venne subito richiamato e ottenne con gli aretini ventiquattro punti nelle ultime dieci partite, retrocedendo in Lega Pro a fine stagione solo per colpa di una penalizzazione che, se non ci fosse stata, avrebbe sancito l’undicesima piazza per il club. Questo per sottolineare come anche il fallimento sia spiegabile quando si parla di certe personalità.

E ora cosa manca? Niente

La storia ha già decretato di che pasta è fatto. I detrattori, giornalisti dalla penna troppo sciolta, hanno provato a ferirlo nei suoi punti deboli: il calcioscommesse, le coppe europee, e infine – per mera mancanza di argomenti – i suoi capelli. Nemmeno questo l’ha abbattuto, figuriamoci.
E ora Antonio Conte non vuole fermarsi più, nemmeno domani, quando sarà al Camp Nou a guardare negli occhi, senza timore, gli alieni del Barcellona.

Enrico Ciccarelli

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