Il pillolone di Sochi: che ognuno stia al proprio posto
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I titoli per l’ultimo weekend trascorso dalla Ferrari sono pressoché stati consumati tutti in giro per le testate giornalistiche di spicco. Senza un’entrata a effetto sembrerebbe difficile rientrare a capofitto in quello che è stato il Gran Premio di Sochi di qualche giorno fa, con l’emblematica vittoria di Lewis Hamilton e il ritorno di fiamma settembrino della vettura di Maranello, che però è inciampata su una buccia di banana con le sembianze di una centralina elettrica.

Al giro 28, infatti, dopo essere rientrato dietro al compagno di squadra e realizzato il tanto agognato scambio di posizioni con Charles Leclerc, il muretto ha intimato a Sebastian Vettel di parcheggiare la sua numero 5 per un problema alla centralina dell’ERS. Questo handicap, che solo dopo alcune ore è stato associato anche ad una perdita dell’ isolamento elettrico della monoposto del tedesco, è di conseguenza diventato grasso che cola per le due Mercedes, che approfittandone e dimezzando i tempi per la sosta ai box grazie al procurato regime di VSC (Virtual Safety Car) sono andate a vincere.

Lewis Hamilton, vincitore del Gran Premio di Sochi, in una gara che lui e un pizzico di fortuna hanno saputo furbamente portare dalla sua parte

Un flash ha verosimilmente deciso un intero gran premio, trasformandolo da una quasi certa doppietta Ferrari a preda di un team, Mercedes, che per quanto in ritardo sugli sviluppi della rossa nelle ultime settimane, da anni ha dalla sua il piacere di vantare la vettura meno discontinua (e più performante) del paddock. Questo per dire che, seppur secondi e dietro la Ferrari, anche su tracciati che mostravano con evidenza dei tratti meno favorevoli per il team di Woking (vedi Spa e Monza), il ritardo accumulato dalla SF90 ha lanciato finora solo un piccolo allarme nel box tedesco, non essendosi ancora delineato su un gap ben preciso (e con un mondiale, tra l’altro, che mette la Mercedes nella condizione di potersi evitare dei rischi). Insomma, euforia del momento o chissà cosa, sta di fatto che dopo il grande momento di Leclerc (o predestinatoh, per dirla alla Vanzini) e il toccante ritorno alla vittoria di Sebastian Vettel, tra i ferraristi qualche ala qualcuno l’ha spiegata troppo presto.

Non c’è dubbio che questo mese abbia qualcosa di propizio per il team, che nello specifico sembra aver superato tutti i limiti visti finora (da sottolineare il ritorno ad agosto di Simone Resta), beneficiandone soprattutto in velocità di punta e in un giusto assetto su piste anche di medio-alto carico aerodinamico (proprio come a Sochi e a Singapore). Nella stessa filosofia rake che la monoposto predica da diversi anni (con muso e fondo a picchiare sull’asfalto), sono stati introdotti nuovi pacchetti aerodinamici che pare abbiano capovolto le carte in tavola e reso la SF90 molto competitiva pure nella gestione degli pneumatici e nella stabilità in curve lente (vero tallone d’Achille a inizio stagione).

A Sochi a briglie sciolte e col capo assente

Quello che però dà voce alle bocche della maggior parte dei tifosi del Cavallino è altro, e, se da un lato ciò è positivo (del resto non pretendiamo tutti di saper rassettare una monoposto meglio di un gruppo di ingegneri di Maranello) dall’altro fa sì che il grosso del flam si concentri sull’ipotesi della piccola (e fisiologica) rivalità che c’è tra Sebastian Vettel e Charles Leclerc che è continuata anche a Sochi.

Attenzione, perché gran parte del problema tendiamo a crearlo noi, che pretendiamo di dover trovare appagamento nel mettere a turno qualcuno sul piedistallo, tanto che, se potessimo, sceglieremmo ogni domenica un primo posto diverso, scambiandolo a iosa tra i due ferraristi. Sappiamo che la Ferrari, e i suoi tifosi, non sono brillanti di natura nel gestire due potenziali primi piloti, e questo è un grande limite. Un limite che, nonostante le apparenze, probabilmente sarà stato d’intralcio anche ad altri e non lo sappiamo; pensiamo al recente mondiale 2016, quando la rivalry in Mercedes che imperversava tra Nico Rosberg e Lewis Hamilton doveva venire smorzata di settimana in settimana (il compianto Niki Lauda avrà sudato freddo molte volte).

Charles Leclerc, tra l’altro, oltre ad essere indiscutibilmente talentuoso, dietro il bancone di un bar vi direbbe di non avere ancora ventidue anni, la qual cosa lo rende potenzialmente molto influente sul team (che si spera potrà e vorrà lavorarci insieme a lungo). Questo carattere esuberante e schietto del monegasco ha stretto la Ferrari in una morsa in diverse occasioni, che però in pubblico si è dimostrata poco chiara e autoritaria a risolvere.

Quello che è successo a Sochi nei primi giri è emblematico, e per certi versi malediciamo chi ha fatto sì che tutti i team radio fossero pubblici, finanche il chiacchiericcio adolescenziale che si è triangolato tra Vettel e Leclerc tramite il “povero” muretto. Insomma, si discuterebbe di poca cosa nell’argomentare chi magari, secondo il parere dell’ascoltatore ingenuo (che siamo noi), debba aver avuto ragione sull’altro, ammesso che si trovi un senso a pretendere uno scambio di posizioni quando il tuo compagno va più forte. Resta, invece, decisamente più importante sottolineare che in vicende del genere è il team che perde punti e credibilità, soprattutto nella testa dei piloti e alla luce di chi il gran premio lo vede.

Il disperato inseguimento di Leclerc su Bottas, dopo che il monegasco aveva deciso di mettersi a parità di gomme per cercare, addirittura, il primo posto

Qualcosa di acido aleggia sicuramente nel box Ferrari, ed è normale che in uno sport così individualistico quale la F1 la scuderia debba servirsi della personale motivazione di ognuno per mirare al massimo risultato ogni volta. Basterebbe, come esempio, il primo stint in gara di Vettel, che gli è valso il diritto di restare primo e di non rischiare uno scambio di posizioni con Hamilton alle calcagna. Scambio che poi è avvenuto chirurgicamente e nelle condizioni migliori possibili, con un pit-stop, a seguito del quale si sarebbe dovuta aprire un’altra gara (dove Charles Leclerc sbaglia a credere che sarebbe stato primo da lì alla fine).

Ad ogni modo, la presenza del team è scarsa e l’accentramento su Binotto di tutte le responsabilità che dovrebbe accollarsi un team principal è da mesi un problema di difficile risoluzione. Sta di fatto che quelli che si chiamano ordini di scuderia in Ferrari si tramutano spesso in sereni consigli spassionati, o che si dimentichi che il ruolo di prima guida quest’anno – nonostante tutto – lo detiene ancora Sebastian Vettel, e che infine i piloti dovranno rientrare presto nell’ottica di stare il più possibile al loro posto, anziché palesare ancor più le difficoltà di gestione dei singoli che la Ferrari ha tra i suoi peggiori difetti (lo abbiamo visto a Sochi).

Diventerà chiaro, in questo modo, che fare più manfrine di una scuderia che dovesse giocarsi il mondiale di F1 (quando invece fino a poche gare prima di questa poteva addirittura sfumare incredibilmente il secondo posto) è pressoché inadatto al contesto del motorsport più importante e famoso del mondo.

Nicola Puca

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