Mobilitazione contro il G20: convergenza in piazza
Fonte: FanPage

La mobilitazione contro il G20 di Roma era una promessa. Una promessa fatta nel luglio scorso a Genova in occasione della commemorazione del ventennale dal G8, quando si è deciso che la memoria delle giornate di vent’anni fa doveva essere la spinta per l’inizio di una nuova contestazione aperta a tutte le forze della sinistra che, ancora oggi, si oppongono al capitalismo globale. La parola chiave di questo nuovo progetto era convergenza e, in questo 30 ottobre romano, sembra aver funzionato.

Il corteo contro il G20 – alla cui presidenza troviamo oggi l’Italia – si svolge in una Roma assolata, con la zona del corteo presidiata da decine di blindati delle forze dell’ordine e reparti celere impegnati nella chiusura delle vie laterali al percorso della manifestazione: le strade strette del quartiere Testaccio e del Lungotevere in direzione Piazza della Bocca della Verità. Il tutto sotto l’occhio sempre vigile degli elicotteri che, sin dal venerdì, sorvolavano gran parte del centro storico capitolino.

Le contestazioni al vertice dei “grandi” del mondo erano iniziate in mattinata, quando gli attivisti di Extinction Rebellion e Rete Ecosistemica Roma hanno bloccato il traffico sedendosi sulla carreggiata davanti alla sede del Ministero della Transizione Ecologica. Il presidio si è concluso quando i dimostranti sono stati presi su di peso dalle forze dell’ordine e trascinati via per sgomberare l’area.

Il corteo contro il G20, invece, parte da piazzale Ostiense intorno alle 15. A dare inizio alla marcia sono gli operai della GKN di Firenze in mobilitazione dall’estate scorsa che, venuti in almeno trecento, si prendono lo spezzone centrale del corteo intonando il famoso coro «Occupiamola fino a che ce ne sarà…», presto divenuto il principale del corteo, gridato così forte da coprire il costante volteggio degli elicotteri sui manifestanti.

La testa del corteo è occupata dai giovani Fridays For Future che, dietro a uno striscione che recitava «Voi G20, noi il futuro», ballano e scandiscono slogan in inglese a favore di un immediato intervento per contrastare il cambiamento climatico. Lo spezzone di chiusura del corteo, inizialmente affidato ai militanti di Potere al Popolo, ospita infine le bandiere di Rifondazione Comunista.

In mezzo, di tutto: bandiere No Tav, i tantissimi della FGC, alcuni anarchici contro il green pass, gli studenti in lotta, Extinction Rebellion e anche il Partito Marxista Leninista Italiano. Ci sono i sudanesi contro il colpo di Stato di Khartoum dei giorni scorsi; ci sono i curdi del centro culturale Ararat che, quando si è diffusa la notizia dell’incontro a margine del G20 tra Mario Draghi e il Presidente turco Recep Tayyip Erdoğan, avrebbero accusato il governo italiano di essere complice del massacro perpetrato da Ankara nei confronti dei curdi in Rojava.

A permettere che le varie anime del corteo sfilassero senza incontrare tensioni interne (la presenza degli oppositori al green pass era una possibile fonte di preoccupazione per gli organizzatori della mobilitazione) è stato il funzionamento della convergenza, che tutti hanno trovato necessaria per l’unione di realtà politiche e sociali in grado di identificare le problematiche derivanti dalla globalizzazione economica – su tutte, la crisi ambientale, considerata battaglia delle battaglie.

Dopo una passeggiata di circa un’ora e mezza, il corteo raggiunge Piazza della Bocca della Verità per permettere ai militanti di Fridays for Future e agli operai in lotta della GKN di prendere parola. La scelta di quella piazza per la conclusione del corteo contro il G20 di Roma può essere considerata come una riconquista simbolica dei luoghi chiave delle mobilitazioni della capitale. Negli ultimi mesi, infatti, Piazza della Bocca della Verità è stato il luogo dal quale i complottisti che negano l’esistenza del Coronavirus o, ancor peggio, i militanti di Forza Nuova, hanno lanciato i loro proclami, alimentando un malcontento diffuso ma irrazionale che ha portato, tra le altre cose, all’assalto alla sede della CGIL a inizio ottobre scorso.

Mentre dal palco prendevano parola i rappresentanti di Fridays for Future, iniziavano a circolare titoli giornalistici su uno “stallo” al G20 per quel che riguarda gli accordi sul contrasto al cambiamento climatico. I 20 – con Cina e Russia collegati in videoconferenza – non riescono a mettersi d’accordo sulla riduzione delle emissioni di Co2 nell’aria. Subito dopo i giovanissimi ambientalisti, il microfono viene preso in mano da un rappresentante dei lavoratori della GKN, che propone un intervento più marcatamente politico di chi lo ha preceduto.

Esordisce affermando che lui e i suoi colleghi si definiscono dei partigiani e, una volta conquistata la folla, dichiara la volontà degli operai fiorentini in lotta: la creazione di una piazza unita in grado di costruire una solida «opposizione sociale» capace di smarcarsi dal malcontento cavalcato dall’estrema destra e che rivendichi un ruolo di primo piano nella guida del Paese.

La soluzione, per gli operai della GKN, è la nazionalizzazione di fabbriche dirette dai lavoratori auto organizzati perché, dichiara il rappresentante dal palco, «noi sappiamo come avviare la conversione ecologica» negli stabilimenti in cui lavorano da una vita. A quel punto, col sole ormai in discesa dall’altra parte del fiume Tevere, il corteo si ricompatta e torna al punto di partenza al grido di «Siamo tutti GKN», per poi sciogliersi gradualmente, senza provocare gravi problemi né di viabilità, né di ordine pubblico.

Gli operai in lotta di Firenze sembrano quindi i protagonisti del corteo contro il G20 di Roma, un elemento che fa ben sperare in ottica di creazione di un movimento anticapitalista che mette al centro il lavoro e i diritti a esso legati, tra i quali la salute e quindi il rapporto tra produzione e ambiente. Sono solo due i momenti di tensione durante il corteo: un fumogeno bianco lanciato in direzione delle forze dell’ordine (ma finito a metà strada) e l’esplosione piuttosto ravvicinata di due bombe carta, per le quali – ma di questo non abbiamo ancora nessuna certezza – un giovane è stato fermato dopo aver tentato la fuga.

I cecchini contro le possibili tensioni al corteo contro il G20, insomma, appaiono oggi una misura piuttosto esagerata, che però non ha scoraggiato le persone a prendere parte alla manifestazione. Una manifestazione pacifica, in cui la violenza non ha avuto spazio e non grazie alla grande quantità di forze di polizia schierate (che quasi non hanno impugnato gli scudi), ma grazie alla capacità delle varie anime del corteo di organizzare servizi d’ordine adeguati. Se i famosi black bloc, quasi invocati per innalzare il livello di tensione, ci fossero davvero stati, comunque difficilmente avrebbero potuto infiltrarsi negli spezzoni-guida del corteo.

Anche se il G20 di Roma finge di non ascoltare le voci che provengono dalla piazza, la mobilitazione contro i grandi della terra raccoglie tutti i temi più urgenti e rivendica il suo diritto di esistere e di essere considerato un interlocutore capace di offrire soluzioni – e su questo, la vicinissima Cop26 di Glasgow darà molte risposte. C’è qualcosa in embrione: la speranza è che possa prosperare.

Giovanni Esperti

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