Black Panther oscar

Black Panther è un buon film per ragazzi, niente di straordinario a livello tecnico (solo nel Marvel Cinematic Universe abbiamo avuto prove più convincenti quest’anno) né a livello narrativo, dove abbiamo la classica spirale dell’eroe che giunge a compiere il suo destino dopo mille peripezie.

Quindi no, forse non merita l’Oscar, nonostante sia lì con sette nomination, tra cui quella al Miglior Film.
Allora perché è lì? La chiave è da rintracciare nella portata sociale che Black Panther ha avuto per la popolazione nera. Per la prima volta una grandissima produzione mondiale, infatti, ha utilizzato un cast quasi interamente di colore: l’eroe, il nemico, i co-protagonisti, le comparse tutti (o quasi) sono rigorosamente black. Senza dimenticare la storia: il film racconta di un popolo africano opulento, tecnologicamente all’avanguardia, privilegiato per le materie prime e la tecnologia a disposizione. Una fantasia ben distante dalla realtà dei paesi africani, segnati dalle povertà e dagli squilibri sociali per la loro condizione di dominati nello scacchiere politico globale, e ancora più lontana dalla condizione di svantaggio di stampo razziale che la gente di colore subisce tutt’oggi nei paesi che si professano come “civilizzati”.

Black Panther Oscar

“Ecco come ci si sente bianchi” dice il popolo black vedendo il film. I bambini, le donne, gli uomini tutti hanno la stessa, magica, effimera sensazione..
Black Panther diventa, quindi, un “I have a dream” portato a compimento. Una profezia adempiuta, una favola, un cinecomic. Una proiezione di come il mondo sarebbe potuto essere. Di come potrebbe essere. Finalmente, (sebbene nella finzione) si ammira il protagonismo di un popolo troppe volte privato di opportunità e diritti civili, giungere al riscatto.
In quest’ottica, Black Panther è un simbolo. Un manifesto crepuscolare e fantasioso di un’idea. Un manifesto, però, tutt’altro che raffinato dal punto di vista della codifica e, per questo, disapprovato da molti.

D’altronde gli Oscar sono i premi del cinema o del sociale?

Ma è proprio questo il punto: Black Panther è un contentino, un riconoscimento cinematografico dato alla popolazione nera per celare sotto al tappeto una realtà sociale ancora oggi agghiacciante in termini di razzismo: questo ha affievolito le sue punte violente (non sempre), ha perso il suo valore di enunciato, ma non è scomparso, anzi, è diventato differenzialista, settoriale, silente. È ancora vivo nell’uomo, nelle pratiche sociali, nell’inconscio, nelle attitudini, come consapevolezza e retaggio.

Perché, vedete, come forma di umanità civilizzata ci si sente portatori di valori progressisti: uguaglianza, antirazzismo, pari opportunità. Ma a parte rari casi – di uomini il cui nome è stato disperso nel tempo – la verità è ben altra: l’uomo è ostinatamente portato alla sopraffazione, alla dominazione, individuale quanto collettiva, alla discriminazione delle differenze. Queste sembrano a volte scomparire, ma tornano prepotenti quando è in gioco la risorsa, l’opportunità, la scarsità di qualcosa. E sancire una differenza non è una colpa, perché quest’ultima è genetica, connaturata e definisce l’identità di riflesso. Ma l’umanità strumentalizza la differenza e ne fa una gerarchia.

Ed è questa, la vera colpa.

La storia, insomma, racconta questo: di dominanti e di dominati, di sopraffazione e di soprusi. Il presente racconta lo stesso, solo che si ammanta di un bel mantello di ipocrisia, di valori nobili celebrati in pompa magna, pronunciati come una bella filastrocca a Natale o – appunto – nei discorsi e nei riconoscimenti pubblici, come per Black Panther in occasione degli Oscar; ma lungi che qualcuno possa sentire questi stessi ideali nel profondo, come una genuina disposizione. Tutto questo palcoscenico si fa, forse, per convincersi in fondo che l’umanità sia migliore di quel che sembra, migliore dei suoi antenati, salvo poi sbattere ogni volta il muso contro la dura realtà. D’altronde chiediamoci quand’è stato che il genere umano si sia rivelato all’altezza degli ideali di cui a un certo punto si è fatto portatore. Nei fatti, tralasciando i discorsi.
Beh, a questa domanda abbiamo paura di dare una risposta.

Sotto questa luce, l’investitura di Black Panther appare ad un tratto triste. Un fumo negli occhi per celebrare l’incelebrabile. Una vergogna. Non per quei futili motivi artistici che credono in molti, ma perché è testimonianza di un’idea di progresso culturale sostanzialmente fallita – almeno ad oggi.

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Black Panther è, dunque, un’illusione, una mesta speranza destinata a spegnersi. La sua celebrazione.. un modo per i dominati di sentirsi migliori. Questo non significa che il messaggio di Black Panther non sia forte, necessario. Ma purtroppo è un messaggio evanescente, perché ha i tratti dell’onirico, svilito dalla realtà nella quale viviamo, di un Occidente che procede a grandi passi indietro in termini di diritti civili e universalità. Dunque, la celebrazione di Black Panther rischia di essere non tanto la risultante di uno slancio verso un reale progresso culturale che usa il cinema come mezzo prediletto, piuttosto l’afflato morente di quel celebre I have a dream”.

Un “I had a dream”.

Enrico Ciccarelli