Maurizio Zamparini

Se ne va Maurizio Zamparini. Senza dubbio uno dei presidenti più esuberanti ed appassionati che la Serie A abbia mai avuto. Un carattere particolare che si scontrava con quello di quasi ogni allenatore passato per la sua gestione, ma anche una indubbia capacità di scovare giovani talenti. Tra intuizioni geniali e scelte incomprensibili ed affrettate, sarà ricordato per il suo amore per il calcio che lo ha sempre contraddistinto.

Maurizio Zamparini era il classico presidente romantico, di quelli innamorati del calcio, della sua squadra e dei suoi calciatori. Il classico presidente che soffre per le sorti del suo gruppo e che non perde occasione per metterci la faccia quando le cose vanno male. Quel tipo di presidente coinvolto così tanto nelle vicende quotidiane della compagine da venire spesso identificato come il vero motore della squadra ancor prima dell’allenatore. In effetti, Zamparini era talmente coinvolto che spesso finiva per prendere il posto dell’allenatore. Non è un caso se nel corso di tutta la sua carriera da presidente – 32 anni – ne abbia cambiati ben 66.

Eppure, quella di Zamparini è stata una carriera di tutto rispetto, contornata da scelte coraggiose e da piccole soddisfazioni per uno che ha sempre e solo gestito piccole squadre, messe in ombra dai milioni e dagli investimenti delle solite grandi. Gli inizi negli anni ’80, quando acquista il Pordenone, per poi acquistare, nel 1987, il Venezia. Ed è proprio in Laguna che il vulcanico ed estroso presidente comincia a dimostrare che di calcio lui qualcosa se ne intende. Spende circa 100 milioni di lire e come premio per il suo sforzo, nel 1998 riporta finalmente il Venezia in Serie A a distanza di 30 anni dall’ultima volta, dopo essere partito dalla C2. La sua prima storica promozione in A si realizza grazie alle doti tattiche di Walter Novellino, allenatore in cui crede molto e che dopo l’esperienza in Laguna si siederà su varie panchine di Serie A. A Venezia Zamparini sarà ricordato anche per aver centrato, sempre in connubio con Novellino, la miracolosa salvezza al primo anno in A (1998-1999), quando tutti, al termine del girone di andata, davano i neroverdi per spacciati. Le reti di Pippo Maniero e le prodezze di Alvaro Recoba, strappato all’Inter in prestito nel mercato di gennaio, contribuiranno a centrare una insperata salvezza. Lascia Venezia in maniera turbolenta nel 2002, dopo essere ritornato in Serie B ed aver centrato nuovamente la promozione in A puntando su un tecnico emergente di nome Cesare Prandelli, che poi negli anni successivi finirà per sedere sulla panchina della Nazionale.

Arriva a Palermo portando con sé ben 14 giocatori in una delle esternazioni più emblematiche del suo carattere esuberante e vulcanico. In rosanero scrive la pagina più bella ed emozionante della sua carriera sportiva. In 16 anni si conferma un indiscusso scopritore di talenti, portando sull’isola giocatori del calibro di Toni – poi diventato centravanti di livello internazionale -, Grosso, Barzagli, Zaccardo, Barone – tutti poi laureatisi campioni del mondo -, passando per Corini, Miccoli, Sirigu, Balzaretti, Belotti, senza dimenticare i talenti esplosivi di Edinson Cavani, Josip Ilicic, fino ad arrivare agli argentini Pastore, Vazquez e forse al più talentuoso di tutti, Paulo Dybala. Al suo arrivo in terra sicula parla di progetto serio, di ambizioni, di cose concrete. E mantiene le promesse. Nel 2004 ottiene l’ennesima promozione in serie A, grazie all’ennesimo allenatore lanciato, Francesco Guidolin, che sarà protagonista coi rosanero negli anni a venire anche nella massima serie. Infatti, con il tecnico veneto il Palermo si qualifica all’allora Coppa UEFA per tre anni consecutivi (2005, 2006 e 2007). Sono gli anni nei quali il Palermo arriva finalmente a farsi rappresentante di una piccola realtà in cerca di miracoli, spinta dall’entusiasmo incontenibile del suo pubblico, ritornato in massa allo stadio anche grazie alla concretezza e al sentimentalismo del suo presidente. Miracoli tuttavia mai realizzatisi, ma soltanto sfiorati, come la finale di Coppa Italia persa per 3-1 contro l’Inter nel 2011 all’Olimpico di Roma. Anche in quell’occasione, una città intera si spinse in massa a supporto della sua squadra: l’Olimpico conterà più di 40.000 tifosi rosanero. Purtroppo, altrettanto burrascoso è il suo addio, nel 2018, ad un Palermo finito in bancarotta, costretto a dichiarare fallimento e a ripartire dalla Serie D sotto una nuova gestione. Le contestazioni di gran parte del pubblico palermitano sono tuttora dirette a lui, ritenuto responsabile della disfatta rosanero. Una storia d’amore, quella tra Zamparini e il Palermo, troppo bella per essersi conclusa in un modo così triste e ingeneroso.

Zamparini
Maurizio Zamparini, presidente del Palermo dal 2002 al 2018.
Fonte immagine: sicllianews24.it

Se da un lato Zamparini sarà ricordato per aver lanciato numerosi calciatori ed allenatori, dall’altro lato lo si ricorderà anche per la sua pessima gestione di alcuni allenatori passati sotto la sua direzione e per il pessimo rapporto avuto con alcuni di loro. Sarà lui stesso a pentirsi di aver sfruttato male alcuni allenatori del calibro di Spalletti, Gasperini, Pioli, Zaccheroni e De Zerbi, cui non ha probabilmente riservato la fiducia che avrebbero invece meritato e con cui si è scontrato per via del suo carattere forte e diretto. Non per altro gli è sempre stata addossata l’etichetta di “mangia-allenatori”. Durante la stagione 2015-16, a Palermo, cambia otto allenatori in un solo anno, con Iachini e Ballardini licenziati e richiamati per due volte a stagione in corso. Episodi che dimostrano la talvolta scarsa lucidità mostrata nella gestione della squadra, che inevitabilmente ne risente e fatica a produrre risultati. Tant’è che dopo la salvezza miracolosa di Davide Ballardini nel 2016 raggiunta all’ultima giornata, l’anno successivo il Palermo retrocede in Serie B, mettendo fine al suo ciclo d’oro in A.

Un carattere controcorrente, invadente, a tratti bizzarro ed incontenibile. Sempre pronto a sparare a zero contro tutto e tutti e a parlare in maniera franca davanti alle telecamere quando ce n’era bisogno. Più volte si è reso protagonista di dichiarazioni anti-sistema con il fine di difendere il suo Palermo. Nel 2010, a margine di una discussa sconfitta sul campo del Milan, aveva parlato di “un mondo pseudo – sportivo, dove i valori sportivi sono sempre più spariti e dove regnano i poteri economici e mediatici di 3 – 4 club che solo fra loro vogliono con ogni mezzo dividersi gli scudetti“. Ma a questa sua eccentricità si affiancava un’indiscusso ed innegabile amore per il calcio. Zamparini era un presidente innamorato del pallone, e dei suoi giocatori. Specialmente quelli che scopriva personalmente. Una persona generosa e capace di mostrarsi sensibile alle prodezze dei suoi giocatori, come quando Pastore lo fece scoppiare in lacrime dopo una giocata che mandò in rete Miccoli.

Insomma, se ne va un altro pezzo importante della storia calcistica italiana. E con lui quell’amore verso lo sport che pian piano sta scomparendo, sostituito dai meri interessi economici di presidenti e dirigenti sempre più affaristi e sempre meno tifosi.

Amedeo Polichetti

Avvocato appassionato di calcio, musica, cinema, politica. Scrivere è un modo per conoscere meglio se stessi.

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