Tarek Iurcich, la consapevolezza e l’umiltà di chi non porta Rancore

In un contesto come quello sanremese in cui da sempre regna uno spirito conservatore e la scarsa apertura nei confronti del nuovo che avanza, l’ascesa di un artista legato ai ritmi urbani piuttosto che alla melodia tradizionale va contro ogni previsione. Ciononostante il rapper Rancore è riuscito a ribaltare le logiche della più celebre kermesse canora italiana aggiudicandosi il Premio “Sergio Bardotti” per il miglior testo tra le canzoni in gara.

Sulla scia dell’apparizione alla scorsa edizione del Festival di Sanremo a fianco di Daniele Silvestri Tarek Iurcich – questo il nome all’anagrafe del rapper classe 1989 nato e cresciuto a Roma – ha calcato nuovamente il palco dell’Ariston presentando “Eden”, brano complesso e dal significato intrinseco, scritto a due mani con il produttore ascolano Dardust (al secolo Dario Faini).

Dal punto di vista strumentale il tocco magico del re Mida dei produttori si fa sentire, donando al brano quel suono moderno e il respiro internazionale che lo contraddistingue: l’impeto e l’irruenza del cantato, la parte orchestrale in continuo crescendo, la presenza degli spari a teatro così come la predilezione per una coreografia ad effetto si sono rivelate scelte alquanto azzeccate, dal momento che “Eden” di Rancore risulta a oggi uno dei brani della settantesima edizione di Sanremo più apprezzati in termini di ascolti.

Data la natura ermetica della canzone, ad un primo ascolto “Eden” potrebbe rivelarsi di non facile comprensione per un pubblico non abituato ad un certo tipo di linguaggio. Come consuetudine, anche per quest’occasione Rancore ha deciso di porre l’accento sull’essenzialità della parola e sul gioco di metafore. La scelta dell’artista è dettata dal desiderio di restituire a ogni termine nuova vita ,estrinsecando al contempo l’essenza nascosta della realtà: in questo brano «ogni rima ha più significati, ogni concetto più livelli» come egli stesso ha dichiarato.

“Eden” è un excursus sulla storia dell’umanità in cui Rancore muove una forte critica sociale. Sicuramente il passato può essere inteso come maestro di vita; purtroppo il genere umano per arroganza o vanagloria appare restio a imparare. In ogni luogo e in ogni epoca gli uomini tendono a ripetersi nelle loro azioni, errate o giuste che siano, riducendo la storia a un ciclo infinito. Di fronte a una realtà dei fatti che vede l’uomo come un essere ripetitivo e di conseguenza la storia come ciclica creare un nuovo futuro è possibile?

Il testo è un codice da decifrare.“Eden”di Rancore ruota intorno alla figura della mela, simbolo che attraversa realtà, culture e saperi molto differenti. Sullo sfondo delle più grandi conquiste umane, delle guerre, dei dissidi e delle tragedie compare sempre il più semplice e comune dei frutti conosciuti dall’uomo. Il consumo della mela, allegoria del bene e del male, dell’obbedienza e della disobbedienza, dell’amore e dell’odio segna il confine tra una vita gloriosa e un’esistenza pregna di insidie.

Nel racconto della Genesi la mela rappresenta l’elemento attraverso il quale l’uomo commette il peccato: tentata dal serpente, Eva indusse Adamo ad assaggiare il frutto proveniente dall’Albero della Conoscenza contravvenendo alla proibizione di Dio, che quindi li cacciò dal Giardino dell’Eden. Da allora i nostri progenitori biblici furono condannati a vivere un’esistenza difficile.

Anche per la mitologia greca il pomo rappresenta il frutto della discordia. Paride, chiamato ad individuare quale fosse la dea più bella, scelse Afrodite scatenando l’ira di Era ed Atena. La decisione del secondogenito di Priamo porterà dapprima al ratto di Elena e conseguentemente allo scoppio della sanguinosa Guerra di Troia combattuta per dieci anni da Greci e Troiani.

Il frutto proibito e il pomo della discordia non sono le uniche mele nominate da Rancore nella sua “Eden”. Numerosi i richiami culturali presenti nel testo: il rapper cita la mela rossa offerta dalla strega a Biancaneve per trarla in inganno; la prova della mela che il balivo Albrecht Gessler impose a Guglielmo Tell e fa riferimento al dipinto “Il figlio dell’uomo” in cui Renè Magritte utilizza il frutto acerbo come maschera per un volto umano.

La mela ha subito un’inarrestabile evoluzione assumendo nel corso della storia mille volti. Il poliedrico frutto rimanda altresì a importanti conquiste scientifiche e tecnologiche: seduto sotto un melo Isaac Newton ebbe la geniale intuizione che lo portò ad elaborare la sua teoria; fu una mela al cianuro a uccidere Alan Mathison Turing, formalizzatore dell’algoritmo ed inventore dell’omonima macchina; è ancora la mela il simbolo di una delle maggiori aziende informatiche al mondo, ossia la Apple.

Ed è la Grande Mela il luogo dove l’11 settembre 2001 avvennero gli attacchi suicidi coordinati alle Torri Gemelle e al Pentagono, attentati che provocarono la morte di quasi tremila civili. Dall’ignobile gesto del gruppo di terroristi di al-Qaida scaturì un clima di paura nei confronti del Medio Oriente, con conseguenti guerre in Iraq e in Siria.

Nonostante l’ottimo giudizio della critica che ha premiato l’audace scelta di Rancore di portare sul palco dell’Ariston tematiche totalmente distoniche rispetto ai tipici argomenti dei brani in gara, la giuria demoscopica non è parsa particolarmente entusiasta della performance del talentuoso rapper romano.

L’immeritato decimo posto nella classifica finale di quest’edizione del Festival della canzone italiana poco importa: il giovane ed umile Tarek è riuscito appieno nel suo intento di emanciparsi dagli stereotipi e dai pregiudizi associati al suo genere di riferimento. Se anni or sono il tanto bistrattato rap parlava solo alla sua gente, oggi si è convertito alla massa raggiungendo palcoscenici più vasti.

Vincenzo Nicoletti

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