fascismo antifascismo

La campagna elettorale che sta per volgere al termine è stata dominata da tematiche come fascismo e antifascismo, che per anni erano rimaste ai margini del dibattito pubblico. Ma più che a una presa di consapevolezza del nostro passato stiamo assistendo a un rifiuto generalizzato del nostro presente.

Mino Maccari affermava – anche se la frase è più spesso erroneamente attribuita all’amico Ennio Flaiano – che «il fascismo si divide in due parti: il fascismo propriamente detto e l’antifascismo». Se negli scorsi mesi di campagna elettorale vi siete imbattuti in questa massima o in una delle sue innumerevoli varianti (molto quotato anche il «fascismo degli antifascisti» di pasoliniana memoria) siete in buona compagnia, perché a citare Maccari-Flaiano o Pasolini svuotandoli di ogni contestualizzazione storica – e quindi, in definitiva, di ogni contenuto – sono state personalità eterogenee del mondo della cultura italiana (in senso esteso) come Massimo Gramellini, Vittorio Feltri, Diego Fusaro, Giuseppe Cruciani; insomma, personaggi che, piaccia o no, sono in grado di condizionare una parte dell’opinione pubblica.

Ma questo non è e non vuole essere uno sfogo fine a sé stesso che rivendica la necessità di un’interpretazione filologicamente corretta e rispettosa dei grandi nomi della nostra cultura (qui in senso stretto). Il tentativo di Wu Ming di smascherare la bufala di un Pasolini «anti-antifascista» – citata, tra gli altri, dal segretario della Lega Matteo Salvini – è certamente lodevole, ma non va al cuore del problema.

Sì, è vero, diversi esponenti politici e non stravolgono il senso di alcune affermazioni, decontestualizzandole, per raccogliere consensi. Sì, è vero, forse i vari Maccari e Pasolini si rivolterebbero nella tomba per la strumentalizzazione di alcune loro esternazioni. O forse se ne fregherebbero. Ma, ancora una volta, non è questo il punto. La vera questione è molto più semplice e prescinde da ogni travisamento ingenuo o consapevole di questo o quel grande autore. Siamo pronti a chiederci, piuttosto, perché nel 2018 è politicamente conveniente equiparare fascisti e antifascisti?

C’è una prima risposta, forse la più immediata, che dipinge l’Italia come un Paese che si sta riempiendo di fascisti dal volto buono, di persone che prendono le distanze dal gesto ma comprendono le ragioni della tentata strage di Traini a Macerata, per fare un esempio, e che quindi si trovano a proprio agio nell’assoluzione dal fascismo che implica l’equiparazione con l’antifascismo.

Questa è la risposta dell’antifascismo militante di sinistra, che si trova totalmente isolato in questo momento storico perché è rappresentato dai media come un fenomeno prettamente violento e intollerante, incapace di dialogare con forze politiche istituzionali. La retorica dei manifestanti figli di papà e dei comunisti col Rolex (se ve lo state chiedendo sì, fa strano citare Fedez e Pasolini nello stesso articolo…) è oggi più forte che mai ed è propagandata dai partiti di destra ma in fondo tollerata anche dalla sinistra istituzionale che sa che elettoralmente commistioni con i centri sociali possono portare più danni che vantaggi.

Ma la posizione di molti antifascisti militanti per cui chi non si professa apertamente antifascista è fascista resta comunque errata. Per quanto borioso possa sembrare, si tratta anche di una questione linguistica. Non ci si può limitare a far osservare a chi rifiuta di schierarsi nel dibattito tra antifascismo e fascismo che si tratta di termini mutualmente esclusivi e che, quindi, non si può non essere fascisti senza essere antifascisti. E invece oggi si può, perché il significato delle parole non è universalmente condiviso, anzi è ormai radicalmente cambiato.

La propaganda di destra ha funzionato, perché oggi «antifascismo» e «sinistra» sono quasi sinonimi, perché oggi diversi utenti sui social (che, vale la pena ricordarlo, raccolgono anche migliaia di like e non solo le risate degli amici al bar) possono liberamente definire Emma Bonino una pericolosa comunista basandosi sulla sua professione di antifascismo risultando tutt’altro che ridicoli.

Ma qual è la soluzione a questo spostamento di significato ormai introiettato a molti livelli nella nostra società? Non ci si può limitare a ripetere che l’antifascismo è un fenomeno culturale apartitico, un valore nel quale tutti da destra e sinistra dovrebbero riconoscersi al giorno d’oggi. O meglio, lo si può fare e si avrebbe assolutamente ragione, ma è utile?

Chi equipara fascismo e antifascismo è più probabilmente un moderato che un fascista (che anzi della sua diversità dagli antifascisti ne fa un vanto), qualcuno che nell’antifascismo vede una cultura violenta e che quindi la rifiuta per gli stessi motivi per cui rifiuta il fascismo. Certo, è un’equazione sbagliata, ma non pericolosa quanto un’altra retorica affermatasi negli ultimi tempi: il fascismo non esiste.

Finché la cosiddetta maggioranza silenziosa del Paese rifugge tanto i fascisti quanto gli antifascisti, identificando la totalità di questi ultimi con una minoranza di violenti, la questione è irritante, ma quando il fascismo non è neppure più rifiutato ma negato e ridotto a evento storico morto e sepolto allora la questione diventa grave.

E non si tratta della crescita del numero di fascisti duri e puri, ma dell’atteggiamento generale dell’opinione pubblica per cui ogni atto fascista come la tentata strage di Macerata viene derubricato a follia di un singolo pazzo e non è piuttosto considerato il prodotto di un’ideologia che implica violenza e sopraffazione.

La violenza ai danni di militanti di partiti di estrema destra come nel caso dell’aggressione a Palermo ai danni di un militante di Forza Nuova è condannata senza se e senza ma come antidemocratica anche dalla stampa liberale che insiste sulla necessità di una lotta tra idee e non tra uomini; il gesto di Traini è condannato, sì, ma… Ma Pamela… Ma l’immigrazione incontrollata… E poiché c’è sempre un altro ma, allora ne aggiungiamo uno noi: ma è possibile che non siamo davvero più capaci di riconoscere e condannare senza scuse la violenza fascista?

Davide Saracino

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