Identità di genere: perché è doveroso imparare a parlarne
fonte:http://www.psicologiainsiemelivorno.it/

Quando insieme alla difficoltà del narrare una vicenda tragica come quella di Maria Paola Gaglione e Ciro Migliore, si è presentato anche il problema di come narrare l’accaduto, una grave mancanza di conoscenza e disinteresse ha generato una narrazione irrispettosa dei fatti, che ha smascherato una totale inadeguatezza in materia di identità di genere, era ormai chiaro che bisognava imparare a parlarne. Un’ulteriore prova è stato il secondo coming out di Elliot Page, quando il suo dead name ha invaso i titoli dei giornali, una chiara questione di priorità, attirare l’attenzione del lettorə ha battuto l’utilizzo delle parole giuste e il rispetto dell’identità di una persona.
Come se non bastasse, però, quando il mese scorso è scomparsa Gianna, una donna transgender di 49 anni, sui manifesti funebri è stato stampato il suo nome di nascita, un nome che è stato una prigione, dal quale ha cercato di distaccarsi il più possibile, facendosi chiamare “Mary”.
L’identità di quante altre persone deve essere violata per acquisire qualche consapevolezza?
Ormai è inutile girarci intorno, è chiaro che non siamo ancora in grado di parlare di identità di genere, ma è arrivato il momento di imparare a farlo.

Testate nazionali che inondano le prime pagine di terminologie errate e irrispettose, creando personaggi fittizi con le loro parole che chiaramente non delineano le persone di cui stanno parlando e la loro identità di genere, protagonistə della narrazione sono fantasmi che vagano tra le pagine e generano sofferenza. Sfruttare l’autorevolezza di certe testate diffondendo informazioni utilizzando un linguaggio che non rispetta le scelte dell’individuə, proietta il disagio in larga scala e ne aumenta i catastrofici effetti sulle persone, per questo più che mai è necessario prestare attenzione, creare con le parole un safe space di supporto e accettazione e non di limiti e costrizioni.
Da una fiducia mal riposta nelle mani di giornalistə, però, emerge questa inadeguatezza nel trattare i fatti che denuncia ancora una volta la difficoltà delle persone transgender di occupare il loro spazio tra le parole di un articolo e nella stessa società. L’incapacità di narrare la realtà in maniera adeguata, in un articolo di giornale o in una chiacchierata tra amicə, oltre a denunciare l’assenza di conoscenze quando si tratta di identità di genere, rivela anche un uso disinteressato del linguaggio che non viene sfruttato per promuovere un cambiamento, non viene visto come un alleato nello spodestare le concezioni dominanti, ma come un ulteriore strumento che alimenta i disagi legati all’affermazione di sé in una società che non ammette e punisce chi non è conforme alla norma, la quale organizza la società in una gerarchia che ai vertici ha il posto sempre riservato ai pochi che hanno ne hanno il diritto dalla nascita. 

PERCHÉ È COSI’ IMPORTANTE UTILIZZARE LE PAROLE GIUSTE?

Troppo a lungo è stato ignorato il potere delle parole e le tempeste che generano negli animi. La parola non descrive solo la realtà, ma influisce sulla percezione di quest’ultima: è arrivato il momento di cominciare a digerire questa consapevolezza. Tra un numero infinito di vocaboli perché scegliere proprio quella parola per esprimere quel concetto? Utilizzare un termine tra tutti quelli che sono a disposizione è come una presa di posizione, le parole portano con se non solo il significato che è stampato tra le pagine di un vocabolario, ma un intero bagaglio di significati culturali che i parlantə gli hanno attribuito. Quando una parola viene scritta o pronunciata, è importante prestare attenzione non solo al valore semantico esplicito, ma anche al peso del silenzio, di ciò che che trascina con sé e non viene detto. “Donna” o “Femmina” sono due termini che vengono percepiti diversamente, ma con l’obiezione del vocabolario, che non riporterà definizioni troppo lontane tra loro.
La lingua è viva, vive con i suoi parlantə e si evolve in base alle loro necessità e consapevolezze e più di tutto è pronta a lottare per la liberazione e l’affermazione di loro stessə e della loro identità di genere.

Dopo queste premesse doverose, comincia a divenire chiara la necessità di utilizzare le parole giuste quando si tratta di questioni importanti e, specialmente, quando si parla di persone e della loro identità di genere.
Liquidare una storia con poca accortezza e attenzione, costruire una narrazione tossica dei fatti, persino intenzionalmente, per generare clamore, non denuncia solamente una superficialità che ferisce, ma anche un’incapacità di trattare di certi argomenti e un’assenza di conoscenze in materia che deve necessariamente essere colmata. Il processo di accettazione di sé stessə e della propria identità di genere può essere un sentiero lungo e tortuoso, il riconoscimento delle proprie scelte da parte degli\delle altrə è fondamentale nel processo di accettazione di sé. Narrare una storia in maniera scorretta, violare il nome che una persona sceglie per autodefinirsi, utilizzare i pronomi con disattenzione vale a dire a esercitare potere su una persona e sulla propria identità di genere.
La possibilità di autodeterminarsi è un diritto fondamentale, riservato esclusivamente a ognunə di noi a proposito di sé stessə e della propria identità.
É arrivato il momento di cominciare ad utilizzare le parole con responsabilità e coscienza, condite con un briciolo di empatia e supportare con un gesto piccolo come una parola le scelte di vita delle altre persone.

Giuseppina Pirozzi

Giuseppina Pirozzi
Se potessi, scriverei per sempre senza fermarmi neanche un istante. Ogni momento è perduto nel fluire continuo e incessante dell’esistenza, se non è cristallizzato dall’inchiostro alleato sul quel foglio innocente che accoglie le speranze e i sogni mancati, ed io forse ho perso un bel po’ di cose da quando son nata, ma la penna è la mia spada e il foglio è il mio scudo, insieme le mie battaglie le abbiam vinte tutte. Mi chiamo Giusy e ho 21 anni, amo la letteratura, la poesia, la primavera e i sorrisi degli sconosciuti che ti colorano le giornate un po’ grigie.

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