Viktor Orban
Viktor Orban (fonte immagine: Euronews.com)

Negli ultimi anni il dibattito sulla crescita di sistemi politici sempre più chiusi e centralizzati ha smesso di essere una questione confinata a latitudini lontane e ora include anche l’Europa. Nel cuore dell’Unione, l’Ungheria di Viktor Orbán è diventata uno dei casi più discussi di trasformazione democratica in senso “illiberale”, secondo la definizione utilizzata dallo stesso premier. Dal ritorno al potere nel 2010, Orbán ha progressivamente ridisegnato gli equilibri istituzionali del Paese, intervenendo su Costituzione, sistema giudiziario, media e diritti civili, aprendo un braccio di ferro con Bruxelles e alimentando un confronto politico che va ben oltre i confini nazionali.

Chi è Viktor Orbán? 

Viktor Orbán, nato ad Alcsútdoboz nel 1963, si forma politicamente negli ultimi anni del regime socialista ungherese. Dopo gli studi in giurisprudenza all’Università di Budapest, nel 1988 è tra i fondatori di Fidesz, movimento giovanile di impronta liberale e anti-comunista che diventerà negli anni il perno della destra ungherese. Entra in Parlamento nel 1990, all’indomani della caduta del sistema sovietico.

Nel 1998, a soli 35 anni, diventa Primo Ministro, incarico che ricopre fino al 2002. Durante il suo primo mandato l’Ungheria consolida la propria collocazione euro-atlantica, entrando nella NATO nel 1999. Ma è con il ritorno al potere nel 2010, dopo una netta vittoria elettorale, che Orbán avvia una profonda trasformazione dell’assetto istituzionale del Paese, spostando progressivamente Fidesz verso posizioni nazional-conservatrici e centralizzando il potere politico.

Perché così contestato?

Le critiche più forti si concentrano sulle riforme istituzionali avviate dopo il ritorno al potere nel 2010. Con l’adozione della nuova Costituzione (2011 – 2012), l’Ungheria abbandona ufficialmente la denominazione di “Repubblica di Ungheria” per assumere il nome di “Ungheria” e introduce una serie di modifiche che incidono sull’assetto dei poteri: dalla ridefinizione delle competenze della Corte costituzionale al rafforzamento dell’esecutivo, fino a una disciplina costituzionale che esclude il riconoscimento del matrimonio tra persone dello stesso sesso. Parallelamente, la nuova legge elettorale e la riorganizzazione del sistema mediatico alimentano le accuse di una progressiva concentrazione del potere.

Nel 2020, nel pieno dell’emergenza Covid-19, il Parlamento approva una legge che conferisce al governo poteri straordinari per legiferare per decreto senza una scadenza temporale prestabilita. La misura viene giustificata come necessaria per fronteggiare la crisi sanitaria, ma suscita forti perplessità a livello europeo sulla proporzionalità e sui limiti del controllo parlamentare.

Viktor Orban alla Camera dei Comuni ungherese nel 2015
Viktor Orbán alla Camera dei Comuni ungherese nel 2015 (fonte: Wikimedia Commons)

Il nodo centrale del confronto con Bruxelles ruota attorno al concetto di Stato di diritto. Secondo la definizione della Commissione Europea «Lo Stato di diritto impone a tutti i pubblici poteri di agire sempre entro i limiti fissati dalla legge, nel rispetto dei valori della democrazia e dei diritti fondamentali, e sotto il controllo di organi giurisdizionali indipendenti e imparziali». Tale principio è sancito dall’Articolo 2 del Trattato sull’Unione Europea («rispetto della dignità umana, della libertà, della democrazia, dell’uguaglianza, dello Stato di diritto e del rispetto dei diritti umani, compresi i diritti delle persone appartenenti a minoranze») ed è parte dei cosiddetti Criteri di Copenaghen, che regolano l’adesione all’Unione.

Proprio su questo terreno si inserisce l’attivazione dell’Articolo 7 del Trattato sull’Unione Europea, la procedura prevista in caso di rischio di violazione grave dei valori fondanti dell’Unione, avviata nei confronti dell’Ungheria nel 2013. Tale articolo prescrive due meccanismi di risposta: il primo che parla di misure preventive in caso di chiaro rischio di violazione, il secondo che parla di sanzioni in caso di documentata certezza di una violazione. La procedura può, in teoria, arrivare fino alla sospensione del diritto di voto in Consiglio. In pratica, però, richiede l’unanimità degli Stati membri e dal 2018 è rimasta bloccata in Consiglio, trasformandosi in un braccio di ferro politico più che in uno strumento sanzionatorio effettivo.

Le pressioni non si sono però fermate. Rapporti periodici del Parlamento europeo hanno continuato a denunciare un’erosione dello stato di diritto nel Paese, mentre esponenti politici come Tineke Strik hanno criticato l’assenza di misure incisive da parte delle istituzioni europee, accusate di aver lasciato spazio a una progressiva deriva autocratica. Tineke Strik ha dichiarato che: «la mancanza di un’azione decisiva da parte di Commissione e Consiglio ha permesso un’erosione continua della democrazia e dello stato di diritto. L’UE non può permettere che la deriva autocratica dell’Ungheria prosegua. Ogni ulteriore ritardo da parte del Consiglio violerebbe i valori stessi che afferma di difendere».

La politica internazionale di Viktor Orbán

Dal punto di vista internazionale, l’Ungheria si è spesso distinta all’interno dell’Unione Europea per una politica estera improntata al realismo e al pragmatismo nazionale, con una netta priorità assegnata alla tutela degli interessi economici e strategici del paese. Membro della NATO dal 1999, Budapest ha adottato un approccio relativamente cauto nei confronti della Federazione Russa dopo l’invasione dell’Ucraina nel 2022, evitando prese di posizione nettamente conflittuali rispetto ad altri partner europei, in parte per motivi legati alla dipendenza energetica.

Sul piano politico, Orbán ha espresso riserve riguardo all’idea di un’immediata adesione dell’Ucraina all’Unione Europea, sottolineando la necessità di considerare prima alcune condizioni politiche e istituzionali, posizione che ha suscitato critiche da parte di alleati europei e di esponenti dell’opposizione ungherese. Figure come Gergely Karácsony, leader del partito verde ungherese, hanno sostenuto a più riprese che un avvicinamento di Kiev all’Unione rappresenterebbe comunque un interesse strategico per l’Ungheria, nonostante le difficoltà economiche legate alla ricostruzione post-guerra.

Parallelamente, Budapest ha cercato di diversificare i suoi partner commerciali e strategici in Asia, promuovendo investimenti e accordi industriali con paesi non occidentali. Al contempo, le relazioni con gli Stati Uniti restano un elemento significativo della politica estera ungherese: incontri bilaterali e consultazioni con Washington si concentrano su cooperazione energetica, sicurezza e sviluppo tecnologico, pur in un quadro di posizioni non sempre allineate su tutte le questioni internazionali.

Incontro di Viktor Orban e Vladimir Putin a Mosca, Russia, nel 2016
Incontro di Viktor Orbán e Vladimir Putin a Mosca, Russia, nel 2016 (fonte: Wikimedia Commons)

L’Europa di fronte al caso ungherese

Da alcuni considerato un opportunista politico, da altri un leader che difende senza compromessi l’interesse nazionale, Viktor Orbán resta una figura difficile da incasellare. Il caso ungherese rappresenta però qualcosa che va oltre la biografia di un singolo leader: mette in luce le tensioni e i limiti strutturali dell’Unione Europea nel far rispettare i propri principi fondanti.

La procedura dell’Articolo 7, rimasta di fatto bloccata per anni, dimostra quanto sia complesso trasformare i valori sanciti nei trattati in strumenti politici realmente efficaci. Il confronto con Budapest ha evidenziato una fragilità istituzionale: l’Unione può richiamare, monitorare, esercitare pressione economica, ma fatica a intervenire in modo risolutivo quando manca un consenso unanime tra gli Stati membri.

In questo senso, la vicenda ungherese non riguarda solo l’Ungheria. Interroga la tenuta dello Stato di diritto nello spazio europeo e la capacità dell’Unione di difendere i propri principi senza compromettere la propria coesione interna. Più che una deviazione isolata, il caso Orbán è diventato un banco di prova per il futuro stesso del progetto europeo.

Anna Montalti

Anna Montalti
Mi chiamo Anna e sono una studentessa al secondo anno di Università presso la facoltà di Scienze Politiche nel corso di ’’International Studies’’. Essendo la mia facoltà internazionale ho la possibilità di entrare in contatto con le culture più disparate, il che alimenta costantemente la mia curiosità verso tutto ciò che è politica estera e questioni sociali, soprattutto quelle meno discusse. Parlo cinque lingue (italiano, inglese, francese, spagnolo e russo) la maggior parte grazie al mio diploma di Liceo Linguistico, il quale mi ha aiutato ad entrare più in contatto con culture straniere.

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