I Limitrofo
I Limitrofo

Dalla scena musicale bellunese arrivano i Limitrofo, una band che ha fatto della sperimentazione e della contaminazione tra generi il tratto distintivo del proprio percorso. Il loro sound attraversa progressive rock, indie rock e blues, intrecciando atmosfere e influenze diverse alla ricerca di un’identità sempre personale. Un progetto che nasce dalla voglia di esplorare nuovi territori sonori, senza lasciarsi definire da un’unica etichetta. Ma chi sono davvero i Limitrofo e cosa si nasconde dietro il loro modo di fare musica? Li abbiamo incontrati per ripercorrere la loro storia, parlare delle influenze che li hanno accompagnati e scoprire come prendono forma le loro canzoni.

Partiamo dalle origini: come nasce il progetto Limitrofo?

«La band vede le sue origini nel 2012, quando Paolo Signori  – ideatore del progetto, che al tempo viveva in una stamberga abbandonata nella vallata feltrina – incontra Gabriele Zasio, allora disc-jokey che attraverso delle basi dava voce alle poesie e testi esistenzialisti di Paolo. Da quella data si sono susseguite diverse formazioni, evolutesi in vera e propria band dal 2014 ma trovando una forma stabile attorno al 2018 con l’ingresso di Valentino Grimaldi, docente di lettere e polistrumentista, oltre che videomaker laureato al DAMS di Bologna. Nel corso degli anni il genere musicale è profondamente cambiato, assecondando prima sonorità punk, per poi addentrarsi in atmosfere più prog-jazz poiché Valentino e Marzia David, attuale bassista, hanno più familiarità con il genere.»

Cosa rappresenta questo titolo?

«Limitrofo rappresenta tutto ciò che sembra essere vicino, prossimo agli altri ma al tempo stesso irraggiungibile, inafferrabile. C’è una sorta di distanza tra le singole esistenze ed essa risiede nel dramma dell’incomunicabilità dell’essere; possiamo avvicinarci all’altro (che è appunto limitrofo/vicino/prossimo) soltanto prestando attenzione  alle sue parole e ai suoi gesti, prendendoci cura del luogo interiore in cui abita; poi sicuramente questo aggettivo ha anche a che fare con il luogo fisico in cui viveva Paolo, sperduto, come sperduta è la stessa provincia da dove veniamo: Belluno.»

Se doveste presentarvi a qualcuno che non vi ha mai ascoltato, come descrivereste la vostra musica? Quali sono le principali influenze che hanno contribuito a costruire il vostro sound?

«Ciò che tiene unito il progetto è il concept, ossia l’idea alla base di un disco; una tematica che suggerisce al testo e alla musica la direzione da prendere, quasi in maniera spontanea. E’ un processo complicato, poiché il nostro tentativo è quello di rendere complementari musica e parole, l’una al servizio dell’altra, in modo da creare un linguaggio coerente, suggestivo e originale anche per chi ascolta. La caratteristica che salta subito all’udito è che i testi non vengono cantati bensì declamati, modalità che ci rendiamo conto essere poco utilizzata ma che anche all’estero prende il nome di ‘spoken word’.

Le tematiche e le sonorità traggono sicuramente ispirazione dall’esistenzialismo tardo-ottocentesco e novecentesco; nell’ultimo singolo vengono, peraltro, menzionati poeti e cantatuori degli anni ’70 – ormai messi in ombra – del calibro di Piero Ciampi e Bruno Vilar. La trasposizione in grammatica musicale da parte di Valentino e Marzia fa riferimento ai loro gusti, che spaziano dal jazz al prog-rock degli anni ’60-’70, cercando di restare il più possibile fuori da riff commerciali e già sentiti.»

Nei vostri brani sembra esserci una forte componente narrativa, con la voce e le parole che hanno un ruolo importante. Quanto conta per voi raccontare una storia attraverso la musica e come nasce questo particolare modo di scrivere?

«Secondo noi, lo scopo dell’arte è quello di esprimere concetti che resterebbero altrimenti inespressi o – ancor più – elevarli, vestendoli con un abito cucito su misura non per lo spettatore/ascoltatore ma per il concetto stesso. Non è una musica o un’arte che vuole accontentare il pubblico bensì omaggiare una tematica. Ciò che ne deriva è un genere fortemente caratterizzato da una componente poetica, che chiede al singolo uno sforzo attentivo non in linea con i tempi che stiamo vivendo, sempre più volti al consumo rapido di un contenuto, materiale o astratto che sia.»

Quali sono i temi, le immagini o le domande che tornano più spesso nella vostra musica? C’è un filo conduttore che attraversa i vostri lavori precedenti?

«Ogni album parte da un concetto, una tematica di base. Nel primo album del 2016 “Dopo il battesimo di Dio”, al centro vi era una forte componente spirituale; mentre nel secondo “L’irredimibile” – uscito nel 2021 –  ha visto protagonsita il tema del tempo: un’entità ineludibile di cui l’uomo non può che esserne fagocitato, spesso suo malgrado attraverso le sue scelte non-redimibili (da qui il nome dell’album). Quest’opera risente fortemente dell’ingresso di Valentino nell’organico della band, completamente ridimensionata rispetto alle origini, come formazione e sonorità.»

Guardando ai vostri lavori precedenti, come è cambiato il vostro modo di fare musica? Ci sono elementi che avete mantenuto e altri dai quali invece avete sentito il bisogno di allontanarvi?

«Sicuramente abbiamo preso le distanze a livello di genere musicale rispetto al primissimo album (in cui la formazione era totalmente differente), dapprima orientato su sonorità punk, talvolta troppo aggressive per la poeticità di Paolo; il processo alla base di questo cambio di genere risiede  nel tentativo di creare – come già detto – un binomio coerente e accattivante, oltre che originale, tra musica e testo. Prestiamo molta attenzione alla qualità tecnica del prodotto in uscita e teniamo molto a mantenere un rapporto diretto con la produzione: sempre e solo indipendente. Abbiamo la fortuna di poterci arrangiare, anche grazie alle competenze musicali e di videomaking di Valentino, sia per quanto riguarda la registrazione e missaggio delle tracce, sia per la postproduzione dei video.»

Arriviamo a “Solo in fondo ai ricordi”, come nasce questo singolo e perché avete scelto di mettere al centro il tema del ricordo?

«La strutturazione del brano e del titolo è piuttosto complessa, poiché può essere letta in un duplice modo: rivivere il passato è un’operazione che si può compiere soltanto abitando il ricordo; oppure che ci troviamo soli (solo, in fondo ai ricordi) in un ricordo passato senza possibilità di ritorno né condivisione se non la nuova versione di sé. Vorremmo tornare a ripercorrere certi luoghi della memoria ma ci accorgiamo di essere diventati dei meri turisti del nostro passato; guardiamo noi stessi con tenerezza, come un padre guarda il proprio figlio inciampare su un asfalto irregolare. Cerchiamo di recuperare gli odori, i colori di quelle immagini sbiadite, ma ci accorgiamo che quel noi diventa inafferrabile, anch’esso ormai Limitrofo (vicino ma irraggiungibile). Cosa resterà quando, oltre al colore, verrà meno anche la forma/la sagoma del ricordo? Soltanto il ricordo dei ricordi.»

Il singolo è uscito soltanto in formato audio o viene accompagnato da un videoclip?

«La traccia è uscita in tutte le piattaforme streaming digitali, accompagnato da un video pubblicato su YouTube che siamo felici essere stato molto apprezzato e condiviso dal pubblico, totalizzando più di 20000 visualizzazioni in appena due settimane dalla pubblicazione. Il video è stato girato nell’abitazione di Valentino a Feltre vecchia, ora in attesa di essere ristrutturata. Le macerie e il vuoto di questa casa risuonano nelle atmosfere del brano, rinforzato da immagini di repertorio girate più di vent’anni fa da suo padre Innocenzo Grimaldi, stimato professore che – fuori dalle mura liceali – era solito insegnare cinema ai suoi alunni, tra cui Francesco Sossai, vincitore di diversi David di Donatello con il film La città di Pianura e del quale spesso parlava con affetto e stima nei suoi ultimi anni di vita. Nello stesso video vengono alternate immagini del passato e del presente, in una sorta di apologia del ricordo che sottolinea – come dice Valentino – “l’incapacità dell’uomo di tornare indietro se non in qualità di turisti di sé stessi, nel goffo e disperato tentativo di afferrare le sfumature e i colori di ciò che è stato.”»

Dopo questo viaggio attraverso il tempo, cosa vi piacerebbe esplorare nei prossimi lavori? C’è già un nuovo tema, una nuova direzione musicale o un’idea che vi sta accompagnando?

«Sì, siamo già al lavoro sul prossimo album che si chiamerà “L’avviso”. La sua uscità è prevista per il 2027 e il singolo appena rilasciato anticipa e introduce l’opera. Tratteremo di un tema che mira a scuotere lo spettatore dall’apatia del presente; l’avviso non è altro, che un invito a prestare attenzione ai segnali che il presente ci pone davanti al cammino: un suono, un monito, una visione, un evento simbolico. Il fine è quello di tornare a essere persone e cittadini in grado di ragionare con la propria testa, recuperando le emozioni proprie dell’essere umano, senza vergogna né imbarazzo. In un mondo che cerca di renderci passivi spettatori del presente, chiediamo di cambiare canale, ascoltando l’avviso (e l’invito) a tornare protagonsiti di noi stessi: la cosa peggiore? essere turisti di noi stessi anche nel presente.»

Sabrina Mautone

Sabrina Mautone
Sabrina Mautone nasce a Napoli il 18/05/96 e vive a Milano. Giornalista pubblicista laureata in Lingue Moderne presso la Federico II e specializzata in Comunicazione e Cooperazione Internazionale per Istituzioni ed Imprese presso l'Università Statale di Milano. Con un master post-lauream in Giornalismo Radio-Televisivo a Roma, lavora da freelancer e segue eventi in Italia e all'estero.

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