Dialetti in Italia_immagine generata con AI
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Lingua e dialetto sono davvero due cose diverse? Dal lombardo al napoletano, passando per il romanesco, il calabrese e le varietà regionali: un viaggio nella storia linguistica d’Italia e oltre. I dialetti sono lingue inferiori? Esiste davvero una differenza linguistica tra lingua e dialetto? E perché alcune varietà linguistiche vengono chiamate “lingue” e altre “dialetti”?

Sono domande che, soprattutto in Italia, possono suscitare reazioni quasi emotive. Del resto, parlare di dialetti significa parlare di identità, famiglia, territorio e memoria. Significa tornare alle parole dei nonni, alle espressioni che abbiamo sentito da bambini e a quelle che riconosciamo immediatamente come appartenenti a un determinato luogo.

Ma la linguistica ci invita a mettere da parte, almeno per un momento, il campanilismo. Perché una lingua non è necessariamente più importante, più ricca o più complessa di un dialetto. E, soprattutto, il confine tra lingua e dialetto è molto meno netto di quanto siamo abituati a pensare.

Che cos’è davvero un dialetto?

«Dialetti non ci si nasce, ma si diventa»

La provocazione serve a introdurre un concetto fondamentale: la distinzione tra lingua e dialetto non dipende esclusivamente dalle caratteristiche linguistiche di una varietà. Una varietà linguistica parlata in una determinata area può infatti acquisire, per ragioni storiche, politiche, sociali e culturali, uno status diverso e trasformarsi da “dialetto” a “lingua“. È proprio qui che entra in gioco la dialettometria, una disciplina che permette di confrontare sistematicamente le varietà linguistiche attraverso centinaia di dati raccolti negli atlanti linguistici. Questi ultimi rappresentano cartograficamente i diversi modi in cui una determinata parola o espressione viene utilizzata nei vari territori. Un esempio italiano è l’Atlante Linguistico Italiano (ALI). La geografia, insomma, diventa uno strumento per misurare la distanza linguistica.

In Italia il dialetto è stato, per secoli, la lingua di casa

Oggi siamo abituati a considerare l’italiano come la lingua “normale” della comunicazione e il dialetto come una varietà locale. Ma non è sempre stato così. Fino agli anni Cinquanta del Novecento, per la maggior parte degli italiani il dialetto rappresentava la lingua madre, mentre l’italiano veniva appreso soprattutto attraverso la scuola, il lavoro e i contesti formali. Questo significa che, per milioni di persone, la prima lingua ascoltata tra le mura domestiche non era l’italiano. Era il dialetto. L’italiano standard arrivava successivamente, come una seconda lingua. Ed è proprio per questo che il rapporto degli italiani con i propri dialetti è così particolare: non si tratta soltanto di una questione linguistica, ma di memoria biografica.

La parola “dialetto” viene dal greco

Una piccola curiosità etimologica aiuta a capire quanto sia antica questa distinzione. La parola dialetto deriva dal greco diálektos, termine utilizzato nell’antica Grecia per indicare le diverse varietà linguistiche e i relativi generi letterari: dorico, attico, ionico ed eolico. Accanto a queste varietà esisteva la koiné, cioè la “lingua comune”, che si diffuse ampiamente nel mondo greco e nel Mediterraneo orientale anche grazie alle conquiste di Alessandro Magno. Il fenomeno, quindi, non nasce con l’Italia. Lingua comune e varietà locali convivono da millenni.

I dialetti italiani: tre grandi aree linguistiche

Tradizionalmente, i dialetti italiani vengono organizzati in tre grandi macrogruppi:

  • dialetti settentrionali;
  • dialetti toscani;
  • dialetti centro-meridionali.

I confini tra queste aree vengono individuati attraverso le isoglosse, cioè linee immaginarie che collegano i punti geografici nei quali è presente lo stesso fenomeno linguistico. Naturalmente, una carta linguistica non può essere trattata come una cartina politica. Le lingue non conoscono confini amministrativi. E spesso proprio nelle zone di confine troviamo le situazioni linguisticamente più interessanti.

I dialetti settentrionali

Tra le caratteristiche più riconoscibili dei dialetti settentrionali troviamo la tendenza alla riduzione delle consonanti geminate. Così, per esempio, pelle e letto possono diventare pele e leto. Un’altra caratteristica riguarda la caduta o l’indebolimento di alcune consonanti, con risultati che possono apparire molto lontani dall’italiano standard: prai per prato, coa per coda, digo per dico, fogo per fuoco, amiga per amica e cao per capo. Ma è proprio qui che il concetto di “dialetto” smette di essere un’etichetta generica Ogni territorio sviluppa infatti caratteristiche proprie.

E in Valtellina?

Qui il viaggio ci porta in Lombardia. Il valtellinese appartiene all’area occidentale del lombardo e presenta una storia linguistica fortemente legata alla particolare posizione geografica della valle. E qui entra in gioco anche la dimensione affettiva del dialetto. Perché quando ascoltiamo una parlata locale non stiamo semplicemente riconoscendo un insieme di caratteristiche fonetiche. Stiamo riconoscendo un luogo.

Dal lombardo al riminese: anche la città cambia il dialetto

Un altro esempio interessante è rappresentato dal dialetto riminese, che presenta una distinzione tra varietà urbana e rustica. In una prima fase, il prestigio della parlata cittadina aveva esercitato una forte influenza sulla varietà rurale. Nel secondo dopoguerra, tuttavia, il processo si è in parte invertito, anche a causa dell’urbanizzazione e dell’arrivo in città di numerosi parlanti provenienti dalle campagne. Anche questo dimostra che il dialetto non è una fotografia immobile. È una lingua in movimento. Cambiano le persone, cambiano le città, cambiano i rapporti sociali e, con essi, cambiano le varietà linguistiche.

Il toscano e la nascita dell’italiano

Il secondo grande gruppo è quello dei dialetti toscani. Ed è qui che la questione diventa particolarmente interessante, perché il toscano — e soprattutto il fiorentino — è alla base dell’italiano standard. Tra i fenomeni caratteristici delle varietà toscane troviamo, per esempio, buono può diventare bono. E poi c’è lei, la celeberrima gorgia toscana: l’aspirazione di alcune consonanti.

Il caso del romanesco

La parlata tradizionale di Roma appartiene infatti all’area centro-meridionale, mentre il romanesco moderno ha subito una forte influenza toscana, legata anche alla presenza della corte pontificia e agli avvenimenti storici che hanno interessato Roma, tra cui il sacco del 1527. Ancora una volta, la storia politica e sociale entra direttamente nella grammatica.

I dialetti centro-meridionali

Nel terzo grande gruppo troviamo i dialetti centro-meridionali, caratterizzati da fenomeni fonetici e morfosintattici molto diversi da quelli settentrionali e toscani. Tra i più riconoscibili vi sono: mondo e quando che diventano monno e quanno. La grammatica, ancora una volta, racconta una storia.

Il calabrese: una lingua, tante influenze

La Calabria rappresenta un altro esempio straordinario di stratificazione linguistica.

Le varietà calabresi mostrano infatti tracce di contatto con lingue diverse:

  • greco antico, come nel caso di pitta, dal greco πίττα, “focaccia”;
  • spagnolo, come nell’uso di tenere con il significato di “avere”;
  • francese, come nel caso di ammucciare, collegato a musser, “nascondere”, e ‘nduja, ricondotto a andouille;
  • arabo, in parole come giarra e garrafa;
  • tedesco, come schiettu, collegato a schlicht.

Il dialetto, quindi, non è necessariamente una lingua “chiusa”. Al contrario. Può essere il risultato di secoli di contatti, migrazioni, conquiste e scambi culturali.

Dialetto e italiano regionale non sono la stessa cosa

A questo punto è importante introdurre una distinzione. Un dialetto non va confuso con una varietà regionale dell’italiano. Il dialetto tradizionale si è sviluppato storicamente in modo autonomo rispetto all’italiano standard, mentre l’italiano regionale nasce dall’italiano stesso e presenta caratteristiche legate alla zona geografica in cui viene parlato. Pensiamo all’italiano veneto, romano o siciliano. Sono varietà dell’italiano, non semplicemente “dialetti”. Lo stesso principio vale al di fuori dell’Italia: il portoghese brasiliano è una varietà del portoghese, mentre lo spagnolo rioplatense è una varietà dello spagnolo parlata in Sud America.

Ma i dialetti esistono solo in Italia?

Assolutamente no. Ed è proprio qui che il termine “dialetto” può diventare insidioso. La parola italiana dialetto non corrisponde perfettamente ai termini utilizzati nelle altre lingue. In inglese, per esempio, dialect può indicare una varietà sociale, come nel caso di social dialect, e non necessariamente una varietà geografica. Nel mondo troviamo continuamente situazioni nelle quali una lingua standard convive con varietà locali.

Pensiamo all’arabo: l’arabo classico legato al Corano occupa una posizione alta, mentre le diverse varietà parlate assumono forme differenti nei vari Paesi. Oppure allo Schweizerdeutsch, il tedesco svizzero utilizzato oralmente nella vita quotidiana, contrapposto all’Hochdeutsch, il tedesco standard.

E poi c’è il caso del cinese. Quello che comunemente chiamiamo “dialetti cinesi” comprende varietà che gli studiosi classificano generalmente come lingue distinte. Alcune di esse sono reciprocamente incomprensibili per i rispettivi parlanti e presentano differenze comparabili, per distanza linguistica, a quelle esistenti tra diverse lingue romanze.

La domanda, quindi, torna inevitabilmente a essere: chi decide che una varietà è una lingua e un’altra è un dialetto?

Lingue minoritarie e tutela linguistica in Italia

Il confine tra lingua e dialetto diventa ancora più delicato quando entrano in gioco le minoranze linguistiche. La legge italiana n. 482 del 1999, Norme in materia di tutela delle minoranze linguistiche storiche, prevede forme di tutela per diverse minoranze presenti sul territorio italiano, tra cui quelle germaniche, slovene, croate, albanesi, greche, friulane, ladine, sarde e francoprovenzali. La tutela può riguardare anche l’uso della lingua nelle istituzioni e nell’insegnamento scolastico. È un passaggio importante perché dimostra che lo status di una varietà linguistica non è soltanto una questione grammaticale, ma anche una questione politica, culturale e istituzionale.

Nel De vulgari eloquentia, il poeta passa in rassegna numerose varietà volgari del suo tempo, alla ricerca di elementi che potessero contribuire alla costruzione di una lingua comune, una sorta di koiné. Per questo motivo è stato definito, in senso figurato, il “primo dialettologo”. Dante, però, non si limita a descrivere i volgari. Attribuisce una particolare dignità al volgare italiano, cioè alla lingua parlata dal popolo. E qui arriviamo a un punto fondamentale: l’italiano non nasce già “lingua”. Prima di diventare la lingua nazionale, è anch’esso un volgare tra molti altri. Il fiorentino ha semplicemente avuto più fortuna. A questo punto possiamo finalmente tornare alla frase che dà il titolo a questo articolo:

«Una lingua è un dialetto che ha fatto carriera».

La provocazione funziona perché mette in discussione una convinzione profondamente radicata: quella secondo cui esisterebbero lingue “superiori” e dialetti “inferiori”. Dal punto di vista strettamente linguistico, questa gerarchia non ha senso. Le lingue e le varietà linguistiche possiedono sistemi complessi e sono potenzialmente capaci di esprimere qualsiasi concetto: è il principio dell’equieffabilità linguistica.

Una lingua può avere milioni di parlanti o poche migliaia. Può essere utilizzata in Parlamento oppure soltanto in cucina. Può avere una letteratura secolare oppure essere prevalentemente orale. Ma nessuna di queste caratteristiche la rende, in senso linguistico, più intelligente di un’altra. A fare la differenza sono la storia, il prestigio sociale, il potere politico, la scuola, la letteratura, le istituzioni e, soprattutto, le comunità che la parlano. Forse, quindi, il modo migliore per guardare ai dialetti non è chiedersi quale sia “più corretto”. È chiedersi quale storia racconti. Perché dietro ogni dialetto c’è un territorio, dietro ogni territorio ci sono persone e dietro ogni parola c’è una storia.

E forse aveva ragione Italo Svevo:

«La nostra vita avrebbe tutt’altro aspetto se fosse detta nel nostro dialetto».

Francesco Magnelli

Francesco Magnelli
Francesco Magnelli, romano di origine, valtellinese di adozione. Sono professore di lingue straniere nella scuola secondaria, naturalmente curioso e interessato ai diversi settori della comunicazione. Da estimatore del mondo della voce, ho creato LinguAdHoc: un podcast in cui tratto i molteplici aspetti delle lingue con un tono adatto a tutti, anche grazie alle interviste di professori universitari e dottorandi nei rispettivi campi di specializzazione. Da due anni a questa parte, collaborando con una docente esperta di violino, gestisco il progetto “Musica, lingua inglese, e gioco”, rivolto ai bambini di età prescolare.

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