mimmo lucano modello riace cassazione

La corte di Cassazione, questo martedì, ha depositato le motivazioni della sentenza con cui viene revocato il divieto di dimora per Mimmo Lucano, ex sindaco di Riace, che potrà quindi tornare a casa dopo quasi sei mesi di allontanamento. Lucano, il cui modello d’accoglienza (il cosiddetto modello Riace) è stato messo sotto esame dalla fine del 2015, auspica che «giustizia venga fatta» e vede il proprio come un caso «politico».

Mimmo Lucano può tornare a Riace

Le accuse contestate a Mimmo Lucano si erano ridotte a due: l’affidamento senza gara a due cooperative (l’Aquilone ed EcoRiace) per la raccolta dei rifiuti e favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. L’accusa più grave, associazione a delinquere ai danni dello Stato, era già caduta a dicembre, anche se il giudice per le indagini preliminari, Domenico di Croce, non aveva avuto parole al miele per Lucano e la sua gestione delle risorse destinate all’accoglienza.

Con la sentenza depositata il 2 aprile, Mimmo Lucano viene quasi totalmente riabilitato. Mancano infatti indizi di un “comportamento fraudolento” nella gestione degli appalti, i quali sono stati giustamente affidati da Lucano senza gara, visto che la legge, citando Avvenire, permette “l’affidamento di appalti in favore delle cooperative sociali finalizzate all’inserimento lavorativo delle persone svantaggiate, a patto che l’importo del servizio sia “inferiore alla soglia comunitaria”.

Per la Cassazione permangono gli elementi di “gravità indiziaria” a carico di Lucano, per quanto riguarda il secondo reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. In questo caso Lucano avrebbe cercato di favorire in maniera non regolare la permanenza della compagna Lemlem in Italia. Tuttavia bisogna considerare, ricordano i giudici della Cassazione, lo stato di incensurato di Lucano e la “relazione affettiva” che intercorre fra l’ex sindaco di Riace e la compagna nigeriana. Infine, la sentenza della Cassazione esclude che Lucano possa aver favorito matrimoni di comodo fra immigrati irregolari e abitanti di Riace, essenzialmente per “la mancanza di un preciso quadro fattuale” e l’assenza di “significativi e precisi elementi di riscontro”.

Le indagini e la polemica con Salvini

«Penso che questa storia sia diventata qualcosa che ha a che fare con la politica, con lo schierarsi da una parte o dall’altra», queste le parole di Mimmo Lucano a margine della sentenza di Cassazione, parole che è difficile contestare. Negli ultimi mesi, infatti, la vicenda giudiziaria è stata narrata come uno scontro tra Salvini e Lucano, anche se le indagini su quest’ultimo erano cominciate già nel 2016.

Ciononostante, i due non si sono mai amati. Già a giugno, il Ministro dell’Interno definiva l’allora primo cittadino di Riace “uno zero”, rispondendo piccato a chi gli chiedeva un’opinione su Lucano.
In seguito, ad agosto, Lucano ha annunciato che avrebbe cominciato uno sciopero della fame per contestare il mancato rinnovo dei finanziamenti al progetto Riace, la cui erogazione, a detta della procura di Reggio Calabria, dipendeva dal Ministero dell’interno. Tuttavia è doveroso ricordare, come dichiarava lo stesso Lucano, che Riace era già stata esclusa dai finanziamenti nel semestre luglio-dicembre 2017 e che, già nel 2015, l’ANCI, l’associazione dei comuni da cui dipendono i progetti SPRAR, aveva iniziato quegli accertamenti sui costi che avrebbero infine portato il caso di Riace alla procura di Reggio Calabria.

Il modello Riace, l’ambizione di rivitalizzare una terra morente

È evidente quindi come il modello Riace attirasse l’attenzione da ben prima che l’inquilino del Viminale fosse Matteo Salvini e, forse, la ragione principale risiede nell’eccezionalità del sistema realizzato da Mimmo Lucano. Laddove i centri d’accoglienza tradizionali spesso nascondono corruzione e malaffare, limitando i richiedenti asilo a vivere in strutture fatiscenti e spesso sovraffollate, il modello Riace era riuscito a conciliare il bisogno di una regione in rapido spopolamento con quello di donne e uomini in cerca di un futuro migliore.

Infatti, se i tradizionali centri d’accoglienza, protetti da recinzioni, segnano il confine tra la comunità dei cittadini e quella dei migranti, a Riace i migranti sono chiamati a ricomporre un tessuto sociale in rapido sgretolamento. Il modello Riace getta le proprie radici nel territorio e da esso trae la sua spinta: attività commerciali, rivalutazione di immobili in disuso, scuole e una forte integrazione a cui lavorano più di 70 operatori culturali; tutti ingredienti fondamentali nella formazione di una comunità multietnica che possa ripopolare una terra che non sfugge agli annosi problemi che interessano tutto il sud Italia.

Mimmo Lucano, dunque, era riuscito a realizzare un sistema rispettoso dell’ecologia del luogo, ma che potesse anche essere in grado di portare un rinnovamento. Il modello Riace è un progetto ambizioso, se estrapolato dal contesto del piccolo comune calabro, ma si sposa perfettamente con le necessità di una terra spopolata e improduttiva, a cui l’energia vitale di 550 fra giovani donne e uomini provenienti da lontano ha donato una nuova vita. L’ex sindaco di Riace ha realizzato un sistema che intacca il business di chi, nascondendosi dietro astratti valori, vede nei migranti una possibilità per fare facili profitti; un business che coinvolge politici locali, imprenditori e organizzazioni criminali.

Tuttavia, dall’allontanamento di Lucano, la mancata erogazione di finanziamenti alle iniziative del comune ha inflitto un duro colpo al modello Riace. Il decreto sicurezza, in aggiunta, non va certo a favorire progetti di integrazione come quelli realizzati a Riace, e potrebbe realmente compromettere il futuro del sogno lucido di Mimmo Lucano.

Allo stesso tempo, il gran parlare mediatico ha conferito una dimensione privilegiata a un progetto genuino, nato dal buon senso di un uomo che non voleva veder morire la propria terra.

Davide Leoni