Lakers

Quando agli inizi dello scorso luglio i Lakers hanno ufficializzato la firma del Prescelto per 154 milioni di dollari, gli occhi, le orecchie e le antenne di tutto il mondo cestistico – e non solo – si sono concentrati sulla città degli angeli. Avere LeBron James in NBA ha un peso economico e d’attenzione già di per sé enorme, averlo nella franchigia il cui brand è da sempre il migliore e che per giunta gioca a LA, una delle città più importanti al mondo, ne ha uno infinitamente maggiore. Per quanto la lega abbia creato un sistema in cui tutte le squadre hanno le stesse opportunità per  giocarsi la vittoria – cosa che ha permesso ai cosiddetti small-markets di potersi affermare e prevalere su contesti con cui, senza determinate regole, non ci sarebbe la possibilità di competere equamente -, è chiaro che non disdegni (anzi) il fatto che i migliori giocatori si trasferiscano nelle grandi città. Dunque, non ci sono problemi per la NBA se James gioca a Cleveland o per la NFL – che ha una struttura simile – che Peyton Manning venga scelto da Indianapolis, a differenza invece dello sport europeo che spinge i grandi giocatori nelle braccia dei grandi club o, restando negli Stati Uniti, della MLB che può nutrire più interessi che Derek Jeter giochi (anche se dovremmo parlare al passato) a New York, e non a Milwaukee. Naturalmente, anche se si può vincere una mano al tavolo di poker con un asso e un tre, è impossibile non preferire di ricevere una coppia d’assi. E, a confermare questa preferenza della NBA, si inserisce la polemica dei GM dei piccoli-mercati con la lega stessa riguardo le parole di James sulla trade di Anthony Davis.

Le potenzialità del binomio Lakers – LeBron, all’inizio, sembravano infinite, accompagnate dalla sensazione che la squadra californiana avrebbe dominato il mercato attraendo dei free-agent importanti, grazie al magnetismo di un giocatore così unico. Non siamo però in un periodo in cui le cose nel mondo vanno come dovrebbero andare, e anche stavolta i pronostici sono stati sovvertiti. Paul George contro tutte le aspettative ha deciso di restare ad Oklahoma, firmando un triennale con opzione per un quarto; Kawhi Leonard è andato a Toronto, all’interno di una trade sorprendente; e riguardo Anthony Davis, tentativo di scambio più recente, tutto si è tramutato in un nulla di fatto.


La conseguenza di tutto ciò è la stagione a cui abbiamo assistito: 35 vittorie – 43 sconfitte e un passo gara, per dirla in termini motoristici, terribilmente simile a quello della scorsa stagione (%V 0.449 quest’anno, 0.427 lo scorso). Una squadra senza un reale obiettivo; troppo forte per tankare, troppo debole per arrivare ai playoff in una conference di un livello medio così alto. Iniziata con il sogno della ricostruzione di una nuova dinastia vincente, i tifosi gialloviola si sono scontrati nuovamente con una realtà amara, con cui negli ultimi anni hanno dovuto imparare a fare i conti; loro che, da quando hanno accolto la franchigia proveniente da Minneapolis nel lontano 1960, hanno celebrato 11 titoli NBA e 25 titoli di conference. Adesso si appresteranno a concludere una stagione senza playoff per la sesta volta consecutiva; prima del 2014 era successo solo cinque volte in tutta la loro storia (1958, 1975, 1976, 1994, 2005). Dunque, non è facile sfuggire alle critiche, anche se il tuo nome è LeBron James o Magic Johnson.

LAbron . Per quanto pronosticata e rumoreggiata a lungo, già un anno prima del suo arrivo nella città del cinema, la scelta di LeBron di portare i suoi talenti nel sud della California ha sorpreso molti. Il principale dubbio dell’opzione angelina riguardava le alternative – Houston Rockets e Philadelphia 76ers – molto più adatte ad un 34enne che vuole puntare a vincere ancora. Lo scorso giugno, a margine della sconfitta contro Golden State, Brian Windhorst, giornalista di ESPN da sempre accreditato tra quelli più informati sulle mosse del Re, aveva dichiarato: “Tutte le possibilità sono aperte, non vi è una certezza su dove potrà andare. [LeBron] crede che a questo punto della sua carriera lui ha carta bianca [sulle sue mosse future], la sua legacy è al sicuro e se vorrà fare una scelta radicale, la farà”. Insomma, la necessità di andare a vincere un ulteriore titolo è importante, ma non è l’unica cosa che conta. Andare a Los Angeles è stata una scelta che non riguardava solo il basket, ma che prendeva in considerazione diverse necessità:

  • della sua famiglia, che spingeva per questa soluzione avendo lì già una casa (discreta) e conoscendo la qualità della vita. I figli stanno crescendo e per una persona che può permetterselo, non vi sono molte città americane che possono permettere un’educazione migliore di quelle della contea angelina;
  • imprenditoriali, James è molto attivo già per quella che sarà la sua vita dopo il basket. Possiede diverse aziende che hanno a L.A. la propria base operativa. 
  • Cinematografiche, dal momento che uscirà l’anno prossimo Space Jam 2 e che verrà naturalmente girato ad Hollywood.

Tornando al parquet, invece, è impossibile non essere attratti dal fascino purple and gold. Senza considerare che la scelta di andare ai Lakers è stata sicuramente quella più scomoda e più coraggiosa, considerando le condizioni in cui versava la franchigia e la dittatura degli Warriors; e quindi vincere allo Staples Center avrebbe avuto un sapore e una valenza ancora più importante. Per farlo servono, però, giocatori che lo mettano in grado di poter competere, cosa che per ora non è successa ed ha influito sulla percezione della sua stagione, che è apparsa meno brillante del solito, nonostante le medie da 27.4 punti, 8.5 rimbalzi e 8.3 assist direbbero altro, anche a causa del peggior infortunio che abbia mai subito in carriera. Tra le tante straordinarie cose da segnalare nei suoi 16 anni di basket professionistico ci sono la sua durabilità e integrità fisica. Prima di quest’annata, il numero più alto di partite mancate in una stagione era 13, stagione 2014-15, quando fu costretto ad essere seduto per un problema alla schiena. Dopo aver saltato 21 partite (17 consecutive), la dirigenza, dopo la vittoria contro Charlotte dello scorso 29 marzo, ha deciso di tenerlo fuori per il resto della stagione regolare, per permettere al suo problema all’inguine di guarire completamente. È la prima volta in carriera che James chiude una stagione anzitempo e non accadeva dal 2005 che non partecipasse ai playoff. Si chiude così la sua striscia di otto presenze consecutive alle Finals.

In una città in cui si adora tutto ma a cui non si dà valore a nulla, per citare Ryan Gosling nel film di Damien Chazelle, era impossibile immaginare che anche il miglior giocatore del mondo non andasse sul banco degli imputati. L’abbraccio tra i Lakers e James non è mai stato calorosissimo. Per una tifoseria che ha sempre vissuto il duello tra il n.23 e Kobe Bryant come benzina nel motore della rivalità cestistica, accettare di ritrovarsi il ‘nemico’ in casa non è stato facile per molti, soprattutto quando le cose non vanno nel verso sperato. Dice sempre Federico Buffa che non importa quanti titoli potranno vincere i Clippers, Los Angeles sarà sempre gialloviola; questo concetto si potrebbe traslare anche quando si parla di questi due campioni. In una città che ha dedicato un giorno al suo campione preferito, il 24 agosto (24 e 8 sono in numeri che ha indossa Bryant nella sua carriera), non sembrerebbe esserci abbastanza affetto per quello che probabilmente verrà ricordato come il miglior giocatore della storia del basket insieme a Michael Jordan e che supererà proprio Bryant nella classifica degli all-time scorer con la maglia che lui ha indossato per vent’anni. Non c’è stata ancora la scintilla, non c’è stato ancora quel fuoco che, probabilmente, ci sarebbe in qualunque altra squadra della NBA. Questo perché la tifoseria dei Lakers è da sempre abituata ad essere circondata da giocatori straordinari, basti guardare gli stendardi delle maglie ritirate allo Staples. E, così come accade al Santiago Bernabeu di Madrid, prima di innamorarsi di un giocatore, i tifosi vogliono davvero vedere se è in grado di reggere il peso della storia. Che lui possa farlo non ci sono dubbi, più che altro in questa prima stagione sono sorti dei dubbi su quanto realmente James sia dentro al progetto Lakers. Come spesso è capitato negli ultimi anni, LeBron chiede molto alla propria dirigenza, non gli piace essere allenato e accade che si cambi spesso; è successo soprattutto al suo ritorno a Cleveland. Molti insider d’oltreoceano (Chris Mannix Kurt Helin, tra i tanti) hanno fatto notare come ci sia stata, dopo la vicenda della trade di Davis, un profondo scollamento tra il giocatore e il resto del gruppo. Questo naturalmente non ha aiutato la chimica del gruppo, che, non a caso, da fine dicembre in poi ha smesso in pratica di giocare come una squadra. Vero che per un tratto James è stato infortunato e altrettanto vero che al suo ritorno non era nelle condizioni migliori (5-12), ma perdere contro squadre come Memphis o New Orleans senza Davis è inaccettabile per una squadra che non sarà al livello delle contender, ma sicuramente ha una base di talento importante.

È risultato palese che la vicenda Anthony Davis abbia danneggiato la franchigia nel suo complesso. Uscire così allo scoperto può portare solo a situazioni negative, in caso di mancato scambio. Un giocatore come può serenamente affrontare una stagione sapendo di non essere indispensabile e che, alla prima occasione, sa di essere spedito altrove? E la domanda che viene posta continuamente è: com’è possibile che quando si parla delle mosse dei Lakers tutti sappiano quali siano? Degli scambi che hanno caratterizzato questa stagione (tipo Harris o Leonard-DeRozan) nessuno è venuto a conoscenza, se non a cose ultimate. Nessuno sapeva che Paul George avrebbe rifirmato con i Thunder, nessuno, parlando della scorsa stagione, immaginava che Chris Paul sarebbe andato a Houston. Questo apre un capitolo importante su come i Lakers gestiscono – e hanno sempre gestito – i rapporti con i mass media, e ora con i social network. Una franchigia di cui tutti sanno sempre tutto crea ovviamente dei problemi sia all’interno sia sulle mosse future. Questo, però, non è un problema causato da LeBron James, Magic Johnson o chi altri, è qualcosa di cui la franchigia angelina ha sempre sofferto. Non possiamo non dimenticarci gli anni di Kobe, Shaq e Jackson, che sembravano essere all’interno di un reality show per la mole di dettagli privati che venivano comunicati alla stampa e ai tifosi. La capacità di tenere segrete le proprie mosse e i problemi è importante per una squadra che vuole puntare ad essere competitiva. 

Michele Di Mauro

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