L'arte è la vita della nostra vita: la poesia di oggi è anche musica
Fonte: pixabay.com

Qualsiasi espressione artistica trova le sue regole nella sua stessa natura. La tecnica segue insieme all’ispirazione e la voglia di dare, di lasciare una parte di sé capace di rigenerarsi sempre: l’arte è la vita della nostra vita. Ad erigersi tra le varie manifestazioni artistiche è la poesia, capace di abbracciare il Tutto in fuga: col suo potere cangiante riesce a stigmatizzare la rigidezza dell’essere nonostante l’incessante fluire nello spazio. La totalità delle cose è l’Uno fermo ma al contempo in movimento perenne, una sorta di entropia: nel caos del quotidiano ci regala l’unione di ragione e sentimento, l’unità delle nostre parti scisse, dei nostri piccoli tasselli che insieme, visti da lontano, danno vita a un enorme e variegato mosaico. Pensiamo all’eleganza musicale del verso, la lucida e penetrante descrizione della cruda realtà personale e umana. Nel corso del tempo la poesia ha cambiato radicalmente la sua forma trascinando con sé, inevitabilmente, i suoi contenuti. Ma qual è, oggi, il vero ruolo della poesia? Le scritture d’oggi tendono a reggersi su metadiscorsi che le legittimano, cioè trovando un senso soprattutto nelle teorie che le precedono e le accompagnano.

Innanzitutto è utile riprendere un concetto che da Hegel in poi è stato ripreso da molti studiosi e che però non viene ricordato abbastanza. Le arti della parola, e fra di esse con particolare evidenza la poesia, sono ai margini del sistema delle arti in quanto costituiscono un tipo di espressione estetica meno autonomo rispetto ad altre attività. A sua volta la poesia, fra i modi d’arte deboli, è la più fragile perché a differenza, ad esempio, del teatro, non ha natura mimetica. La poesia tende a restituire l’io con strumenti immediatamente linguistici. Si avvale solo marginalmente della “finzionalità” del racconto. La poesia è una forma sempre sul punto di confondersi con la parola cosiddetta comune, con la non-arte. Ma una cosa è certa: sapremo di essere al cospetto di una poesia solo nel momento in cui essa esprimerà parole che non appartengono a nessuno, perché sono sempre state di tutti. Esemplare è la lezione del poeta Franco Loi il quale sostiene di non ricordare i suoi testi perché “una volta pubblicati, non appartengono più al poeta”.

Ma facciamo un passo indietro: come si è evoluta la poesia nel tempo? Il processo di cambiamento della poesia, più che a livello tematico, si è avuto nello stile e nella sua cellula, la lingua, nella sua modalità di divulgazione. In origine le poesie venivano composte e recitate oralmente. Pensiamo ai racconti dei poemi omerici che, prima di venir messi per iscritto, erano cantati dagli aedi in pubblico e trasmessi oralmente di generazione in generazione attraverso il racconto dei miti. Con la nascita della scrittura, essa ha raggiunto il suo stadio supremo di immortalità e di immutabilità. Consideriamo la poesia di massima elevazione, quella dantesca, ad esempio: è possibile farla risuonare nelle proprie parole come se fosse ancora possibile percepire quell’animus, quel soffio vitale, quel fuoco ipnotico di un viaggio che stiamo ancora compiendo.

Rappresentazione di Dante Alighieri nella Selva Oscura
Fonte: blogspot.com

C’è chi ad oggi dichiara la morte della poesia. Non viene letta né tantomeno creata: nulla di più falso. Gli editori la stampano poco? Verissimo, ma lei gira in altri modi: come voce, come in internet, come radio, come lettura pubblica o intorno al fuoco. La poesia è come l’acqua, gira in tutti i canali che trova; trae origine dalla vita preconcettuale dell’intelletto che esige il suo spazio gaudente per vivere. Trova un rifugio nell’intima armonia di stranissime e arcane magie, siano esse fatte di suoni, parole, reminiscenze d’echi che le porte dell’inconscio ci spalancano in determinate circostanze e in particolari stati d’animo: essa è un macrogenere dentro il quale convivono esperienze diverse e, perché no, in aperta contraddizione.

Rupi Kaur, ad esempio, poetessa, scrittrice e illustratrice canadese di origine indiana, riesce a rappresentare con le parole e con le forme il suo profondo vissuto all’interno delle sue due raccolte poetiche, Milk and Honey e The Sun and Her Flowers, pubblicate rispettivamente nel 2014 e nel 2017. La sua produzione mostra come la poesia si sia avvicinata di molto alle arti figurative, e non solo.

Rupi Kaur e una sua poesia della raccolta The Sun and Her Flowers:
“Cosa c’è di più forte / del cuore umano / che si schianta di continuo / e ancora vive”
Fonte: vervemagazine.in

In effetti la sua versatilità fa sì che riesca a convivere in piena armonia con ulteriori espressioni artistiche senza alterarne l’essenza. Un esempio lampante è la musica: dal cantautorato al rap, la poesia s’insinua nelle costruzioni testuali con frasi veloci e dinamiche come il pensiero, le quali rimandano direttamente all’oralità e al parlato, offrendo al lettore o all’ascoltatore la sensazione del momento descritto.

Si tratta indubbiamente di due generi estremamente differenti, ma i contenuti di entrambi gli stili sono in egual misura crudi e reali: è questa la realtà, non si va certo per il sottile. Nel contesto italiano la denuncia rap degli anni ’90 e la contestazione cantautorale degli anni ’70 entrano nelle viscere del “vissuto”, del degrado e delle ingiurie con un occhio sempre al futuro. Tra i numerosi artisti del mondo del rap ricordiamo (per citarne alcuni) Neffa, Fabri Fibra, i Sottotono, gli Articolo 31 a cui si sono aggiunti successivamente tanti altri rapper dall’indiscusso talento: ricordiamo Rancore, Claver Gold, Dutch Nazari, Murubutu, al quale è riconosciuto il merito di aver dato vita a uno stile musicale che vede la fusione della letteratura e della poesia di tutti i tempi al rap, rendendo il passato una creatura vivente.

La poesia di oggi è anche musica
Album di Muruburu “Tenebra è la notte”, 2019
Fonte: open.spotify.com

Nell’ambito cantautorale, ad esempio, ricordiamo Francesco Guccini, Giorgio Gaber, Lucio Battisti, Rino Gaetano, Fabrizio De André: insomma, la lista sarebbe interminabile. Quest’ultimo, con la sua capacità “pittorica”, riesce a rappresentare scene e situazioni tramite l’utilizzo di poche parole estremamente precise. La valenza poetica dei testi del cantautore genovese è innegabile: essi contengono sempre una morale che spesso emerge con sarcasmo, il crudo realismo e il legame all’ebrezza lo rendono un ineguagliabile “poeta maledetto“.

La poesia è anche musica
Album di Fabrizio De André “Anime Salve”, 1996
Fonte: discogs.it

Allo stesso modo è importante comprendere la valenza del linguaggio, dello slang, per poter accettare una visione del rap in un ambito poetico e cantautorale. Se crediamo che per essere classificati poeti o cantautori gli artisti debbano utilizzare lingue arcaiche, definite per convenzione “belle” sotto un profilo estetico, siamo completamente fuori strada. La realtà è che siamo eredi di film come Amore Tossico: allora perché creare un’opera radicandoci a un idioma che talvolta sembra non appartenerci più?

La poesia, dunque, non è solo retorica che riposa fra pagine scritte da sant’uomini, né ci guarda dall’alto di un tempio come un Dio dimenticato. La poesia è dannazione, è il fiato della profuga in corsa, vive negli occhi del bambino cresciuto troppo in fretta, esplode tra due corpi sudati e affamati. La poesia è uno dei tasselli del nostro mosaico che, una volta al suo posto, ristabilisce l’entropia del nostro intero sistema. La poesia palpita in noi all’infinito.

Mena Trotta

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