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Moder è l’ultimo dei mediani veri e con “Ci sentiamo poi” entra nella cerchia dei più grandi

Moder è il nome d’arte di Lanfranco Vicari, rapper ravennate classe 1983. Possiamo considerarlo l’ultimo dei mediani veri, l’emblema di una generazione costretta a lottare più del dovuto per rendere meno duro l’impatto fra sogni e realtà. “Lanfi” (così per gli amici) ne sa qualcosa. Sono 20 anni che inciampa, suda e sgomita sui palchi di tutta Italia, raccontando sè stesso con spaventosa sincerità e onorando questa disciplina con una costanza e un amore fuori da ogni standard.

Il suo nuovo album “Ci sentiamo poi” ha appena compiuto un mese, e, a tre anni e mezzo di distanza da “8 dicembre”, rappresenta il definitivo ingresso di questo artista nella cerchia dei più grandi dell’attuale scena hip hop italiana. No, non quella scena che bada troppo alle classifiche, ai numeri, alle visualizzazioni. Lì, attualmente, di spazio per i grandi ce n’è (fortunatamente) poco. E va bene così. Perchè chi ama questo genere sa che non è roba per tutti: i testi rap con una certa ambizione sono lunghi e spesso poco immediati. Hanno bisogno di più di qualche ascolto per centrare il bersaglio, vanno scoperti un verso alla volta, una rima dopo l’altra. Non ci sono scorciatoie, e il mondo di oggi corre senza dubbio più veloce di chi ha ancora la voglia e il coraggio di mettersi a capire una metafora o a cogliere una citazione nascosta all’interno di un brano. È un po’ come girare a piedi una città piena di viuzze: occorre tempo e magari serve perdercisi dentro per godersela davvero, e i più preferiscono salire su un pullman scoperto e stare seduti comodi mentre qualcun altro sceglie dove portarli. Ecco, a uno come Moder stare comodo non è mai piaciuto.

Fonte: www.ravennanotizie.it

Secondo un noto aforisma di Friedrich Nietzsche “bisogna avere ancora un caos dentro di sé per partorire una stella danzante”, e Moder del caos è riuscito a farne preziosa cifra stilistica. Bastano pochi versi di una sua qualsiasi canzone per capire quanto poco spazio ci sia per il patinato e il politicamente corretto. Ogni strofa è nuda e cruda, spogliata di qualunque inutile artificio e data in pasto a un pubblico che subito si accorge di avere fra le mani qualcosa di autentico, di delicato, estrapolato da riflessioni profonde frutto di una continua ricerca su sè stessi. Non c’è tempo per gareggiare con gli altri: prima vanno fatti i conti con i propri fantasmi, con la noia, il tempo che passa, il senso di impotenza, la voglia di andarsene e un amore verso sè stessi che troppe volte si traveste da odio e ti gioca contro. Un continuo e decadente zoppicare di baudelairiana memoria, impregnato di lacrime, vino e vomito, che non può non sfociare in poesia, qualsiasi forma essa voglia prendere. Ma se prende la forma delle parole, allora può nascere musica come quella di Moder.

Fonte: www.facebook.com/moder.latooscuro

Nonostante progetti da solista e di gruppo già all’altezza dei migliori, nei primi quindici anni del duemila il successo non si è mai palesato quanto avrebbe dovuto. Eppure, o forse proprio per questo, l’esigenza artistica di “Lanfi” non è mai cessata: alla musica si sono affiancate, col tempo, esperienze teatrali con il Teatro delle Albe e, dal 2010, una nuova collaborazione, che tuttora prosegue, da direttore artistico presso il Cisim di Lido Adriano: il giusto riconoscimento verso un’artista che non se n’è mai andato e non ha mai smesso di credere e dare voce a quella “zona in cui la gente è tutta in coma“: una periferia paludosa, quella di Ravenna, che occupa con la nebbia lo spazio dei sogni. Quanto Moder fosse pronto per il salto lo avevamo già capito con quel capolavoro di “8 dicembre”, concept album autobiografico del 2016, nel quale “sputa” in faccia a tutti i suoi tormenti e le fatiche del suo difficile passato: dalla perdita del padre al difficile rapporto con sè stesso e col luogo di provenienza. Lo capiamo ancora meglio oggi con “Ci sentiamo poi”: 16 tracce cucite su strumentali, curate da Duna, (b-boy della storica crew Break The Funk e ingegnere del suono) profondamente variegate fra loro e questa volta senza un concept, ma comunque legate da un filo sottile che mai viene meno: quello del dolore. C’è dolore ovunque nell’arte di Moder. Un dolore intrinseco, che condisce ogni testo e che è capace di prendere varie forme all’interno dell’album. Se in “8 dicembre” a dominare era una autoreferenziale frustrazione verso una realtà che non restituisce abbastanza alle aspettative del sogno, in “Ci sentiamo poi” il discorso si fa più vasto e complesso, di pari passo con una maturità artistica definitivamente raggiunta e dimostrata dalle riuscite collaborazioni con mostri sacri della scena come Claver Gold in bimbi sperduti, e Murubutu in La musa insolente, storytelling a sfondo politico ambientato al tempo degli anni di piombo.

Fonte: www.rapologia.it

Dolore e ricordi, mischiati alla consueta rabbia e a tanto studio, lontano dallo sfociare in autocommiserazione e lamento, si fanno catartici strumenti mai fini a sè stessi, da cui partire per interpretare ed accettare il proprio vissuto (“Piccola iena“, “Bimbi sperduti“), fare dissacrante critica socio-politica verso un Paese che si dimentica di chi gli fornisce l’ossigeno (“Assassini“), sfogare delirante frustrazione sopra un giro di blues allucinato (“Non ne posso più“), commuovere a livelli prodigiosi con fotografie di vita dal sapore bohémien (“Birre in lattina“, “Dall’altra parte“), e ribadire il proprio distacco da un mondo che bada molto più alla forma che alla sostanza (“Preferirei di no“, “Il panchinaro fuoriclasse“).

Volevo solo stare in piedi però spesso cado

Mi sta stretta la provincia ma non me ne vado

Come non tolgo certe felpe vecchie dall’armadio

Ho scoperto che sono quello che sono stato

(Bimbi sperduti – Feat. Claver Gold)

Se gli si dovesse attribuire un ruolo calcistico, Moder, sarebbe l’ultimo dei mediani veri: uno di quelli cantati da Ligabuesempre lì, lì nel mezzo“, a masticare fatica e a procedere un piede alla volta. Quelli abituati a rialzarsi dopo una caduta e a credere in sè stessi molto più di quanto ci credano gli altri, senza mai uscire però dai sacri confini dell’umiltà. Di mediani come Moder ne è (forse) ancora pieno il mondo, di mediani con una penna così affilata decisamente no, e noi ne abbiamo un bisogno totale. Un’ultima menzione la merita “Quando torni a casa“, forse l‘apice emozionale dell’album: una toccante lettera d’amore indirizzata alle due figlie per metterle in guardia da un mondo nel quale non è facile destreggiarsi. Nel ritornello viene citato Cesare Cremonini, proprio lui che cantaTutti col numero dieci sulla schiena, e poi sbagliamo i rigori. Ti sei accorta anche tu, che in questo mondo di eroi, nessuno vuole essere Robin?” Chissà, forse è arrivato il tempo dei mediani veri.

Daniele Benussi

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