Giorgieness: intervista alla stella nascente dell indie rock italiano

Giorgieness sono una band indie rock italiana formatasi a Morbegno (SO) nel 2011 composta dalla cantautrice e chitarrista Giorgia D’Eraclea, dal chitarrista Davide Lasala, dal bassista Andrea De Poi e dal batterista Lou Capozzi.

Dopo essersi fatti notare nel 2016 con l’album d’esordio “La giusta distanza“, che è valso loro una candidatura alla Targa Tenco lo scorso 20 ottobre, hanno pubblicato un nuovo disco dal titolo “Siamo tutti stanchi” anticipato dai singoli Dimmi dimmi dimmi e Calamite.

I Giorgieness nella loro musica mescolano l’energia del rock, una musicalità seducente e testi molto profondi. Tra le tematiche trattate dal gruppo vi sono storie d’amore finite male, il vuoto di vivere e la fallibilità umana, argomenti personali ma con un’universalità di fondo che consente all’ascoltatore di identificarsi nei brani.

La redazione di Libero Pensiero News ha avuto il piacere di intervistare la front woman dei Giorgieness, Giorgia D’Eraclea, che ha cortesemente risposto ad alcune nostre domande. L’intervista completa.

Come è avvenuto il tuo approccio alla musica? Quali sono stati i tuoi percorsi musicali prima di dar vita al progetto Giorgieness?

«Ho iniziato ad ascoltare musica fin da bambina, in famiglia c’è sempre stata una grande passione a riguardo. Da una parte mio padre col rock e il cantautorato americano e inglese e da parte di mia madre i grandi parolieri italiani, senza disprezzare Police, Talking Heads e via dicendo.» 

Nella lingua inglese il suffisso ”-ness” viene utilizzato per formare sostantivi astratti dagli aggettivi e indica ”l’essere in un dato modo”. Come mai avete inserito tale elemento morfologico nel nome della vostra band?

«Negli anni, tramite papà, ho avuto una sorta di filtro: mi ha sempre guidata tra le nuove uscite nella scoperta della musica “fatta bene”, senza lasciare fuori il pop di fine 90 inizio 2000 che tutt’ora mi piace moltissimo. 

Nella prima infanzia ho iniziato a suonare la chitarra, strumento che ho sempre avuto in casa ma non ho mai approfondito – aimè – più di tanto, se non con qualche corso spot. La prima band l’ho fondata insieme alla mia migliore amica quando avevamo 14/15 anni, punk, tutte donne. Da li non mi sono mai fermata finché nel 2011 è nata Giorgieness. 

Ho scelto questo nome fondamentalmente per urgenza di comunicare ai locali dove andavo a suonare da sola, chitarra voce, un nome quando sono nate le prime canzoni. Era il mio nick name su internet, che nasce da Giorgia + Mike Ness, il cantante e paroliere dei Social Distortion. Da una parte è un simbolo del mio passato punk che ogni tanto torna fuori, soprattutto nell’attitudine. Nel tempo è stato divertente inventarsi ogni volta una storia diversa a riguardo e allo stesso tempo, facendo riferimento all’inglese, è diventato sinonimo di “giorgiezza” ovvero l’anima di ciò che sono e che scrivo, che poi è da li che parte ciò che voglio comunicare: da un vissuto forte che ha la presunzione di dover essere raccontato.» 

In questi ultimi anni la musica con le chitarre ha subito una forte flessione: sono sempre più le donne che suonano in gruppi rock o indie. Come si sente ad essere la front women di una band?

«Non saprei, non penso al fatto di essere una donna mentre faccio musica. 

La musica con le chitarre la vedo sofferente ma impossibile da distruggere, perché ci sarà sempre qualcuno che chiuso in una stanza prenderà in mano una sei corde e ci vomiterà sopra i suoi pensieri e i suoi segreti. E se una canzone regge chitarra e voce, allora poi puoi vestirla come vuoi, puoi metterci i synth o i campanacci tirolesi, ma quel pezzo ti emozionerà comunque.» 

Nel corso della vostra carriera avete vissuto una forte evoluzione. Se prima il suono era più violento ora sembrerebbe essere più ”ragionato”. Questa crescita l’ho notata anche in te e, di conseguenza, nei tuoi testi in cui spesso parli del disagio. La difficoltà diffusa ad accogliere la complessità del proprio vissuto e ad accettarlo causa, in noi e negli altri, tale sensazione. Se prima annunciavi al mondo attraverso le canzoni la tua rabbia nel provare emozioni come tristezza, malinconia e dolore e volevi che queste non ti appartenessero, ora il tuo approccio nei loro confronti è mutato radicalmente. A cosa sono dovuti questi cambiamenti?

«Credo sia una fisiologica crescita del mio pensiero e del modo di vivere. Ne hanno risentito i testi e di conseguenza la musica. Ciò che suoniamo è fortemente legato alle parole, ho spiegato molto bene a Davide – produttore e successivamente diventato chitarrista – cosa sentivo, cosa volevo comunicare, come mi sentivo in quel momento e quanto volessi distanziare il mondo sonoro dal primo al secondo disco. A fare sempre la stessa cosa ci si annoia e soprattutto si rimane fermi. Io vivo a trecento all’ora, non sono nemmeno oggi ciò che ero ieri. Le prime canzoni, quelle della giusta distanza, le ho scritte in un arco temporale molto lungo, quasi quattro anni. “Siamo tutti stanchi” invece ha una gestazione breve ed intensa, un anno in cui ho scoperto la gioia di accettare il fallimento e di ripartire dall’accettarsi così come si è ma senza indulgenza, trovando nell’errore la forza di ripartire sempre e non smettere mai di lavorare su se stessi e non sull’immagine che gli altri hanno di te. Perché non siamo perfetti, a volte siamo cattivi, altre siamo fragili e tutto questo fa parte del gioco. Essere felici non è uno status quo, ma una tensione costante che ci spinge a cercarla di nuovo quella felicità. Personalmente, amo e ricerco anche la tristezza, lo sconforto. Può sembrare masochista, ma è semplicemente la voglia di sentire tutta la gamma di emozioni che ci propone la vita, senza averne mai paura

Ho passato dei momenti abbastanza difficili nei quali ho dovuto spegnere quel genere di emozione – bellissima o bruttissima – perché mi stava distruggendo ma ne sono uscita arida e non voglio essere così, ora che riesco a districarmici senza farmi travolgere ne sono gelosa.» 

Nel corso della vostra carriera avete già dimostrato di essere una band musicalmente matura. A dimostrazione di ciò c’è il fatto che avete condiviso il palco con artisti del calibro di Cristina Donà, Edda, Tre Allegri Ragazzi Morti, Morgan, Il Pan del Diavolo, Fast Animals and Slow Kids, Verdena, Savages, The Kooks, Garbage, American Football e Placebo. Sei soddisfatta di quanto siete riusciti a costruire finora o si poteva fare di più? Come vedi il futuro dei Giorgieness?

«Sono assolutamente soddisfatta, io e la squadra con la quale ho lavorato per arrivare fino a qui – senza i quali non sarebbe stato così bello e possibile – ci abbiamo messo tutte le nostre energie, i nostri soldi e il nostro tempo. Non c’è mai stato nessuno che si è tirato indietro o ha remato contro per qualsivoglia motivo. Nel bene e nel male, si è vinto e si è perso insieme, e quando dai il massimo che potevi dare in un dato momento sei per forza soddisfatto. 

Allo stesso tempo, si punta sempre più in alto e si va avanti, il futuro vedrà nuove canzoni, nuovi tour, nuove persone da abbracciare, nuove critiche da prendere e nuovi momenti indimenticabili. Ci sono fatiche che non sentirai mai davvero, non mi fermo dal 2011 e va bene così. »

Vincenzo Nicoletti

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