Jeff Bezos- trilionario- amazon
Fonte: politico.com

La pandemia, con i suoi esiti devastanti sull’economia di tutto il mondo, non sta producendo soltanto povertà, ma sta anche amplificando le profonde diseguaglianze già esistenti. Infatti i vincitori di questo tragico ed epocale avvenimento risultano ancora una volta gli uomini più ricchi del pianeta. Secondo uno studio, Jeff Bezos diventerà trilionario entro il 2026, raggiungendo l’enorme patrimonio di mille miliardi di dollari, aiutato anche dall’aumento delle vendite durante la pandemia e dall’impennata delle azioni Amazon. Una crescita della ricchezza spaventosa che vede come controparte lo sfruttamento dei dipendenti e una cultura aziendale tossica, imponendo una riflessione circa il modo in cui Amazon realizza i suoi profitti.

Jeff Bezos: il primo trilionario della storia

Le proiezioni di uno studio portato avanti da Comparisun evidenziano come il patrimonio di Mr. Amazon, che già occupa la prima posizione nella classifica dei più ricchi al mondo, potrebbe raggiungere la folle cifra di un trilione di dollari entro i prossimi sei anni, divenendo di fatto il primo trilionario della storia. Forbes calcola al momento oltre 144 miliardi di dollari di patrimonio in mano a Bezos, che possiede una quota azionaria dell’11,2% e rientra tra i 400 americani più ricchi dal 1998, quando il suo patrimonio netto ammontava a 1,6 miliardi di dollari. 

Si parla dunque di grandi profitti in crescita, dal momento che uno dei beneficiari assoluti della pandemia risulta essere proprio Amazon, con un aumento vertiginoso della domanda di prodotti online, consegne a domicilio e servizi di streaming durante la quarantena che ha coinvolto moltissimi paesi e ha permesso un aumento delle vendite pari a 75 miliardi di dollari nel primo trimestre dell’anno. 

Non a caso, Jeff Bezos è stato uno dei pochi miliardari ad aumentare il proprio patrimonio nei primi mesi del 2020, con un aumento del 20% della sua ricchezza e l’impennata delle azioni di Amazon, che hanno battuto un nuovo record storico nel mese di aprile. 

Non si può certo ignorare che alle ricchezze sconsiderate accumulate da un solo uomo corrispondono condizioni di vita precarie per la maggioranza della popolazione mondiale. Secondo l’Oxfam, il numero dei miliardari è duplicato in dieci anni e, in più, questi possiedono più ricchezza di 4,6 miliardi di persone. Dati sconvolgenti che già prima della pandemia segnalavano l’entità del fenomeno delle diseguaglianze a livello globale, considerando che la lotta contro la povertà sta rallentando e che nel 2030 il 6% della popolazione mondiale vivrà ancora sotto la soglia di povertà estrema, secondo l’ONU.

Inoltre, sarebbe opportuno continuare a far luce sulle criticità legate a un sistema economico ancora profondamente legato ai dogmi di una società basata sull’operato dell’uomo e in cui le donne rivestono ancora un ruolo pressoché marginale. Non a caso, sempre secondo il rapporto Oxfam del 2020 i 22 uomini più ricchi del mondo (tra cui figura ovviamente lo stesso Bezos) possono godere di una ricchezza maggiore di quella posseduta dall’intera popolazione femminile africana. Un quadro che è destinato più a peggiorare che a migliorare.

Amazon e la cultura aziendale tossica: licenziamenti e sfruttamento

Oltre alla scandalosa ricchezza del futuro trilionario Jeff Bezos, che da gennaio ad aprile 2020 ha guadagnato poco meno del PIL estone, ci si interroga sul modo in cui Amazon ottiene profitti. Durante la pandemia si è dimesso uno dei vicepresidenti, Tim Bray, denunciandone la cultura aziendale tossica che ha portato al licenziamento di alcuni impiegati e magazzinieri, colpevoli di aver segnalato la carenza di dispositivi sanitari sul posto di lavoro in piena emergenza COVID-19. Questi lavoratori sono stati licenziati con l’accusa di aver violato la politica aziendale, di aver diffuso disinformazione e notizie false. Secondo Bray, questi licenziamenti sono serviti a creare un clima di paura fra i lavoratori e a spegnere possibili proteste.

È salito alle cronache il licenziamento di Chris Smalls, ex dipendente della sede newyorkese di Amazon, incolpato di aver violato la quarantena da parte dei dirigenti dell’azienda. Smalls, invece, ritiene che il motivo di tale allontanamento sia un altro: la sua partecipazione allo sciopero per la mancata fornitura di materiale di protezione personale all’interno della sede di Staten Island, dove molti suoi colleghi si stavano ammalando. In un’intervista a Il Manifesto, l’ex lavoratore di Amazon ha proposto la chiusura della sede di New York per mancanza di spazio, ora necessario a mantenere la distanza fisica, dal momento che in un solo edificio lavorano ben 5 mila impiegati dell’azienda. Le sue parole a proposito sono taglienti: «Questi miliardari stanno diventando sempre più ricchi a spese della vita umana. A loro non importa se viviamo o moriamo. Se morissi oggi, indovina un po’? Assumerebbero qualcuno per sostituirmi domani. Si preoccupano solo dei loro soldi. Il capitalismo è avido.» 

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Un dipendente di Amazon nella sede di Passo Corese. Fonte: Agi.it

Impressionante l’articolo di Internazionale di un anno fa, che racconta le storie di chi smista i pacchi per la multinazionale del futuro trilionario Bezos a Passo Corese, a nord di Roma, dove è stata costruita una sede abbattendo una collina di uliveti e intorno a un parco archeologico composto da quattro ville romane dell’antica Sabina. Applaudita dagli esponenti del centrosinistra, come Graziano Del Rio e Nicola Zingaretti presenti all’inaugurazione, la sede nuova di zecca è stata accolta con entusiasmo anche dagli abitanti della zona, speranzosi di vedere una rinascita del territorio con nuovi posti di lavoro e lotta allo spopolamento.

La realtà purtroppo è ben diversa. Le condizioni lavorative dei dipendenti di Amazon ricordano quelle degli operai delle fabbriche fordiste, come nel film “Tempi moderni” in cui Charlie Chaplin avvita per ore bulloni sulla catena di montaggio. Dal 1936 al 2020 la situazione non sembra cambiata: anche i lavoratori di Amazon, la più grande piattaforma di e-commerce al mondo, soffrono di dolori cronici dovuti ai gesti ripetitivi compiuti per interminabili ore, seguendo una rigida disciplina di fabbrica. Dietro agli inglesismi utilizzati sul posto di lavoro e alla musica motivante che accompagna i manager nel briefing mattutino dove vengono enunciati gli obiettivi del giorno, gli operai sono sottoposti a un controllo costante attraverso la valutazione di ogni movimento, divenendo difficile anche andare in bagno. La necessità di avere un punteggio di valutazione alto provoca una vera e propria lotta fra precari in un ambiente dove la presenza sindacale è bassissima. 

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Charlie Chaplin in “Tempi Moderni”. Fonte: festival.ilcinemaritrovato.it

Spesso i miliardari come Jeff Bezos sono circondati da un’aura di idolatria, venerati come “uomini che ce l’hanno fatta da soli”, self-made men che venerano il progresso e l’evoluzione (“La cosa peggiore è non evolvere”, è la massima del futuro trilionario fondatore di Amazon). Allo stesso tempo, si dimentica l’origine di queste immense ricchezze. D’altronde, già nell’800 Marx ci parlava di alienazione, processi di valorizzazione del capitale e di sfruttamento della forza lavoro. E forse ciò che fa più paura è proprio la costante attualità di queste dinamiche, che si ripropongono eternamente, formalmente diverse ma sostanzialmente uguali.

Rebecca Graziosi

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