
Controllare ossessivamente le previsioni meteo, anche più volte al giorno, nella speranza che qualcosa cambi. Rinunciare a qualsiasi attività all’aperto per paura di soffrire troppo il caldo. Verificare se un locale è climatizzato prima di prenotare una serata con amici. Trascorrere lunghe settimane in casa, impossibilitato a muovermi, come in una sorta di lockdown climatico.
Sono tutte cose che ammetto di avere fatto, e che sempre più persone stanno facendo. L’estate 2026 diventerà con ogni probabilità la più terribile di sempre, forse anche peggio della spaventosa estate del 2003, e sarà comunque la più fresca dei prossimi anni; l’andazzo è questo, ce lo ripetiamo spesso, tuttavia non sembriamo rendercene davvero conto.
Basta dare uno sguardo al grafico delle temperature medie globali, disponibile sul sito di Climate Reanalyzer, per notare come dal 2023 in poi il cambiamento climatico abbia compiuto un “salto di qualità”, balzando su valori senza senso anche rispetto agli anni precedenti, e sconfessando perfino le peggiori previsioni dei climatologi. Non a caso, pochi giorni fa l’ONU ha dichiarato che nei prossimi anni raggiungeremo, nel migliore dei casi, 1,8° in più rispetto ai livelli preindustriali. Giova ricordare, a questo punto, che l’obiettivo dell’Accordo di Parigi era di contenere il riscaldamento entro 1,5° entro fine secolo.
Ecco, abbiamo già superato quel limite di 0,3 gradi centigradi. Con settant’anni di anticipo.
Se ne stanno accorgendo anche i negazionisti, pensate un po’. Il loro mantra, all’inizio, era il ripetere che non esiste nessuna crisi climatica (“Ha sempre fatto caldo!”). Poi, che la crisi climatica esiste ma non è causata dall’uomo, bensì dall’attività solare (“Annibale ha attraversato le Alpi con gli elefanti!”). Adesso che anche l’attività solare non regge più, la colpa è passata alla geoingegneria (“Le scie chimiche!”). Qualsiasi cosa, pur di non individuare gli esatti colpevoli: i combustibili fossili e un modello consumistico insostenibile per il pianeta.
Ma i negazionisti sono in gran parte bot e profili falsi, fabbricati apposta per cambiare la percezione pubblica del problema. A patire le conseguenze della crisi climatica sono invece le persone, quelle reali, in carne, ossa e sudore. Persone che non hanno la possibilità economica di accedere a sistemi di refrigerazione. Lavoratori e lavoratrici nei cantieri, sui tetti, nei capannoni, nei campi e nelle serre, esposti a temperature pericolose per gran parte del giorno. Insegnanti, alunni e alunne a lezione in aule striminzite e fatiscenti. Potrei andare avanti, ma credo di aver reso il concetto.
Peccato che l’agenda climatica sia letteralmente scomparsa dai programmi politici occidentali, Italia compresa. Tra i deliri del pagliaccio arancione e la confusione dell’Unione Europea, noi italiani ci troviamo in balìa della catastrofe: il governo più longevo della storia repubblicana sembra non aver trovato il tempo per realizzare un piano di adattamento e mitigazione, né un piano contro il dissesto idrogeologico, né un piano sulla politica energetica; no, il governo più longevo della storia repubblicana si è limitato a farci pagare il 50% in più su bollette e carburante e a investire vagonate di miliardi per un ponte che non verrà mai realizzato. Al di fuori, invece, abbiamo un ex generale che vuole remigrare tutti gli africani tranne l’anticiclone e un “campo largo”, ma così largo, ma così largo che alla fine si sono persi tutti.
Forse è troppo tardi, non so dirlo, probabilmente sì. Però ricordo bene il messaggio che Greta Thunberg ci portava spaventata appena sette anni orsono. Abbiamo finto di ascoltarla per un po’, poi l’abbiamo gettata nel dimenticatoio delle cose inutili, non più di moda. Abbiamo preferito, come al solito, il menefreghismo alla responsabilità, la critica all’ascolto. Forse pensavamo di farla franca, di avere ancora tempo. E invece – sorpresa! – quella sfacciata noncuranza ci è letteralmente esplosa in faccia.
Il nostro tempo futuro, per quanto ce ne rimanga, sarà composto al 40% da temperature infernali. Messa così suona piuttosto angosciante, vero? Eppure è un’evidenza quotidiana a cui neppure i negazionisti possono sottrarsi. Un paese che invecchia, si prosciuga, si sgretola davanti ai nostri occhi. Un mondo in gran parte ostile, inospitale e incompatibile con la presenza umana. E quando l’ultima goccia d’acqua scorrerà via nei nostri lavabi, quando il deserto verrà a stanarci sull’uscio di casa, quando i nostri cari collasseranno sull’asfalto rovente penseremo che forse, tutto sommato, quegli insulti a Greta Thunberg ce li potevamo risparmiare.
Sì, quegli insulti a Greta Thunberg ce li potevamo risparmiare.
Emanuele Tanzilli















































