Oakland

Una nuova stagione è iniziata e, come se fosse ormai un mantra, la domanda che tutti si pongono è la solita, così scontata da poter restare anche implicita: esiste qualcuno che possa mettere il bastone tra le ruote dei Golden State Warriors? La scorsa stagione, nonostante la più che “convincente” vittoria alle Finals contro i Cavs, o almeno quel che di loro era rimasto, la serie precedente contro Houston [terminata 4-3, ndr] aveva, seppur in minima parte, smontato l’idea secondo cui gli uomini di Kerr fossero ingiocabili. Imbattibili magari, ma non con una superiorità tale da rendere inutile disputare i playoff.  E l’assenza di Chris Paul nelle ultime due gare della serie resterà uno di quei what-if-topic che ci accompagneranno a lungo, forse per sempre.

Naturalmente per rendere possibile ciò che appare impossibile vi è la necessità che quantomeno gli Warriors decidano di aiutare gli avversari, facendo saltare il banco dall’interno. Un qualcosa che sembra lontano dalla realtà ad oggi ma si pensava lo stesso dei Los Angeles Lakers di Kobe e Shaq, e che, invece, hanno terminato la loro carriera da compagni di squadra con i coltelli puntati l’uno alla gola dell’altro. Diverse persone, diverse personalità (soprattutto) e diversi contesti, ovviamente, perché ad Oakland sembra che siano riusciti a creare il paradiso ideale per una squadra costituita da all-star, in cui tutte le gelosie, le volontà di primeggiare e dominare singolarmente sono messe da parte per una coralità disarmante (per gli avversari). E a cui si è aggiunto in estate anche DeMarcus Cousins, uno dei centri migliori della Lega negli ultimi anni, che di certo non migliora la situazione (per gli avversari, ancora una volta).  Resta il fatto che appare difficile che si possano battere i campioni back-to-back senza che non vi sia qualche problema.

Per adesso, le prestazioni iniziali non fanno presagire nulla di tutto questo. Stephen Curry sta viaggiando a cifre da MVP (32.5 punti, 50% da dietro l’arco con una media di 11.6 tentativi per gara), ha già messo a segno un cinquantello, stabilendo anche il record di triple segnate in una partita (13)… battuto pochi giorni dopo dall’altro Splash Brother, Klay Thompson, che si è reso già protagonista di una prestazione storica in soli 31 minuti, mettendo a referto 14 triple e un totale di 52 punti. Di fianco a questi numeri, anche i 41 punti (di cui 25 nell’ultimo periodo) di Kevin Durant al Madison Square Garden sembrano sfigurare. E mentre il due volte MVP delle finali sfiancava i padroni di casa, al di fuori del palazzetto campeggiava il cartellone affisso per provare a convincerlo a cambiare squadra il prossimo giugno. Il tutto in attesa che l’ex giocatore dei Sacramento Kings rientri dall’infortunio al tendine d’Achille, che lo ha tenuto fuori per gran parte della scorsa stagione. Non vi è ancora una data certa per il suo rientro ma il suo allenatore ha tenuto a precisare i suoi progressi e che è già pronto per disputare gli scrimmage 5 vs 5.

Dunque, in attesa che un granello entri negli ingranaggi degli Warriors, sono gli avversari a dover dimostrare di essere all’altezza per impedire il three-peat. Se Houston non ha iniziato nel migliore dei modi (3-5), complice anche l’assenza di James Harden, non vi sono ragioni per dubitare che la squadra di D’Antoni non sarà tra le prime della classe a fine regular season. L’innesto di Carmelo Anthony, per cui sono stati sacrificati giocatori di sistema importanti per le fortune degli ultimi anni come Anderson e Ariza, è certamente la scommessa dell’anno. L’ex stella dei Knicks per la prima volta in carriera ha accettato di uscire dalla panchina, mettendo in luce la sua buona volontà di far parte di questo gruppo senza pretesa alcuna. Il general manager Morey ha spinto molto per riportare il giocatore nelle grazie del Baffo, nonostante l’amore non sia mai sbocciato nel corso della loro avventura nella Grande Mela. Ma si sa, per battere gli Warriors c’è bisogno di un grande roster e grandi giocatore e, nonostante Melo non sia più il giocatore d’un tempo, potrebbe rivelarsi importante. E scommesse azzardate di questo genere possono rivelarsi decisive, in una franchigia, quella texana, che negli ultimi anni le ha azzeccate tutte da questo punto di vista.

E poi naturalmente vi è la Eastern Conference, finalmente free-James, che vuole tornare ad essere competitiva. Boston ha già dimostrato di esserlo e quest’anno potrà contare su Hayward e su di un Irving a pieno regime. Philadelphia è la squadra delle importanti aspettative e che dovrà cercare di far crescere i propri gioielli, mentre Toronto, forse per la prima volta nella propria storia, con l’aggiunta di Kawhi Leonard potrebbe essere all’altezza per andare fino in fondo.

La stagione è appena cominciata, noi ci stiamo scaldando e la seguiremo passo dopo passo con aggiornamenti ed approfondimenti settimanali. Stay tuned.

 

Michele Di Mauro

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