«La musica aiuta a non sentire dentro il silenzio che c’è fuori.»

È tempo di aprire le finestre, di volgere al presente e al futuro, di prestare ascolto alle nuove melodie che arrivano per ridare voce a quei posti che sono i nostri posti, quelli che non molto tempo fa sembravano destinati a vivere nell’ombra e che oggi invece si sono trasformati nell’oggetto di attenzione principale da parte delle tante organizzazioni culturali a scopo umanitario e sociale, che qui hanno individuato il punto chiave in cui intervenire per avviare il percorso verso la svolta.

Percorso che Officinae Efesti ha già intrapreso: si tratta di un’organizzazione di management culturale che si occupa di progettazione, di produzione artistica e di innovazione sociale, ma principalmente si interessa di arte e di umanità e da più di 15 anni «porta l’arte a casa loro», nel cuore delle periferie, generando bellezza. Officinae Efesti con la rassegna “Una vita per il Teatro” aggiunge un’altra esperienza al lavoro che ha intrapreso da diversi anni sul tema della condivisione e valorizzazione delle comunità che stanno ai margini della società. La rassegna è infatti rivolta alla periferia di Napoli, ai bambini e ai ragazzi che vivono in quei luoghi al margine, come il quartiere di San Giovanni a Teduccio.

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«Generiamo innovazione e cambiamento, produzione di valore artistico, umano e sociale; accogliamo esperienze concrete di integrazione e valorizzazione delle differenze, riflettiamo sul tempo e lo spazio, sulle tradizioni e le relazioni, il sacro e il profano, nelle diverse culture che coinvolgiamo, da oltre 15 anni. L’intervento del grande griot maliano Baba Sissoko, che abbiamo invitato a partecipare al nostro progetto risponde appieno a questa esigenza» — ha dichiarato Stefania Piccolo, direttrice artistica che opera per l’organizzazione di Officinae Efesti e che è più volte intervenuta attivamente nell’ambito delle questioni sociali che stanno a cuore alla città di Napoli (e non solo).

Produzione artistica, innovazione sociale e progettazione culturale: sono questi i cardini di Officinae Efesti. Intervenire sul recupero delle comunità mediante la contaminazione e il contatto sociale, promuovere i beni culturali, allestire eventi artistici e progetti di laboratorio per valorizzare la cultura, guardando soprattutto ai linguaggi espressivi dell’arte.

E la musica con la sua universalità, la sua capacità di mobilitare le masse e di creare condivisione, di infondere spirito di festa, è arrivata a parlare nel quartiere di San Giovanni a Teduccio, grazie alle melodie di Baba Sissoko.

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Nato e cresciuto a Timbuctu, antichissima città nel nord del Mali, appartenente a una grande famiglia di Griot, Baba Sissoko è considerato uno dei più grandi ambasciatori artistici di una terra baciata dal Dio della musica. Ha iniziato la sua carriera musicale suonando il Tamani, il tamburo parlante, accompagnato da suo nonno. Il lato artistico più apprezzabile della sua musica consiste nell’abilità di riprodurre i suoni più ancestrali della sua Terra mescolandoli ai ritmi più tipicamente occidentali del jazz e del blues.

Grazie alla sua originalità, Baba Sissoko ha ottenuto collaborazioni con artisti del calibro di Dee Dee Bridgewater, Art Ensemble of Chicago, Omar Sosa, Enzo Avitabile & i Bottari, Chris Joris & Bob Stewart, Rokia Traorè.

Abbiamo chiacchierato con Baba Sissoko per comprendere il ruolo della musica presso la sua tribù e nella sua vita, la funzione sociale che egli gli attribuisce e le ragioni che lo hanno spinto a prendere parte alla rassegna “Una Vita per il Teatro” organizzata da Officinae Efesti.

Qual è il ruolo del Griot presso la sua cultura?

«Nella cultura del mio paese di origine, il Mali, il ruolo del Griot è di fondamentale importanza. Ci si rivolge al Griot per qualsiasi problematica insorga nella vita familiare e sociale. Il Griot è il depositario della tradizione e della cultura, ha saputo ascoltare per imparare ad essere quello che è e quindi sa ascoltare quando gli si parla e gli si espongono i propri problemi. È saggio ed i suoi consigli sono sempre presi in grande considerazione sia nelle cose più banali che negli affari di stato. Inoltre il Griot è il custode della cultura trasmessa oralmente e la trasmette a sua volta, anche suonando e cantando.»

Che posto occupa la musica nella sua vita?

«Sono nato immerso nella musica. Nella mia famiglia, che è appunto una grande famiglia Griot, la musica è sempre stata presente. Ho imparato a suonare gli strumenti tradizionali da mio nonno, da mio padre, dai miei zii; mia madre cantava nelle cerimonie tradizionali ed io spesso l’accompagnavo. Sono cresciuto con la musica e presto ho capito che sarebbe stata la mia compagna di vita. Oggi la mia musica rappresenta la mia più grande soddisfazione ed il mezzo che mi permette di comunicare con un gran numero di persone ovunque nel mondo.»

Quali sono le ragioni che l’hanno spinta a partecipare a questo progetto?

«In generale sono molto curioso e mi piace mettermi in gioco in nuovi progetti musicali. Con questo, in particolare, ho avuto una spinta in più data dal fatto che nasce in un contesto particolare e con un fine importante che è quello di ridare spazi e opportunità a giovani che non hanno molte occasioni di riceverne. Penso che puntare sui giovani, tutti i giovani, a prescindere dal posto in cui nascono o crescono, sia l’unico modo per provare ad avere un futuro migliore.»

Cosa consiglierebbe ai tanti giovani che desiderano esordire nell’ambito musicale?

«Di provarci, di provarci con tutte le loro forze. Di non lasciarsi condizionare dagli altri o dalla paura di non riuscire. Se si sente di avere un talento e di avere delle cose da dire o da mostrare, bisogna provare a dirle e a farle! Sempre. E poi, comunque vada, la musica non delude mai, ti rende comunque ricco dentro.»

A suo parere, in che modo la musica, il teatro e l’arte in generale potrebbero costituire delle risorse nell’ ambito di un progetto di recupero delle periferie?

«Io penso che la musica, così come il teatro o l’arte in generale sia il mezzo più adatto per cercare di recuperare le periferie! La cultura è l’unica via per il riscatto personale e sociale. La bellezza genera bellezza e penso che abituare i giovani all’arte, alla bellezza, alla musica, al teatro, alla cultura in generale sia il ruolo più importante che un adulto deve svolgere.»

Sonia Zeno

 

Greenpeace

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