Napoli, scudetto

Se c’è una cosa che ho sempre mal digerito delle lunghissime estati senza calcio giocato sono le griglie pre-campionato. Una lunga lista di squadre messe in ordine sparso secondo intuizioni basate sulla semplice lettura della rosa, il calciomercato e quello che è successo nella stagione precedente. Il tutto senza alcun minuto giocato, senza aver visto l’impatto dei nuovi arrivi o la forma di chi è già in rosa, senza alcuna base certa. Tuttavia, va anche ammesso che il Napoli veniva fuori da un’estate piena di incognite e di scetticismo che veniva espresso non solo dagli addetti ai lavori, ma anche e soprattutto dai tifosi.

L’estate del Napoli è stata un susseguirsi di proteste e cessioni. L’addio di Insigne già annunciato a gennaio aveva fatto presagire aria di rivoluzione per questa stagione, ma in pochi si aspettavano una così forte e decisa volontà da parte di De Laurentiis e Giuntoli di tagliare tutti i rimanenti artefici del triennio con Sarri allenatore e ricominciare con un gruppo giovane e con pochissima esperienza in Serie A. Gli addii di Koulibaly, Mertens, Ghoulam, Fabian e Ospina, oltre a quello del capitano, erano il chiaro e lampante segno di una possibile ulteriore stagione di transizione, dopo anni in cui il Napoli era stato una chiara candidata allo Scudetto, ma a cui è sempre mancato qualcosa per vincere, qualunque fosse il momento o l’occasione. Ma lo scetticismo per un qualunque tipo di piazzamento del Napoli sopra il sesto posto era palpabile, si respirava per strada e sui social. Kvaratskhelia e Kim erano perfetti sconosciuti agli occhi di molti, e il resto degli acquisti sembravano avere il solo scopo di consegnare a Spalletti una rosa che fosse il più completa possibile in ogni reparto, senza alcun colpo da 90 sul mercato. Ma quindi come ha fatto il Napoli a vincere lo Scudetto proprio nell’anno in cui nessuno si aspettava niente?

Volendo essere brutalmente onesti, ed eliminando ogni qualsivoglia sentimento dalla conversazione, il Napoli aveva la necessità di rivoluzionare la squadra già dall’ultimo anno con Sarri, perché quella rosa aveva dato tutto quello che poteva dare nella stagione dei 91 punti e non aveva veramente più forze mentali per sostenere un ritmo del genere, e i fatti lo hanno dimostrato. Perché fino all’avvento di Spalletti il Napoli ha fatto enorme fatica, con molti di quei giocatori, a riconfermarsi anche solo vicino a quel livello di gioco espresso. La dirigenza azzurra ci ha sbattuto la testa prima di accorgersi che confermare nuovamente quel gruppo, a quelle cifre e con quella mentalità, era un errore che poteva costare caro, specialmente in un periodo di crisi economica e con la Serie A che sembra non avere una vera propria padrona. Lasciar partire la vecchia guardia, per quanto magari si potesse fare con modi e modalità diverse (e sì, è soprattutto a Mertens che va questo pensiero), era la scelta vincente per dare vita ad un nuovo ciclo che potesse essere vincente, sotto Luciano Spalletti, entro 3 o 4 anni. In una sola estate il Napoli ha dimezzato il proprio monte ingaggi, abbassato di molto l’età media e si è liberato di quei giocatori che, per quanto vadano ringraziati per tutti gli anni in maglia azzurra, portavano con sé quell’alone di ansia e timore quando il pallone scottava davvero e c’era bisogno di vincere a ogni costo.

Poi c’è il campo, e il campo ha sovvertito qualunque griglia di partenza che si sia vista in giro. Il Napoli ha chiuso qualsivoglia discorso scudetto alla fine di gennaio, questo a prescindere dalla matematica certezza, arrivata 4 mesi dopo. Perché a differenza della concorrenza, e soprattutto a differenza del Napoli di chi è sceso in campo negli anni precedenti, gli azzurri hanno vinto quando contava farlo. E non si parla di occasioni come il doppio confronto con Juventus o Roma, oppure del colpaccio contro il Milan, bensì dei match con Spezia, Cremonese, Sampdoria o Lecce. L’enorme salto di maturità fatto da questa squadra è stato proprio nel ridurre al minimo i passaggi a vuoto che da sempre sono stati l’ostacolo principale tra il Napoli e il tricolore. Osimhen e compagni hanno spinto al massimo fin quando il vantaggio non è stato così grande da permettere alle persone di esporre le bandiere ancor prima della matematica certezza.

E poi il calciomercato, proprio quello che era il motivo principale di critica a De Laurentiis, è diventato il punto di svolta della stagione. Kvaratskhelia ha spaccato in due la Serie A, andando in doppia cifra di gol e assist alla sua prima stagione in Italia, diventando la spalla insostituibile del capocannoniere di questo campionato; Kim è stato per larghissimi tratti il miglior difensore del campionato, senza possibilità di appello; la coppia Raspadori – Simeone ha fruttato al Napoli 15 punti con i propri gol, ovvero quasi il 100% della distanza che gli azzurri hanno sulla seconda. Un autentico capolavoro, considerando che sono tutti giocatori ben lontani dalla propria maturità e che sono arrivati senza alcun tipo di spesa folle, e per il quale va dato a Cristiano Giuntoli ogni tipo di merito.

Infine, ma non per importanza, il più grande applauso probabilmente va fatto a Spalletti. Lui che portava, come gli azzurri, la bandiera del “perdente” ha realizzato un capolavoro tattico in due sole stagioni. La scelta di Di Lorenzo capitano, il recupero di Lobotka, Rrahmani e Meret, l’esplosione di Osimhen ed Elmas. E poi l’aggressione alta sul portatore di palla, gli schemi su calcio piazzato, l’accentramento del terzino durante il possesso palla, la calma e la serenità trasmessa a questo gruppo. Spalletti è cresciuto facendo crescere il Napoli con sé, superando finalmente il famoso crollo che le sue squadre avevano in inverno e facendo esprimere alla squadra il miglior calcio d’Italia, ed ha vinto il suo primo scudetto in Italia nella maniera migliore possibile.

Il Napoli ha superato quel muro che gli impediva di essere una squadra vincente, ed ha strappato lo scudetto all’egemonia delle squadre a strisce, che durava ormai da 22 anni, e lo ha fatto con enorme stile. Ora ha il potere e il dovere di far capire che questo non è stato solo un episodio, bensì l’inizio di qualcosa di più grande, di un ciclo vincente che non si ferma qui. Ma queste sono cose a cui si penserà più avanti. Perché la notte è passata finalmente per gli azzurri, ed è la vittoria di una squadra, di un popolo, della generazione che non ha vissuto Diego Armando Maradona. Ha vinto il Napoli, ha vinto Napoli.

Andrea Esposito

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