Spaghetti Wrestlers, quando la musica vuole smascherare la realtà
Fonte: Sollevante Press Office

Motivi graffianti, considerevole potenza espressiva, autoironia e spensieratezza da vendere: sono questi gli ingredienti della musica degli Spaghetti Wrestlers, apprezzatissimo complesso musicale biellese che, a fronte della propria esperienza live su palcoscenici nazionali, dell’ uscita dell’omonimo EP e di un vasto repertorio da cui attingere, arriva alla pubblicazione per la label indipendente Vina Records di un secondo extended play dal curioso titolo “Tururap Turap”, disponibile su Spotify, Apple Music e nei migliori digital store a partire da venerdì 14 maggio.

La particolarità del sound del terzetto piemontese è da rintracciare in una ben riuscita commistione tra rock e pop: il marcato retrogusto sixties, con ampi richiami allo stile dei gruppi britannici dell’epoca, è coadiuvato da un approccio ritmico decisamente più aggressivo dal substrato punk che non disdegna ampie concessioni alle melodia più ruffiana; il che rende la seconda fatica discografica degli Spaghetti Wrestlers, dall’inizio alla fine, catchy, ammiccante, fresca e piacevole all’ascolto.

Al di là delle sinuose e vigorose tinte sonore e del talento dimostrato nel saper fondere vari elementi se pur, in un certo senso, affini tra loro, vale innegabilmente evidenziare le tematiche decisamente attuali contenute nella tracklist, affrontate, per giunta, con estrema disinvoltura: le cinque tracce di cui si compone la più recente fatica discografica firmata Spaghetti Wrestlers portano alla luce argomenti quali riflessioni sul sentimento amoroso, l’influenza dei social network sull’immagine e l’apparire e le problematiche ambientali che preoccupano la società contemporanea.

La band degli Spaghetti Wrestlers, composta da Marco Barberis (voce, basso), Davide Diomede (chitarra, cori) e Mirko Losito (batteria, cori), si è raccontata ai microfoni di Libero Pensiero presentando il loro ultimo lavoro “Tururap Turap” in un lungo ed introspettivo viaggio, dagli albori della loro carriera ad oggi:

I due vocaboli che determinano la vostra concezione musicale hanno chiari rimandi alla tradizione culinaria nostrana e al mondo del wrestling, disciplina in cui le maschere sono fondamentali ai fini dell’incontro per definire l’identità dei lottatori. Ci spiegate l’origine del vostro nome? Quali significati cela?

«Spaghetti Wrestlers è per noi un’idea, uno stato d’animo, un modo di essere, uno stile di vita. Ideale o reale, lo sentiamo nostro. A volte è un desiderio, altre volte un’ispirazione. È italiano, ma pensa in inglese, sogna di vivere tra il Messico e la California, ma mangia pasta aglio, olio e peperoncino. È un “vorrei, ma non posso”, con aggiunto un “lo faccio lo stesso”. Come i lottatori professionisti nostrani, il cui circuito alle volte viene appunto definito Spaghetti Wrestling, anche noi con le nostre canzoni cerchiamo di portare qui qualcosa che arriva da un altro posto. È impossibile ricordare esattamente come siamo arrivati a scegliere questo nome, semplicemente a un certo punto è saltato fuori e, nel suo suonare un po’ strambo, era perfetto per noi.»

Il primo stuzzichino del vostro aperitivo sonoro “Tururap Turap” è “Stand By Me”, canzone che presenta parallelismi tra la biochimica dell’innamoramento e la reciproca interazione uomo-ambiente che sta andando oltre le capacità di risposta della biosfera. Perchè proprio questo brano come anticipazione? Ce ne raccontate la genesi?

«Stand By Me” è un pezzo che ci piace molto, sinceramente, non ci stanca mai. Puoi suonarla sulla spiaggia, cantarla in stile rockabilly o esagerare con il distorsore, alla fine suona sempre bene. E questa se vogliamo è anche un po’ quella che è stata la sua evoluzione. Il testo è uscito di getto, come un flusso autonomo che non puoi fermare; nella sua semplicità, mette ben a fuoco un tema a cui siamo tutti molto legati, ovvero il bisogno di un cambio di direzione, di una presa di coscienza e responsabilità, di ritorno ad un amore vero nei confronti della nostra casa (il nostro pianeta), e di conseguenza, di noi stessi. Per il ritornello ci siamo poi concessi il lusso di prendere in prestito alcuni versi dell’omonima più celebre, ed è stato interessante notare come quelle stesse parole potessero inserirsi perfettamente anche in un contesto diverso da quello originale, evocando comunque, seppure da una prospettiva differente, il medesimo sentimento ad uguale intensità.»

Ora parliamo dell’EP che avete da poco portato alla luce. Il titolo può sembrare a primo impatto bizzarro; pur tuttavia, non si può negare che le canzoni al suo interno raccolgano quanto ci sta accadendo da un po’ di tempo a questa parte: le nostre priorità sono cambiate e, con esse, la percezione del mondo in cui viviamo. Che storie avevate in mente di enunciare?

«Noi ci consideriamo principalmente dei cantastorie, spesso le inventiamo, ma è impossibile poi non finire a scrivere sempre qualcosa di personale in ogni brano. Anzi alle volte è molto più semplice, e probabilmente anche più efficace, far credere che il protagonista della storia sia “quel mio amico, che però voi non conoscete…” piuttosto che esporsi in prima persona. Ma se vogliamo proprio scoprire le carte e metterci a nudo, Cobe racconta la storia d’amore tra due forme di vita differenti in un universo starwarsiano, “Stand By Me” denuncia il letargo delle responsabilità in uno scenario apocalittico ma non del tutto fantascientifico, “Battle Royal” affronta il viaggio e l’analisi interiore come un cowboy stremato attraversa il deserto alla ricerca della salvezza, “I Don’t Wanna Know The Way I’ll Die” alza il velo sul marcio del mondo reale e sull’assurdità del volersi convincere a tutti i costi di quanto valga di più l’apparire, a discapito dell’essere, mentre “Outro” è una traccia strumentale che abbiamo inserito a chiusura.»

Tra costruzioni di personaggi e stilemi ben definiti, quanto la musica odierna si basa sull’immagine? Quanto essa è realmente importante per voi?

«In un’epoca in cui l’immagine conta anche solo per andare a far la spesa o addirittura per andare in bagno, è chiaro che un settore come quello musicale non ha (mai avuto) alcuna possibilità di sfuggire a certi “dogmi”, anzi è da sempre l’ambito che meglio si presta a questo genere di cose. Il che non è neanche troppo preoccupante, fintanto che dietro alla maschera poi ci sia anche un messaggio. Noi siamo quello che siamo (abbiamo già pronto un nuovo pezzo che parla proprio di questo, in arrivo in un futuro molto prossimo) e per il momento non sentiamo il bisogno di inventarci dentro a personaggi diversi. Anche perché alla fine la musica continueremo ad ascoltarla come abbiamo sempre fatto, con le orecchie

Vincenzo Nicoletti

Greenpeace

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