Carne sintetica nei fast food
Fonte: burgerking.it

Questo non è un articolo per vegani. La carne rossa è buonissima, la tagliata alla fiorentina è senza alcun dubbio uno dei piatti simbolo della cucina italiana e del maiale non si butta via niente, mai. Però ugualmente avremo bisogno della carne sintetica, in futuro. E oggi, a quanto pare, nei fast food.

Carne artificiale, vegetale, “coltivata” in laboratorio. Fake meat, anzi, shmeat: è ormai da un decennio che nel campo dell’industria alimentare si parla concretamente di come riprodurre alla perfezione carne animale che in realtà non derivi e non sia mai stata parte di un animale vivo. Non di allevamento ma di laboratorio, appunto. Non si parla neppure dei soliti hamburger vegani di vaga ispirazione orientale, alla tofu e ceci, ma di prodotti che innanzitutto nel sapore siano del tutto simili alla realtà, tanto da insidiarne il mercato.

È di qualche settimana fa la notizia che la nota catena di fast food Burger King ha lanciato sul mercato europeo un nuovo panino, il Rebel Whopper, che segue esattamente questo concetto nella versione più economica: l’hamburger è composto da soia, grano, olio vegetale, erbe e cipolla. “100% Whopper, 0% carne”, recita lo slogan. Ma perché tutti questi sforzi, tanto da spingere le catene multinazionali a cospicui investimenti? Che avete contro una bella bisteccona di manzo?

Una rivoluzione alle porte

Abbiamo un problema che chiamiamo carne sintetica, ma che in realtà riguarda tutta l’industria alimentare mondiale, il modo in cui gli esseri umani si nutrono – non tutti allo stesso modo, naturalmente. Riguarda infine il nostro stesso sistema economico che, manco a dirlo, andrà ripensato.

La carne sintetica non rende i fast food più sostenibili
fonte: BBC / dati FAO

Il consumo di carne ha accompagnato per decenni la crescita di una precisa porzione di mondo. I dati della FAO ci dicono che siamo passati dai 70 milioni di tonnellate prodotti nel 1961 a quasi 330 milioni di tonnellate nel 2017, ma che il consumo è fortemente diseguale. A guidare la classifica del consumo pro capite ci sono USA, Australia e Argentina, ma in generale nei Paesi sviluppati ogni uomo consuma in media più di 80 kg l’anno, mentre zone molto popolose come l’Africa, il Medio Oriente e il sud-est asiatico hanno ancora consumi radicalmente più bassi, inferiori ai 20 kg. Ciò è dovuto in minima parte a ragioni culturali, ma è legato principalmente al reddito e al tipo di economia, dove fame e carestie sono ancora un problema molto serio. Mentre parte del mondo vive di fast food, un’altra stenta a sopravvivere.

Parallelamente, sappiamo che tutta l’industria alimentare, in particolare gli allevamenti di carne, soprattutto bovina, ha un impatto ambientale molto forte: secondo le stime dell’IPCC agricoltura, foreste e altri usi del suolo sono responsabili del 23% delle emissioni totali di CO2, una cifra che arriva al 37% se si includono i processi di trattamento dei prodotti alimentari. Se il mondo vuole realmente combattere i cambiamenti climatici tali percentuali devono scendere, non aumentare, ed è legittimo chiedersi: come si sfamerà l’umanità del futuro, con una popolazione in continuo aumento? La carne sintetica può davvero rivoluzionare l’industria alimentare?

La carne sintetica non rende i fast food più sostenibili
fonte: Corriere.it

La carne coltivata non è il modello di sviluppo

Nonostante l’apparenza, il Rebel Whopper di Burger King non è vegano: contiene la maionese, quindi tuorlo d’uova, e soprattutto anche gli hamburger vegetali sono cotti sulle stesse piastre di quelli normali a base di carne. Lo sa bene il consumatore statunitense che proprio su questa base ha fatto partire una class action contro la multinazionale. Questo conferma che i prodotti su cui l’industria dei fast food sta puntando non sono rivolti al mondo veggie, ma ad un normale consumatore attento alle problematiche ambientali e intenzionato a ridurre il consumo di carne: una sorta di greenwashing per darsi un’aura di sensibilità verso i problemi ambientali. Come ha specificato Pat Brown, fondatore di Impossible Foods, l’azienda che produce l’hamburger della Burger King: «L’obiettivo non è affermarci con un nuovo prodotto, ma di avere successo a scapito di un altro». E l’altro naturalmente è la carne animale.

Le varie tipologie di carne sintetica sono certamente un’opportunità enorme per i prossimi anni, in primis per chi ne ha fiutato il business, ma sono ancora numerosi i problemi che permangono: le poche aziende che detengono la tecnologia per produrla e i costi ancora alti, che tagliano fuori i piccoli produttori a favore delle grandi aziende, così come non è assolutamente ovvio che qualsiasi tipo di burger vegetale abbia una filiera realmente meno impattante. La carne sintetica non è un modello di sviluppo, né la panacea di ogni male. Torna allora utile ricordare i consigli realmente green, come il decalogo pubblicato da Greenpeace di recente: se è vero che sono state le scelte dei consumatori ad aver favorito il boom della carne vegetale, comprare solo frutta e verdura di stagione e anche solo ridurre il consumo di carne, pesce, latte e derivati può essere ancora determinante nell’aiutare l’ambiente.

Antonio Acernese

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