Ecogentrification: quando il rinverdimento urbano diventa motivo di segregazione in città

Ecogentrification
Fonte immagine: bcnuej.org

Di greenwashing, se siete assidui frequentatori di questo spazio, ne avrete sicuramente sentito parlare (proprio qualche giorno fa usciva un articolo sull’ecologismo di facciata messo in scena durante la kermesse sanremese). Meno noto – probabilmente –  è il fenomeno dell’ecogentrification, termine con cui ci si riferisce all’aumento dei valori delle proprietà, sulla scia di un progetto di rinverdimento urbano realizzato su larga scala.

Negli ultimi anni ha cominciato a registrarsi un interesse crescente nei confronti dello spazio verde urbano e, più in generale, della resilienza delle aree cittadine. Per le città, infatti, la capacità di trasformarsi è divenuta caratteristica imprescindibile e imperativa, specialmente di fronte alle sfide poste dal cambiamento climatico, che non fa che aumentare – tra le altre cose, naturalmente – il fenomeno delle isole di calore. Studi recenti hanno dimostrato che l’aumento della temperatura della superficie terrestre è correlato negativamente alla riduzione dell’area di vegetazione. Da qui, il tentativo di sindaci e associazioni di quartiere di promuovere attività di rinverdimento urbano. Progetti intrapresi, oltre che con l’intento di migliorare la qualità della vita dei residenti nelle vicinanze, anche allo scopo di introdurre elementi estetici in quelle che normalmente sono le aree più degradate della città, come le ex zone industriali. Proprio questo è quanto accaduto alla famosa High Line di New York City. La ex ferrovia sopraelevata, però, è anche esempio perfetto del fenomeno di gentrificazione ambientale. Quella che è oggi conosciuta come High Line era originariamente la West Side Elevated Line, una linea ferroviaria che – aperta nel 1933 – veniva usata principalmente dalla Nabisco Biscuit Company.

Quando negli anni Trenta ebbe inizio la pratica del redlining, l’area altamente industrializzata che circondava la West Side Elevated Line fu definita indesiderabile per le pratiche di prestito. Così, sia come causa che come effetto di questa circostanza, l’area venne popolata prevalentemente da residenti neri e a basso reddito, che vivevano ai margini dell’industrializzazione urbana di New York. Queste stesse persone, però, si videro progressivamente costrette a lasciare le loro residenze quando il gruppo no-profit Friends of the High Line si fece promotore di un progetto di riqualificazione dell’intera area. Nello specifico, la proposta era quella di convertire la struttura esistente in uno spazio verde sopraelevato, così da trasformare la High Line in una vera e propria attrazione turistica per il quartiere. Il netto aumento dei valori immobiliari derivante da questa trasformazione dell’ambiente urbano ha reso lo spazio verde accessibile solo ai più ricchi, inducendo le persone a più basso reddito a spostarsi altrove e addossarsi ancora una volta tutto il peso di un mondo che cambia. Naturalmente, aumentare la segregazione delle città non è ciò che i creatori di questo e di altri progetti intendevano realizzare, ma rappresenta pur sempre una delle conseguenze più drammatiche del fenomeno della ecogentrification.

Dunque, sebbene da un punto di vista esclusivamente economico tali progetti possano considerarsi portatori di un notevole sviluppo, lo stesso non può certamente dirsi per quel che concerne l’equità sociale. Inoltre, così formulati, essi sembrano anche promuovere una visione alquanto limitata di cosa significhi integrare la natura in città. In risposta a questi e ad altri problemi posti dalla gentrificazione ambientale, negli ultimi anni è emersa una nuova tendenza nota come anti-gentrificazione consapevole. Essa consiste nella promozione di progetti che mirano ad aumentare la qualità ambientale e la salute pubblica di un quartiere senza, però, modificarne il suo carattere socio-economico. Queste iniziative di greening urbano più modeste e graduali vengono poste in essere rifiutando esplicitamente tutti quegli elementi che, anche solo potenzialmente, potrebbero condurre alla gentrificazione (non solo di tipo ambientale) e sono realizzate per essere fruibili anche e soprattutto dagli stessi residenti, perché non c’è giustizia sociale senza inclusione e nemmeno fenomeni apparentemente eco-friendly che non possano essere smascherati.

Virgilia De Cicco

Ecofemminista. Autocritica, tanto. Autoironica, di più. Mi piace leggere, ma non ho un genere preferito. Spazio dall'etichetta dello Svelto a Murakami, passando per S.J. Gould. Mi sto appassionando all'ecologia politica e, a quanto pare, alla scrittura. Non ho un buon senso dell'orientamento, ma mi piace pensare che "se impari la strada a memoria di certo non trovi granché. Se invece smarrisci la rotta il mondo è lì tutto per te".

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