Enrico Berlinguer questione morale
Enrico Berlinguer negli anni Settanta [Foto LaPresse]

Il 28 luglio 1981 l’onorevole Enrico Berlinguer, Segretario Generale del Partito Comunista Italiano, in un’intervista concessa a Eugenio Scalfari introduceva quella che sarebbe passata alla storia come “questione morale” e che ancora oggi, dopo quasi quarant’anni, fa molto discutere e rimane irrisolta.

Il “caro Enrico”, nel lungo dialogo, apre attaccando l’intero sistema politico, e più nello specifico PSI, PSDI e DC, e denunciando il sistema clientelare, definito «macchine di potere che si muovono soltanto quando è in gioco il potere».

«I partiti di oggi sono soprattutto macchina di potere e di clientela: scarsa o mistificata conoscenza della vita e dei problemi della società e della gente, idee, ideali, programmi pochi o vaghi, sentimenti e passione civile, zero. Gestiscono interessi, i più disparati, i più contraddittori, talvolta anche loschi, comunque senza alcun rapporto con le esigenze e i bisogni umani emergenti, oppure distorcendoli, senza perseguire il bene comune. La loro stessa struttura organizzativa si è ormai conformata su questo modello, non sono più organizzatori del popolo, formazioni che ne promuovono la maturazione civile e l’iniziativa: sono piuttosto federazioni di correnti, di camarille, ciascuna con un “boss” e dei “sotto-boss”. La carta geopolitica dei partiti è fatta di nomi e di luoghi.»

[Enrico Berlinguer, intervista a la Repubblica, 28 luglio 1981]

Il j’accuse berlingueriano è rimasto per 26 anni ad uso e consumo del PCI e dei suoi eredi, come pretesto per fondare l’aura di superiorità morale della sinistra nei confronti delle formazioni di centro e di destra, soprattutto negli anni successivi a Tangentopoli e soprattutto nei confronti di chi veniva dal PSI, e dunque era implicitamente un corrotto, o dalla DC, ed in questi casi “la situazione era un po’ più complessa“, anche perché da lì sono arrivati personaggi che hanno guidato o si sono alleati con PCI, PDS, DS ed infine PD – non ultimo Matteo Renzi.

craxi berlinguer questione morale
“La situazione era un po’ più complessa”, ma non l’avreste detto vedendo Craxi e Berlinguer così sorridenti

Certo, il periodo che ha portato prima alla dissoluzione del PCI, poi all’annichilimento per via giudiziaria – Tangentopoli – del PSI e della DC, poi alla grande ascesa del “nuovo che avanza” (Berlusconi, la Lega di Bossi e il MSI de-diabolizzato in AN) all’apparenza aveva tagliato via le reti clientelari dei partiti che avevano dominato la politica fino alla caduta del Muro: semplicemente, le strutture di potere stavano cambiando marchio, restando comunque in mano ai medesimi gruppi precedenti.

Il punto di svolta è il 2007, con la pubblicazione del libro “La casta” da parte di Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella per Rizzoli, avvenuta il 2 maggio: elencando una serie di privilegi e malaffari della classe politica italiana, aprì la strada alle prime vere proteste sulla scia di un sentimento di antipolitica, ed il primo a sfruttare il filone fu Beppe Grillo con il suo Vaffa-day l’8 settembre. Da quel momento in avanti, gli “Amici di Beppe Grillo” (non ancora M5S) da una parte e i vari filoni delle opposizioni antiberlusconiane dall’altra (tra i quali Marco Travaglio, il “popolo viola”, i vari movimenti “no-qualcosa” e via dicendo) hanno avuto la strada spianata nell’esplicitare rabbia e disprezzo verso le classi politiche sia nazionali che locali, mentre in Parlamento c’era chi si faceva notare tra rimborsi spese scellerati, cambi di casacca “sospetti”, fette di mortadella mangiate nell’aula del Senato, pisolini sugli scranni durante le sedute, fatti di corruzione ed altri avvenimenti poco edificanti.

Diventa poi il solo slancio per il Movimento 5 Stelle, con quel “siamo diversi dagli altri”, così populista e così smentito dai fatti, e non da ultimo viene sfruttato anche da Matteo Salvini per lavare la veste della Lega (non più Nord), facendo dimenticare gli anni di governo al fianco di Berlusconi e di Alleanza Nazionale e gli anni degli scandali che hanno travolto financo Umberto Bossi.

Quanto al sistema clientelare, occorrono alcune precisazioni: innanzitutto sarebbe scorretto pensare che tali pratiche non fossero presenti anche all’interno del Partito Comunista, che pur non essendo stato parte della maggioranza di Governo se non tra il 1945 ed il 1948 si assicurò comunque il governo, e per molti anni, di molti Comuni, Province e Regioni; in secondo luogo va ricordato che le logiche clientelari sono radicate nella mentalità italiana sin dai tempi della Res Publica Romana, da prima di Caio Mario, e sono giunte intatte fino ai giorni nostri. 2400 anni di mentalità non si cancellano d’un tratto, né per legge né per libera iniziativa.

C’è una cosa, tuttavia, che non viene citata dell’introduzione di Berlinguer alla questione morale: le parole di apertura di quell’intervista, probabilmente una delle più grandi critiche provenienti da sinistra al Sessantotto ed ai suoi effetti:

«I partiti non fanno più politica» […] «Politica si faceva nel ’45, nel ’48 e ancora negli anni Cinquanta e sin verso la fine degli anni Sessanta. Grandi dibattiti, grandi scontri di idee e, certo, anche di interessi corposi, ma illuminati da prospettive chiare, anche se diverse, e dal proposito di assicurare il bene comune. Che passione c’era allora, quanto entusiasmo, quante rabbie sacrosante! Soprattutto c’era lo sforzo di capire la realtà del paese e di interpretarla. E tra avversari ci si stimava. De Gasperi stimava Togliatti e Nenni e, al di là delle asprezze polemiche, n’era ricambiato»

[ibidem]

La domanda, allora, non può che diventare questa: cosa hanno fatto i partiti per contribuire al rinnovamento della classe dirigente, per formare i propri militanti e tesserati e prepararli al meglio per proporre una visione con un’ideologia alle spalle? Come hanno operato i partiti per superare la questione morale?

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Enrico Berlinguer, Massimo D’Alema e Achille Occhetto al Congresso della FGCI del 1978 [Foto Agenzia Fotogramma]
Sostanzialmente nulla, e sostanzialmente male, sembra dimostrare quanto prodotto dalla giovanile comunista guidata in passato, tra gli altri, da Berlinguer stesso, da Achille Occhetto, da Massimo D’Alema e da Gianni Cuperlo. Dal prezioso lavoro storico di Francesco Serra possiamo ricostruire i principali filoni della sinistra attuale under-30:

  • il Partito Comunista di Marco Rizzo usa il Fronte della Gioventù Comunista come luogo di formazione marxista;
  • il nuovo Partito Comunista Italiano, ex PdCI e PCd’I, ha la Federazione Giovanile Comunista Italiana, spesso più vivace intellettualmente del Partito;
  • Rifondazione Comunista mantiene i Giovani Comunisti/e, soprattutto per l’attivismo nelle scuole superiori;
  • Sinistra Italiana, sin dai tempi di SEL, non si è mai dotata di un’organizzazione giovanile;
  • Liberi e Uguali sfrutta l’organizzazione di Articolo 1-MDP, il Movimento Giovanile della Sinistra, che però di fatto è assente;
  • il Partito Democratico forma i propri under-30 nei Giovani Democratici: la sensazione è che tuttavia, a fronte di pochi individui che hanno curato personalmente la propria formazione politica, culturale e filosofica, soprattutto in tempi recenti molto sforzo sia stato fatto per curare l’arte retorica e la presentazione estetica, ben più della cura del contenuto e della proposta di una visione.

Nel resto dell’arco costituzionale le cose non vanno meglio: non viene curata la formazione politica dei giovani (e nemmeno dei non più giovani) né tra le forze centriste, né in Forza Italia, che si è servita fin dal 1993 del “metodo Publitalia” per formare i propri membri, né nel Movimento Giovani Padani (un nome che Salvini si è dimenticato di de-settentrionalizzare) della Lega, né in Fratelli d’Italia.

Si può ipotizzare un motivo dietro ciò: venendo sempre meno la rilevanza del partito come struttura politica organizzata, e crescendo invece l’importanza dell’eletto sopra l’idea, la formazione offerta ai futuri quadri è di tipo tecnico-amministrativa e non strettamente politica. Si allevano cioè burocrati e meri esecutori, e non innovatori del pensiero.

E il Movimento 5 Stelle che fa? Resta a guardare. Formalmente non esiste una struttura giovanile, essendo le riunioni locali del M5S aperte a tutti i cittadini. Esistono all’interno delle realtà locali dei gruppi di lavoro soprannominati “Movimento Giovani”, ma in essi si lavora su alcuni progetti, senza fare alcuna formazione né politica né organizzativa.

Abbiamo ora elementi sufficienti per arrivare ad una conclusione: la questione morale sollevata da Enrico Berlinguer non solo rimane irrisolta, ma non è risolvibile in pochi anni.

Nessun partito, né di ieri né di oggi, si è curato di formare adeguatamente la propria classe dirigente del futuro. Non ci ha pensato un Berlinguer venerato come un santo laico, non ci ha pensato un Craxi ricordato come ladro o come eroe perseguitato, non ci ha pensato D’Alema, non ci ha pensato Berlusconi, non ci ha pensato Renzi, non ci ha pensato Bossi, non ci hanno pensato Fini, Salvini e Meloni, non ci ha pensato Beppe Grillo e non ci penseranno Di Maio e Di Battista.

Tutti hanno pensato all’immediato, a vincere (o a “non perdere”), ma nessuno – Enrico Berlinguer incluso – ha pensato seriamente al futuro. Le conseguenze le stiamo pagando adesso e continueremo a pagarle ancora per anni, finché non ci sarà un deciso cambio di rotta. Forse non è più una questione morale, ormai è una questione pragmatica.

Simone Moricca