calcio femminile nazionale italiana Mondiale Francia 2019

Il 7 giugno 2019 avrà inizio il Mondiale di calcio femminile: l’evento sarà ospitato dalla Francia e vedrà, tra le tante compagini, anche la partecipazione della Nazionale Italiana, qualificatasi brillantemente lo scorso anno dopo aver di fatto dominato il proprio girone. Si tratta di un evento più unico che raro, dato che una partecipazione delle azzurre al mondiale femminile mancava da ben 20 anni. Non vi è dubbio che anche tale ultima circostanza sia passata inosservata agli occhi degli appassionati di calcio e di coloro che, in generale, seguono lo sport.

Già, perché il calcio femminile è, a tutti gli effetti, uno sport che gode di una popolarità piuttosto bassa, essendo sovrastato dal peso e dalla risonanza del più seguito calcio maschile. Facendo qualche supposizione, i motivi potrebbero essere individuati nella maggiore spettacolarità che il contesto nel quale si muove il calcio maschileregalata dal football maschile, resa forse possibile dalla fisicità più consistente degli atleti, oppure nella tradizione che vuole il calcio come uno sport praticato esclusivamente da uomini. In realtà, nessuna delle sue supposizioni è corretta: anzitutto, la maggiore spettacolarità è semplicemente frutto della maggiore attenzione mediatica e pubblicitaria di cui gode il calcio maschile; dall’altro, anche il calcio femminile ha delle origini piuttosto antiche, considerando che la prima partita tra atlete donne è stata disputata il 7 maggio 1881 allo stadio Easter Road di Edimburgo, dove si affrontarono Scozia ed Inghilterra.

Il calcio femminile e le disparità: un problema atavico

In effetti, non è chiaro perché gli eventi calcistici maschili ricevano un’attenzione almeno cento volte maggiore rispetto alle competizioni che vedono protagoniste le donne: le televisioni sono solite dedicare settimane intere ad eventi come i Mondiali di Calcio o la Champions League, vissute quasi in prima persona da tifosi ed appassionati. A questo punto viene da chiedersi quale sarebbe la reazione della popolazione italiana alla notizia della vittoria del Mondiale da parte dell’Italia femminile e la scena che immediatamente salta in mente è una completa indifferenza unita ad una ingiustificata irriconoscenza. Altrettanto ingiustificate sono le tendenze delle maggiori imprese commerciali a scegliere esclusivamente volti noti maschili per pubblicizzare i propri prodotti sul mercato, trend che case sportive come Nike e Puma stanno cercando di invertire nell’ultimo periodo.

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Da sinistra: Girelli, Bonansea e Rosucci, colonne portanti della Nazionale e campionesse italiane con la Juventus Women

Se poi si pensa che a questa ingiustificata maggiore risonanza attribuita ai calciatori maschili si aggiunge una disparità di trattamento in termini economici e contrattuali a discapito delle colleghe donne, appare più facile classificare tale divergenza come l’esempio più lampante di una discriminazione fondata esclusivamente sul sesso. Le calciatrici italiane, infatti, a prescindere dalla loro categoria di appartenenza (Serie A, Serie B ecc.) non sono considerate professioniste a fini contrattuali e fiscali, bensì come dilettanti.

Conseguentemente, i rapporti economici con i club proprietari del loro cartellino sono regolati da degli accordi in forma scritta che inquadrano le prestatrici di attività sportiva quali dilettanti non titolari di alcun contratto di lavoro subordinato o autonomo con la squadra di appartenenza. Peraltro, la FIGC impone alle calciatrici un tetto massimo di guadagno annuo, corrispondente a 30.000 euro, somma che, se confrontata con le cifre stellari di cui beneficiano gli atleti maschili, provoca come unica reazione un immenso ed indignato stupore. Vero è che le atlete femminili restano libere di incrementare il proprio guadagno (che, tecnicamente, costituisce un rimborso spese, non uno stipendio) attraverso accordi di natura commerciale conclusi con aziende in cerca di figure sponsor.

La classificazione delle calciatrici come dilettanti è a dir poco inadeguata in un contesto sociale come quello odierno dove le donne, a differenza del passato, sono parte integrante del mondo lavorativo e ne costituiscono, in alcuni casi, il vero motore. Peraltro, tale inadeguatezza sfocia in una vera e propria ingiustizia se si pensa che, per via del loro inquadramento contrattuale, le calciatrici sono spesso tenute a svolgere altri lavori, a frequentare l’Università, in quanto prive di quella sicurezza economica che qualsiasi sportivo che svolge la propria attività quotidianamente dietro un corrispettivo dovrebbe possedere. Lo stesso inquadramento giuridico come dilettanti comporta che le stesse non possano contare sull’assistenza, a volte fondamentale, di un procuratore che curi i loro interessi e le aiuti a distinguersi nel settore calcistico, il che rende le atlete facile preda dei club in cerca di talenti e poco disponibili a corrispondere un buon trattamento economico.

Qualcosa sta cambiando… ma non è abbastanza

La verità è che, al di là dell’increscioso vuoto normativo in materia, l’attività svolta dalle calciatrici non può che essere una professione, in quanto è un lavoro svolto con regolarità e tutt’altro che per semplice diletto, dato che spesso non lascia spazio a nessun’altra attività od occupazione. Pertanto, se davvero si vuole raggiungere una completa e doverosa equiparazione tra le due categorie, occorre che il calcio femminile diventi destinatario di una maggiore attenzione sia in termini economici che sociali: sia le emittenti televisive che le aziende dovrebbero essere protagoniste, insieme, naturalmente, ai club e alle Federazioni calcistiche nazionali, di una campagna di livellamento delle due categorie, che, in sostanza, si differenziano esclusivamente per il sesso dei rispettivi atleti di appartenenza.

In questo senso, ad onor del vero, va detto che vi è qualcosa che fa pensare che le cose stiano cambiando. Anzitutto, l’emittente Sky trasmetterà in diretta tutte le partite dei mondiali, mentre la Rai si è aggiudicata il diritto di trasmettere 15 partite, tra cui tutte quelle giocate dalle azzurre. Dopodiché, alcuni club di Serie A maschile, tra cui spicca la Juventus, hanno lanciato delle campagne per la valorizzazione del calcio femminile: degne di nota, in questo senso, sono sia la decisione di disputare la finale del campionato femminile all’Allianz Stadium, dove si è svolta anche la premiazione all’intervallo di Juventus-Atalanta, così come l’annuncio del presidente Agnelli di voler costruire uno stadio esclusivamente per le donne, che attualmente disputano i loro match a Vinovo.

Inoltre, come già anticipato, lodevole è l’iniziativa di alcuni noti sponsor come Puma e Nike che hanno iniziato a scegliere alcune tra le più famose giocatrici come testimonial per i propri prodotti in vista del mondiale francese – vedi Girelli e Bonansea, calciatrici della Juventus che rappresenteranno il tricolore nella Kermesse mondiale. Nike, in particolar modo, ha girato uno spot pubblicitario volto a valorizzare l’ecosistema calcistico delle donne, cercando di offrire l’idea secondo la quale una competizione continentale femminile meriti di godere dello stesso appeal di un Europeo piuttosto che di un Mondiale maschile.

Tuttavia, le iniziative menzionate, sebbene rappresentino un importante punto di partenza per l’avvio di una vera e propria campagna di sensibilizzazione, rischiano di avere un impatto piuttosto effimero soprattutto in Italia, se non accompagnate da un intervento normativo sostanziale che deve vedere protagoniste il CONI, le Federazioni Nazionali e, naturalmente, il Governo. Maggiori investimenti, maggiori risorse da destinare al settore femminile e una maggiore attenzione in termini mediatici costituiscono interventi essenziali ai fini di una maggiore visibilità per il calcio femminile e del raggiungimento di una necessaria equiparazione.

Purtroppo, a fronte dell’attivismo delle federazioni straniere come quella americano (che, non a caso, vanta 3 mondiali vinti), l’immobilismo mostrato dal legislatore e dal CONI negli ultimi 30 anni (il 1981 è l’anno di entrata in vigore della principale legge sul professionismo sportivo), dimostra come l’intento di cambiare le cose in questo settore non rappresenti una priorità agli occhi dei nostri governanti.

Amedeo Polichetti

fonte immagine in evidenza: www.eurosport.com

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