Referendum sulla giustizia: di cosa si tratta?
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Il 12 giugno si vota per i cinque referendum abrogativi sulla giustizia promossi dal Partito Radicale e dalla Lega. L’obiettivo è rendere meno invasivo il controllo delle correnti nella magistratura, in particolare per quanto riguarda l’elezione dei membri del Consiglio Superiore della Magistratura (Csm), ma anche per rendere più trasparenti le procedure di nomina dei magistrati.

Il Csm è organo di autogoverno del potere giudiziario e, come tale, gestisce anche le nomine. È composto da 27 membri, tre dei quali compongono l’organo di diritto, ossia il presidente della Repubblica, il primo presidente e il procuratore generale della Corte Suprema di Cassazione. I membri effettivi sono 24 e vengono eletti per 2/3 da tutti i magistrati ordinari e per 1/3 dal parlamento riunito in seduta comune, scegliendoli tra i professori di materie giuridiche e gli avvocati che esercitano la professione da almeno 15 anni. Dopo lo scandalo legato all’ex consigliere del Csm Luca Palamara, sono emersi una gestione politica delle nomine dei magistrati nelle varie procure italiane e un potere notevole delle cosiddette “correnti” interne all’organo: pratiche che violano il principio di indipendenza del potere giudiziario previsto dalla Costituzione.

I cittadini dovranno esprimere il voto su cinque quesiti. Il Referendum n.1 riguarda l’abrogazione del Testo Unico delle disposizioni in materia di incandidabilità e di divieto di ricoprire cariche elettive e di Governo conseguenti a sentenze definitive di condanna per delitti non colposi. Si tratta del decreto Severino del 2012, che prende il nome dall’allora ministra della Giustizia e prevede l’incandidabilità, l’ineleggibilità e la decadenza automatica per i parlamentari, i rappresentanti di governo, i consiglieri regionali, i sindaci e gli amministratori locali nel caso siano stati destinatari di una sentenza di condanna. Per chi ricopre incarichi politici in un ente territoriale, l’interdizione dai pubblici uffici scatta anche in caso di condanna in primo grado non definitiva, che può durare per un periodo massimo di 18 mesi. Se vince il SÌ, la misura non scatterà automaticamente, ma verrà decisa caso per caso in sede giudiziaria.

Il Referendum n.2 riguarda la “limitazione delle misure cautelari: abrogazione dell’ultimo inciso dell’art. 274, comma 1, lettera c), codice di procedura penale, in materia di misure cautelari e, segnatamente, di esigenze cautelari, nel processo penale”. La custodia cautelare è una misura coercitiva con la quale un indagato viene privato della propria libertà nonostante non sia stato ancora riconosciuto colpevole con una sentenza di condanna. Oggi può essere decisa per tre ragioni: il rischio di reiterazione del reato, il pericolo di fuga e l’inquinamento delle prove. Il dibattito sull’abuso della custodia in carcere è in corso da anni, visto che ci sono stati casi in cui persone accusate, a fine processo, sono stati assolte. Se vince il SÌ, scompare l’esigenza cautelare del pericolo di reiterazione del reato. In sostanza, l’imputato può essere messo agli arresti domiciliari o in carcere durante il procedimento penale solo se i magistrati ritengono che possa inquinare le prove o fuggire.

Il Referendum n.3 riguarda la separazione delle funzioni dei magistrati: “abrogazione delle norme in materia di ordinamento giudiziario che consentono il passaggio delle funzioni giudicanti a quelle requirenti e viceversa nella carriera dei magistrati”. In teoria e attualmente, i magistrati possono passare dalla funzione di giudici a quella di pubblici ministeri senza particolari formalità – basta il parere favorevole a seguito di una valutazione del Csm – e diverse volte durante il corso della carriera. Se vince il SÌ, ogni magistrato dovrà decidere a inizio carriera se fare il giudice o il pubblico ministero.

Il Referendum n.4 riguarda l’abrogazione del Decreto Legislativo 27 gennaio 2006, n. 25 (“Istituzione del Consiglio direttivo della Corte di cassazione e nuova disciplina dei Consigli giudiziari, a norma dell’articolo 1, comma 1, lettera c) della legge 25 luglio 2005 n. 150”): il Csm fa una valutazione periodica di professionalità dei magistrati. La decisione si basa sulle valutazioni dei Consigli giudiziari dove però sono i magistrati stessi a votare, mentre i cosiddetti membri “laici” – docenti universitari e avvocati – vengono esclusi. Se vince il SÌ, anche i componenti laici potranno partecipare alla valutazione.

Il Referendum n.5 chiede l’abrogazione di norme in materia di elezioni dei componenti togati del Consiglio superiore della magistratura. Si tratta della Legge 24 marzo 1958, n. 195 (Norme sulla costituzione e sul funzionamento del Consiglio superiore della Magistratura) in particolare di modificare l’articolo 25 comma 3 per eliminare l’obbligo per un magistrato che voglia candidarsi al Csm di raccogliere dalle 25 alle 50 firme per confermare la sua candidatura. Se vince il SÌ si ridurrebbe il problema dell’influenza delle correnti all’interno delle candidature dei magistrati.

I referendum hanno ciascuno una specifica scheda e sono divisi in 5 colori: per n.1 la scheda sarà rossa, per il n.2 arancione, per il n.3 gialla, per il n.4 grigia e per il n.5 verde. Trattandosi di referendum abrogativi, valgono i quorum: devono votare il 50%+1 degli aventi diritto al voto e dev’essere raggiunta la maggioranza (50%+1) dei voti validi.

Gaia Russo

Eterna bambina con la sindrome di Peter Pan. Amante dei viaggi, della natura, della lettura, della musica, dell'arte, delle serie tv e del cinema. Mi piace scoprire cose nuove, mi piace parlare con gli altri per sapere le loro storie ed opinioni, mi piace osservare e pensare. Studio lingue e letterature inglese e cinese all'università di Napoli "L'Orientale".

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