Mimmo Lucano
Credit: Roberta Persichino, 13 maggio 2019, Roma

Nell’aula del Tribunale di Locri, lo scorso 30 settembre, mentre un codice penale sputava fuori la sua fredda sentenza, lo sguardo sconsolato di Mimmo Lucano simboleggiava la sconfitta di un progetto forse troppo ambizioso e puro per un mondo che invece è sempre più complesso, marchiato ed eroso dalle logiche capitalistiche. Da una parte il giudice, rappresentante della legge, costretto nella rigidità e nell’apatia della sua toga. Dall’altra l’ex Sindaco di Riace, ambasciatore nel mondo di un nuovo modello di accoglienza che ha tentato di districarsi tra le maglie strette della burocrazia per far rivivere una comunità.

La condanna a 13 anni e 2 mesi di reclusione e ad un risarcimento di circa 800 mila euro inflitta a Mimmo Lucano calpesta anni di attivismo fatti in sordina. Un impegno teso alla rivitalizzazione di Riace, basato sull’accoglienza dei migranti e un reale progetto di integrazione degli stessi all’interno del tessuto sociale della piccola comunità calabrese.

«Sarò macchiato per sempre per colpe che non ho commesso. Mi aspettavo un’assoluzione. Ho speso la mia vita per rincorrere ideali contro le mafie. Ho fatto il sindacodichiara Mimmo Lucano con gli occhi lucidi, appena uscito dal Tribunale – mi sono schierato dalla parte degli ultimi, dei rifugiati che sono arrivati. Mi sono immaginato di contribuire al riscatto della mia terra ed è stata un’esperienza indimenticabile, fantastica. Però oggi devo prendere atto che è finito tutto».

La sua mimica non lascia spazio a equivoci: è quella di un uomo preso dallo sconforto, consapevole di aver agito in buona fede, vittima di leggi che hanno poco a che vedere con la sua umanità e con la realtà del borgo di Riace. Stringe le mani sul petto, agita le braccia e continua: «Però lo dovete sapere, voglio gridarlo! Io non avevo i soldi per pagare un avvocato – ammette a testa alta – e ho visto un elenco di cifre enormi. A me manca anche quel poco per vivere, come posso estinguere queste cose?». Ora abbassa lo sguardo, respira con un po’ di affanno, resta in silenzio. Non sa più cosa dire.

Ma cosa volete che dica? Provate a mettervi nei suoi panni. Nel 1998, quando arrivò vicino le coste di Riace il primo barcone con 200 migranti curdi in fuga dalle persecuzioni politiche, Mimmo Lucano non vide dei nemici da allontanare o da tenere ai margini della società. Mimmo, che all’ora era soltanto un attivista, vide in quelle persone l’ultima speranza per non far morire un paese che si stava spopolando. «E se questi profughi ci aiutassero a svegliarlo? Se grazie a loro le vie potessero tornare alla vita? Se si potesse ancora sentire la gente parlare e i ragazzi ridere?» domandava Lucano nel libro “Mimì Capatosta. Mimmo Lucano e il modello Riace” di Tiziana Barillà.

Da queste domande nacque l’associazione Città Futura con l’obiettivo di accogliere migranti appena sbarcati e concedere loro ospitalità nella curia del paese o nelle case disabitate. «Qui c’erano persone senza casa e case senza persone» affermava Lucano. Dal 2004, quando divenne Sindaco di Riace, ha accolto più di 6 mila migranti, di cui circa 500 sono ad oggi cittadini e residenti a tutti gli effetti, inseriti a pieno nel tessuto sociale e lavorativo del paese.

Il sistema messo a punto ebbe una certa risonanza, tanto da essere successivamente denominato “Modello Riace” e ricevere numerosi riconoscimenti internazionali. Nel 2010 Domenico Lucano fu considerato il terzo sindaco migliore del mondo dalla City Mayors Foundation e nel 2016 fu inserito nella lista delle cinquanta persone più influenti del mondo dalla rivista Fortune. Mentre al suo esperimento venivano dedicati articoli e documentari da parte dei mezzi d’informazione di tutto il mondo, in Italia si faceva largo una destra sovranista, xenofoba e razzista, il fenomeno dell’immigrazione cominciava ad essere identificato come un’invasione di massa e la Procura di Locri nel 2017 iscriveva Lucano nel registro degli indagati per abuso d’ufficio, concussione e truffa aggravata.

Mentre il Ministro dell’Interno Marco Minniti rinnova gli accordi con la Libia per arrestare il flusso dei migranti, Mimmo Lucano viene sospeso dall’incarico di sindaco, rinviato a giudizio nel 2019 ed ora condannato. Due idee di sinistra agli antipodi: una che vede nell’immigrazione un problema da risolvere e lo fa con accordi sanguinari, l’altra che ne fa linfa vitale per compensare le mancanze dello Stato e salvare chi fugge da povertà, guerre e persecuzioni. La singolarità è che ad aver oltrepassato i limiti della legalità è la seconda.

Il Procuratore di Locri Luigi D’Alessio ha definito il sindaco di Riace «un idealista, improvvisamente issato su un piedistallo, ubriacato da un ruolo più grande di lui, inconsapevole della gravità dei suoi comportamenti, forse guidato da altre persone. Ha pensato di abbinare un’idea nobile a una sorta di promozione personale e sociale. Non è Messina Denaro, ma ha inteso male il suo ruolo di sindaco, fregandosene delle leggi e ostentando una scarsa sensibilità istituzionale tradotta in una serie impressionante di reati».

Lei giustamente chiede «Allora chiunque può commettere qualsiasi reato purché a fin di bene?». Con permesso, signor Procuratore, non è per settarismo o amor dell’illegalità. Ma chi se ne infischia delle leggi quando la loro incongruenza con il reale è figlia di una politica incapace ed inconcludente? Perché una normativa inadeguata sull’acquisizione della cittadinanza e una burocrazia farraginosa dovrebbero impedire di concedere diritti e dignità a persone che non hanno nulla? Perché non riesce ad andare oltre la norma e considerare lo stato di necessità nel quale hanno avuto luogo le attività condannate?

Presidio per Mimmo Lucano in Piazzale Aldo Moro – foto di Margherita Puca, 4 ottobre 2021, Roma

Quando legalità e giustizia non coincidono capita anche questo. Che una persona come Mimmo Lucano che vive in povertà e ha dedicato vent’anni al servizio degli altri, venga condannato a 13 anni di carcere e al risarcimento di una somma di denaro che probabilmente non ha mai visto. In questi giorni ci sono presidi in tutta Italia per mostrare solidarietà all’ex Sindaco di Riace. La speranza è che la comunità e le piazze piene possano far emergere ciò è giusto, che una nuova idea di accoglienza si diffonda e che “il progetto di una vita” non muoia nel silenzio generale.

Matteo Mercuri

1 commento

  1. Il modello Riace, paradigma dell’accoglienza, è stato affossato perché funzionava. Mimmo Lucano è stato arrestato perché non ha rubato, perché non è un trafficante, perchè è riuscito a far ripopolare il suo paese, la cui sorte dell’oblìo, al pari di quella di tanti altri sembrava segnata. Mimì è stato messo fuori perché si è permesso di portare solidarietà e speranza di futuro a donne e uomini che sono arrivati da terre lontane, che sono fuggiti dalla guerra, dalla fame e dalla carestia. Ora che il passato governo giallo-verde in Italia, ha messo al bando l’accoglienza, senza volerlo ci si scopre un po’ fascisti e un po’ razzisti. In questa terra bella e dannata dove la ndrangheta spadroneggia, dove tanti politici fanno la fila per essere ricevuti dai capibastone, dove altri politici rubano soldi pubblici anche fino a 49 milioni di euro, dove la sanità pur tra qualche eccellenza è al collasso e in ospedale si può morire per un guasto all’ascensore, dove i ponti crollano e nessuno li sistema, dove il territorio frana per mancanza di manutenzione, dove si lasciano donne e bambini profughi in mezzo al mare, o li si mandano per strada chiudendo i centri, in questa terra alla deriva dove pezzi importanti delle istituzioni vanno a braccetto con la massoneria. In questa terra dove nonostante tutto affiorano anche momenti di bellezza, attrazione e fascino, riuscendo perfino a sedurre, non si trova di meglio che perseguire un uomo che ha fatto della solidarietà l’inno della ‘sua’ politica, e dell’accoglienza e il bene comune le ragioni della sua vita.
    E’ proprio vero, è un arresto che non riesci a vederlo ‘normale’.
    Pasquale Aiello

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