Philadelphia

Molte cose possono cambiare in soli tre anni di pallacanestro NBA. Nel 2015 Golden State si avviava verso quello che sarebbe stata – e continua ad essere – una dinastia, vincendo il primo titolo dal 1975. Oklahoma City a causa dei problemi fisici di Durant e Westbrook non arrivava ai playoff. Potrebbe non andarvi anche quest’anno ma per motivi diversi. Chris Paul guidava i suoi Clippers in un’eroica gara-7 contro San Antonio al primo turno, per poi essere eliminato dai – suoi, oggi – Rockets alle semifinali di conference dopo aver condotto 3-1 la serie. E Philadelphia portava a termine una delle stagioni peggiori di sempre (18-64) a causa di un tanking così sfrenato che Michael Sokolove del New York Times gli dedicò un articolo dal titolo Quanto in basso possono cadere i Philadelphia 76ers?. E non era l’unico a pensare ciò, come si leggeva nel suo stesso articolo, «Deadspin ha definito i Sixers un’ “abominazione senza dio”, mentre Slam Magazine, la bibbia del basket hip-hop, li ha descritti come una “una sorta di batteri carnivori sul rispetto collettivo della NBA». Insomma, non esattamente parole al miele. Da quel terzultimo posto in classifica arrivò una terza scelta assoluta al draft che portò nella città della Liberty Bell Jahill Okafor, che l’unico segno che ha lasciato in maglia-76ers è stampato sulla faccia di un ragazzo di Boston quando fu coinvolto in una rissa di strada. Oggi gioca a Brooklyn.

Se diciamo questo è per far comprendere da dove è partita la Philadelphia che stanotte davanti agli occhi di Allen Iverson ha battuto i Cleveland Cavaliers, centrando la tredicesima vittoria consecutiva. Una W fondamentale per scavalcarli in classifica e occupare la terza piazza ad Est. In una stagione normale non farebbe una gran differenza arrivare terzi o quarti ma l’infortunio di Kyrie Irving ha reso Boston una squadra molto appetibile per chiunque volesse arrivare fino alla post-season. Ben Simmons ha fatto registrare una tripla-doppia da 27 punti, 15 rimbalzi e 13 assist, molti dei quali serviti a Marco Belinelli (23 punti) che sembra essersi ritrovato dal suo arrivo in Pennsylvania. Merito senz’altro suo e della sua capacità di sapersi ritagliare con le sue qualità fuori dal perimetro lo spazio giusto in una contender (come successo a San Antonio) ma merito anche di una squadra che, nonostante la giovane età, sembra essere molto matura.

E, dunque, la domanda sorge spontanea, “giocando” con il titolo l’articolo del NY Times precedentemente accennato: quanto in alto possono spingersi? Perché una squadra che riesce a vincere tredici partite consecutive, di cui cinque senza una delle sue due superstar, Joel Embiid, vuol dire che nell’insieme ha le carte giuste per poter far bene. Quanto bene dipenderà un po’ da diversi fattori che magari non prescindono neanche da loro, tipo le condizioni dello stesso Embiid, che a giorni potrà già iniziare a lavorare leggermente per poter rientrare il prima possibile per i playoff che inizieranno sabato prossimo. Il centro camerunese anche se ha ricevuto l’ok dei medici per tornare in campo non ha ancora una data di rientro certa e i 76ers lo schiereranno solo se sapranno che non correrà alcun rischio. Intanto, Markelle Fultz sta pian piano riprendendo il ritmo-partita e sarà l’arma in più di questa post-season, che a Philadelphia non vedono dal 2012. Tre anni prima di quando abbiamo iniziato a raccontarvi di The Process, Philly arrivò ad una sola gara dalle Finali di Conference ma la gara-7 del TD Garden mise fine ai sogni di gloria di Iguodala e compagni.

Benché Cleveland nonostante tutti i problemi resti la favorita – il perché lo ha spiegato ancora una volta il signore con la n.23 con 44 punti, 11 rimbalzi e 10 assist – Philadelphia ha ampie chance di poter arrivare fino in fondo. Sicuramente, considerando la classifica momentanea e le defezioni dei Celtics, sarebbe la favorita per arriva alle Finali di Conference nella parte bassa del tabellone, per usare un termine tennistico. Il calendario in teoria non indica insidie particolari:

8 aprile, Dallas Mavericks (C)
11 aprile, Atlanta Hawks (T)
12 aprile, Milwaukee Bucks (C)

Dallas e Atlanta non dovrebbero costituire dei pericoli enormi per una squadra lanciata come quella di coach Brown, mentre Milwaukee (già ampiamente qualificata), il 12 potrebbe essere già a conoscenza della propria posizione all’interno del tabellone playoff e non risultare una minaccia.

Siamo, ormai, alle battute finali di una regular season che si è rivelata molto più interessante di quanto ci aspettassimo. La speranza è che i playoff possano mantenere lo stesso livello.

 

Michele Di Mauro

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