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Notre-Dame de Paris: Quasimodo e il suo rifugio di pietra

Fonte: Wallhere.com

È Quasimodo, il campanaro! È Quasimodo, il gobbo di Notre-Dame! Quasimodo il Guercio, Quasimodo lo storpio! Evviva! Evviva!

È il 6 gennaio 1482. A Parigi, in questa fin de moyen Age, si celebra non solo l’Epifania, ma anche la festa dei folli. È una festa simile alle odierne sfilate di Carnevale, alla fine della quale viene deciso di eleggere il “Papa dei Folli”, un individuo che si è distinto per la maschera più originale. È il 6 gennaio 1482, la gente grida entusiasta: il Papa dei Folli è Quasimodo, il campanaro di Notre-Dame.

È così che nel romanzo di Victor Hugo, Notre-Dame de Paris, ci viene presentata per la prima volta la figura di Quasimodo. Il romanzo venne pubblicato nel 1831 in Francia e la prima edizione italiana fu completata nel 1837. Da allora, la storia del gobbo di Notre-Dame Quasimodo, della zingara Esmeralda, del capitano Febo e dell’arcidiacono Frollo, nella fantastica e gotica cornice di una Parigi di fine Medioevo, non cessa di affascinarci. Che sia raccontata a parole, come ha fatto Hugo, o in musica, come Luc Plamondon e Riccardo Cocciante o, ancora, sotto forma di cartone animato, come ha fatto la Disney nel 1996, questa è una storia senza tempo. Ed è una storia di ingiustizie, peccati, amore, isolamento. È, in fondo, una storia di prigionia.

Quando l’arcidiacono parigino Claude Frollo, mosso a pietà, decide di adottare il trovatello deforme che qualcuno ha abbandonato davanti al portale della chiesa, decreta già il suo destino. Chiamerà il trovatello Quasimodo, proprio perché la sua deformità fisica lo fa apparire quasi – ma non del tutto – a modo. “Quasimodo” come nomen omen, come condanna e, dunque, come prima prigione mentale. Ma non è l’unica prigione che governa il povero gobbo. C’è un’altra prigione, questa volta fisica, entro la quale Quasimodo viene relegato: è una prigione di pietra. Raramente Claude Frollo permette a Quasimodo di uscire fuori dalle mura imponenti della cattedrale di Notre-Dame. Il motivo è chiaro, e conduce alla terza forma prigionia che dilania il personaggio di Quasimodo: la deformità.

Quasimodo è deforme e ci viene descritto in maniera disumana, quasi bestiale: naso tetraedro, denti irregolari, occhio sinistro piccolo sovrastato da un folto sopracciglio rosso, occhio destro mancante, sostituito da una enorme verruca, schiena curva, con una evidente cifosi, corporatura tozza, la testa sprofondata nelle spalle. Questo è ciò che fa di lui un reietto, condannato a vivere circondato dalla fredda pietra della cattedrale, suonando quelle campane che, acer in fundo, lo hanno reso sordo.

È dunque chiaro come la Cattedrale di Notre-Dame sia sì una prigione, ma è una prigione dorata. Quasimodo in Notre-Dame trova l’essenza del suo essere, il suo corpo taurino ben si adatta a quella pietra statica e possente, la semioscurità di una architettura a metà tra il romanico e il gotico gli permette di eclissarsi e di fuggire alla prigionia più atroce: quella mentale dell’essere deforme, sordo, incapace di vivere in una società che ha sempre osservato dall’alto, dalle guglie di una cattedrale. Quasimodo abita Notre-Dame, la vive, ne è l’anima. Le sue uniche amiche sono le gargolle di pietra a forma di mostro che decorano la cattedrale e le campane. Con queste ultime, Quasimodo ha un rapporto ambivalente: essendo sordo, non può ascoltarne il suono, ma le sente vibrare, salta loro addosso e si lascia dondolare sentendole vibrare a contatto con il suo corpo, in un edonismo che altrimenti gli sarebbe precluso.

L’unico essere umano che fa da tramite tra Quasimodo e la vita parigina è Frollo. Il campanaro è soggiogato dalla figura di Frollo, verso la quale nutre gratitudine per averlo salvato dall’abbandono. Il mondo esterno gli arriva tramite il filtro di Frollo. Nelle rare occasioni in cui Quasimodo esce il popolo parigino si accanisce su di lui, i bambini si spaventano, i ragazzi gli giocano brutti scherzi e gli adulti lo apostrofano con i peggiori aggettivi. Quasimodo si mostra dunque incattivito e ciò non fa altro che peggiorare l’opinione che la società di Parigi ha di lui. Ancora una volta, la sua unica consolazione alla prigionia della deformità è la prigionia fisica dentro Notre-Dame, in un circolo vizioso senza fine.

Ed è per questo che tutto cambia con l’arrivo della bellissima gitana Esmeralda. Quasimodo, messo alla berlina dopo essere stato eletto papa dei folli, subisce pesanti vessazioni da parte della popolazione. Sfinito, con un filo di voce chiede che gli venga data dell’acqua. Dopo vari sbeffeggiamenti, Esmeralda si fa avanti dandogli da bere. È un gesto che Quasimodo non dimentica. Quando Esmeralda, in seguito, viene accusata dell’omicidio del capitano Febo e di stregoneria e sta per essere giustiziata, Quasimodo ricambia il favore rapendola e portandola dentro le mura della Cattedrale di Notre-Dame, dalla quale chiede asilo per la giovane gitana. È un atto coraggioso che compromette anche Quasimodo stesso, che rischia di essere condannato a morte per il suo gesto.

Alla richiesta di motivazioni da parte di Esmeralda, Quasimodo risponde: «una goccia d’acqua e un po’ di pietà: è più di quanto pagherei con la vita». È una frase carica di significato, che illumina su tutto ciò di cui ha bisogno Quasimodo per uscire dalla sua prigione mentale: umanità. Quasimodo ha bisogno di persone che lo riconoscano come essere umano e che lo trattino come tale. Ha bisogno di persone che vadano oltre la sua deformità fisica e la sua sordità, che lo integrino in una società che fino a quel momento lo ha allontanato e dalla quale lui stesso è scappato per rifugiarsi nel “ventre materno” della cattedrale.

La prigionia di Quasimodo è la stessa in cui vive ancora oggi un cospicuo numero di persone. La paura del diverso, del deforme, è ciò che ancora oggi ci porta a emarginare alcune categorie sociali, come se una differenza fisica fosse indice di un ritardo o un disagio mentale. Quasimodo ha pagato con la vita, attaccandosi all’unica persona che gli aveva mostrato un po’ di umanità e lasciandosi morire con lei. Non c’è speranza che le cose cambino nella visione delle cose di Quasimodo. Rifiuta l’idea che qualcun altro possa trattarlo come Esmeralda ha fatto e decide di seguirla nella morte. E se la letteratura ha davvero una finalità didattica, occorre riflettere sul capolavoro di Hugo per far sì che nessuno più sia prigioniero di un disagio psicologico inculcato dalla società, che nessuno, mai più, sia Quasimodo.

Anna Rita Orlando

3 Commenti

  1. Bella sintesi critica sul personaggio e sul contesto sociale.
    C’e’ tutto: psicologia dei protagonisti , ambiente storico, architettura, : invoglia a leggere il romanzo chi ancora non lo avesse fatto.

    • La ringrazio! Sono felice del fatto che l’articolo abbia invogliato qualcuno ad approfondire la conoscenza di questo capolavoro della letteratura.
      Cordialità,
      Anna Rita Orlando

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