Alleanze ribelli
fonte immagine: progetto meti

Alleanze ribelli è un testo, anzi, un progetto militante, come specificato dalle autrici e dagli autori dell’opera, che analizza gli attuali movimenti politici e si pone con sguardo critico dinanzi alle esperienze e alle teorie femministe – necessariamente al plurale – degli ultimi anni soffermandosi, in modo particolare, sulle criticità relative alle derive identitarie che molte realtà politiche hanno assunto.

Femminismo e anticapitalismo

Al centro di Alleanze ribelli vi è la proposta teorica di un transfemminismo materialista, non escludente, non colpevolizzante, capace di contestare e di affrancarsi dalle derive punitive, repressive e, soprattutto, identitarie. Un femminismo capace di costruire alleanze con altri movimenti politici e di unire il fronte delle persone oppresse e sfruttate: come affermato da Paloma Uría Ríos, la metà del cielo rimane l’obiettivo.

Il contesto globale che abbiamo dinanzi è quello di un capitalismo che si è schiuso nelle sue manifestazioni più brutali, con un inasprimento dei conflitti – espressione dell’imperialismo e del colonialismo-, un incessante sfruttamento delle scarse risorse naturali residue – con la conseguente distruzione di interi ecosistemi -, catastrofi naturali frutto della crisi climatica e il rischio concreto di una sesta estinzione di massa, un allargamento sempre maggiore della forbice che separa i pochi ricchi dai dannati della Terra, senza che ciò freni lo sfruttamento dei corpi e delle risorse in ogni dove. 

La riemersione del fascismo e dell’autoritarismo, a partire dal continente europeo, con le sue politiche reazionarie, conservatrici e oscurantiste, la strenua difesa dei confini in nome di una famigerata emergenza securitaria, non fanno che giovare del divide et impera, che molti movimenti politici contribuiscono ad alimentare chiudendosi nei propri spazi, lontani dagli altri e impenetrabili per chiunque non sia perfettamente simile.

Le derive identitarie, frutto proprio del paradigma neoliberale che imperversa anche negli spazi contro-egemonici, hanno portano, per l’appunto, alla frammentazione di una classe sì eterogenea, ma che condivide il medesimo «tentativo di sopravvivere a un sistema che estrae valore dalla sfera produttiva, così come da quella riproduttiva», e che quindi ha ancora innumerevoli ragioni per potersi riunire e ricomporre. 

Come affermato da Clara Serra, «quando le logiche identitarie divorano tutto, accadono due cose: in primo luogo, che gli altri diventano antagonisti assoluti la cui identità ed esistenza sono inconciliabili con la nostra; in secondo luogo, che tutti dal leader fascista alla compagna femminista – sono suscettibili di essere considerati come altro da noi». Questo perché, «quando scompare un orizzonte condiviso – un legame che trascende le differenze –, scompare non solo la possibilità di comprendere l’altro, ma anche il senso stesso del parlare, del discutere e del trovarsi in disaccordo». A questo punto, per giunta, si tornerà a ritenere il singolo irrimediabilmente e intrinsecamente razzista o misogino. È lui a essere tale e non i suoi atteggiamenti, pertanto questi non potranno mai cambiare. Se questi sono destini ineludibili, nessuna pedagogia e nessuna alleanza può funzionare. Così facendo, però, si fa strada il rischio che molte persone, a loro volta povere, sfruttate e oppresse, trovino posto e accoglienza fra le fila dei partiti di estrema destra, anziché dalla parte di chi vi si scaglia contro e vive ingiustizie, se non analoghe, frutto del medesimo sistema. 

Il testo è stato pubblicato dalla casa editrice e progetto Me-Ti per la prima volta in Italia, accompagnato dalla prefazione di una delle curatrici dell’edizione spagnola, la filosofa e attivista femminista Clara Serra, e dalla postfazione di Lucia Amorosi e Viola Carofalo.

Non si può essere vittime per sempre 

Il privilegio epistemologico attribuito ad alcuni soggetti trasforma i movimenti in spazi autoreferenziali e l’alleanza in utopia. Wendy Brown ha evidenziato che «l’essere vittima diventa come per magia una posizione di privilegio, sia morale – le vittime sono buone – sia epistemologica – le vittime hanno sempre ragione». Gli argomenti teorici e politici privilegiati diventano, dunque, le esperienze personali delle vittime e la loro identità, il loro essere donne, persone razzializzate o queer, attribuisce lo status di verità alle loro opinioni e le legittima a prendere la parola. Spesso infatti in questi spazi viene ribadito che bisogna lasciare la parola a chi vive una determinata forma di oppressione, quasi che il dolore e le ingiustizie fossero l’unica fonte di conoscenza e non potessero essere, per giunta, comprese da chi è diverso. Questa politica vittimista, come sottolineato da Clara Serra, non soltanto finisce per «riesumare l’immagine delle vittime pure e immacolate che il patriarcato ci ha sempre obbligato a essere», ma priva le donne della reale possibilità di emanciparsi e di sbagliare, con ciò rafforzando proprio gli stereotipi patriarcali che vorrebbero una donna sempre buona, pura, immacolata, priva di desideri e che non fa mai del male a nessuno. Si finisce per discutere di persone e non più di idee, perché le esperienze traumatiche non possono e non necessitano di essere oggetto di dibattito.

Finisce per essere legittimato e legittimata a far ascoltare la propria voce «non chi critica il sistema patriarcale, non chi difende una società alternativa, non chi cerca il modo di costruirla, bensì chi condivide un dolore e ha subito un danno, è un agente del femminismo».

L’identità, però, non è un attributo politico, né assicura che quella soggettività sia necessariamente portatrice di una visione del mondo femminista, anticapitalista o contro egemonica. Un esempio è Alice Weidel, portavoce del partito di estrema destra AFD (Alternative für Deutschland) in Germania. Weidel è una donna lesbica e lei e sua moglie Sarah Bossard, di origini singalesi, hanno adottato due bambini. Eppure è ben lontana dalle istanze delle persone razzializzate e queer; un vero cortocircuito per chi ha fatto della militanza femminista o queer una questione identitaria. Il personale è politico fintantoché il dolore non diventa una casa da abitare per sempre.

La necessità di costruire alleanze difficili

Il rischio che sovente si corre è quello di confondere il piano strutturale con quello individuale, con la conseguente colpevolizzazione di tutti gli uomini per le violenze che molti di loro infliggono e la corrispondente vittimizzazione dell’intero genere femminile, alimentando lo stereotipo della donna vulnerabile, fragile e indifesa; ben lontana da quella che una politica femminista si auspicherebbe. Ciò contribuisce, ulteriormente, alla richiesta di sempre maggiori tutele da parte del potere punitivo dello Stato, senza considerare gli inevitabili rischi insiti nel fare ricorso a strumenti intrinsecamente patriarcali, non idonei a sradicare il maschilismo che rischiano di contribuire a un inasprimento del potere disciplinare di foucaultiana memoria, innanzitutto nei confronti delle donne. 

Gli uomini, quindi, quei pochi uomini giusti che comprendono le istanze del femminismo, possono tutt’al più avere un ruolo di supporto, di alleati, mai attivo. Inoltre, «c’è anche l’idea che si possa lottare con determinazione contro l’ingiustizia solo quando la si subisce direttamente. Si dà per scontato che la conoscenza derivi solo dall’esperienza e non dall’informazione, dal pensiero critico o dalla riflessione».

Una lettura strutturale del problema, invece, consente di evincere che uomini, donne, persone queer fanno parte del medesimo sistema patriarcale. Nessuno ne esce indenne, seppur vi sono categorie che possono giovare maggiormente della loro posizione e altre che ne subiscono maggiormente le violenze. 

Verso una nuova intersezionalità materialista

Analizzare la coesistenza fra i numerosi rapporti di oppressione significa oltrepassare le logiche individualiste e interrogarsi sui rapporti di potere che determinano i processi di alterizzazione nella realtà sociale. Se si riprende la definizione di Capitale quale relazione sociale, frutto di specifici rapporti di produzione e di potere, la risposta alle forme di sfruttamento che toccano tutte le dimensioni dell’esistenza non può che essere collettiva. Infatti, il fondamento dell’alleanza non dovrebbe essere collegato alla forma specifica in cui si manifesta la nostra subalternità, ma al meccanismo profondo che la determina. Allearsi non è ritrovarsi fra simili, non ha a che fare solo con l’avere esperienze e vissuti condivisi. Dovrebbe essere il risultato di una faticosa costruzione, di un disegno politico, di una visione strategica.

La prospettiva posizionata con cui le autrici propongono di farlo è quella dell’intersezionalità materialista, che consente di uscire dalla gabbia di un’identità meramente individuale, come è nel concetto classico di intersezionalità. Una parola che con il tempo ha perso qualsivoglia carica politica e di posizionamento radicale, tanto da essere utilizzata dalle istituzioni come dalle grandi aziende. Una definizione astratta, depoliticizzata, individualista, a tratti colpevolizzante nei confronti di chi ha un privilegio, perfettamente in linea con i principi del capitalismo neoliberista. L’intersezionalità materialista, invece, tenta di sostituire queste categorie astratte, con altre che rispecchiano i rapporti di forza all’interno della nostra società: «una simile prospettiva ci permette di cogliere quanto relazioni sociali come quelle di genere e di razza siano costitutive della nascita e dello sviluppo del capitalismo».

Consente, altresì, di evitare qualsiasi forma di riduzionismo e una separazione netta fra produzione e riproduzione. In tal senso, è possibile leggere il capitalismo come un modello di vita che si nutre di condizioni non-economiche (sessismo, razzismo, estrattivismo etc.) e ciò non può che portare alla costruzione di un soggetto politico intersezionale, nella misura in cui la prospettiva del margine non resta marginale, ma viene rimessa al centro di una lotta politica ampia e trasversale. Con ciò, evitando false contrapposizioni fra maschi poveri, razzializzati, che vivono in condizioni di precarietà, e donne e persone della comunità queer, fronte che sarebbe altrimenti unito da interessi simili.

Perché il vecchio muore e il nuovo non può nascere, finché non siamo unitə nel reclamare un mondo diverso.

Celeste Ferrigno

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