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Per Alberto Angela, la cultura unisce il Paese. È la tv che divide

Milano, 9 Novembre 2007 presentazione mostra per i venti anni di striscia la notizia foto di © Massimo Viegi / emblema

In questi giorni tutto è paura, flebile speranza, cautela, incertezza. Insomma, tutto è confusione. L’emergenza da Covid-19, ormai dichiarata dall’OMS una pandemia, sta gettando ombre minacciose sul domani, impedendoci di fare programmi che vadano oltre l’ora di cena.
In questo scenario al limite dell’immaginabile, ognuno è chiamato ad adempiere al proprio compito di cittadino, rispettando norme, talvolta restrittive, sperando di lasciarci alle spalle al più presto questo periodo nero. Ma, quando tutto è precario e la paura regna sovrana, è difficile riuscire a immaginare un bene comune da perseguire. Ci si sente uniti nel male di questo tempo, consapevoli di abbracciare una croce comune, certo.
Ma, in un Paese che ha sempre faticato a trovare punti positivi in comune, cosa potrebbe unirci nel bene, adesso? La risposta giunge da un volto noto della televisione nazionale, Alberto Angela, paleontologo che da decenni mette il suo volto e le sue conoscenze al servizio di tutti. Ed è proprio dalla cultura che Angela propone di ripartire: la cultura come trait d’union di un’Italia «di dolore ostello».

L’ultima “fatica” televisiva di Alberto Angela, intitolata “Meraviglie”, ha fatto scoprire (o riscoprire) a un intero Paese di essere detentore di una bellezza e una Storia senza precedenti. Una cultura millenaria influenzata da decine di altre culture – quella greca, normanna, araba, sveva – che hanno contribuito a rendere l’Italia un Paese sui generis.
Come può tutto questo farci sentire parte di qualcosa? Alberto Angela sostiene che, proprio grazie al particolare tipo di cultura del nostro Bel Paese, sia possibile tracciare una linea comune che consentirà all’Italia di uscire fuori da questo incubo il più in fretta possibile. Occorre, per il noto divulgatore, che gli italiani riscoprano questo patrimonio culturale per poterne fare tesoro.

Un’impresa titanica. Alberto Angela non si richiama alla cultura italiana per far accrescere nei cittadini italiani un sentimento di superiorità volto a prevaricare, così, le altre culture. Non è una visione nazionalista la sua, tantomeno pretende di essere così interpretata, come qualche politicante potrebbe fare. Alberto Angela cerca, semplicemente, di invitarci a scavare nella nostra storia comune e trovare lì le risposte e gli strumenti che cerchiamo per arrivare alla fine del labirinto.
Per tale motivo, su Rai Uno, sono in onda le repliche dei programmi di Angela. Ma, a parte il piccolo atollo televisivo costituito da Angela padre, Angela figlio e pochi altri che si impegnano a regalarci piccoli, eppure intensi momenti culturali, della televisione italiana cosa rimane?
Poco più di niente.

Ed è per questo che, negli ultimi tempi, si è assistito alla fuga di milioni di utenti verso le piattaforme streaming. In primis Netflix, ormai affermato da diversi anni nel nostro paese, così come Amazon Video, che si sta conquistando sempre più la sua fetta di pubblico.
C’è poi una new entry: Disney+. Lanciata da pochissimo anche in Italia, la nuova piattaforma streaming permette di usufruire dell’intera cineteca targata Disney-Pixar-Marvel e, solo agli inizi di febbraio, contava quasi 29 milioni di utenti in tutto il mondo. Il boom di iscritti è avvenuto anche in Italia e l’ormai vecchio e superato tubo catodico sembra perdere la sua posizione privilegiata. La sorpresa è che l’inconsapevole boicottaggio della televisione a favore di altri mezzi di intrattenimento non è una sorpresa.

Il mondo senza Alberto Angela: la Rai

Sono lontani i tempi in cui bastavano il Festival di Sanremo e la finale della coppa del mondo di calcio a catalizzare l’attenzione nazionale e a tenere incollata alla tv la maggior parte degli italiani. Sono lontani anche i tempi in cui le idee di format nuovi e originali galoppavano inarrestabili e regalavano programmi di qualità, come quello del maestro Alberto Manzi – nelle case di molti per insegnare i rudimenti della lettura e della scrittura.
Basti, invece, accendere la tv in un qualsiasi giorno settimanale dei nostri tempi per rendersi conto della mancanza di novità a favore della reiterazione stucchevole e kitsch dei soliti “mappazzoni”, per dirla alla Barbieri. Mamma Rai è maestra in questo: il pensiero corre subito alle vicissitudini di Don Matteo, che dopo ben dodici stagioni, tra assassinati e assassini, ha praticamente dimezzato la popolazione dell’Umbria e contribuito ancora di più al sovraffollamento delle carceri italiane.
E che dire del restante palinsesto Rai? Un trito di storie nazionalpopolari strappalacrime che, ormai, più che unire il pubblico, lo dilaniano con l’ennesimo dramma familiare in prima serata.

Il mondo senza Alberto Angela: la Mediaset

Se la tv del servizio pubblico non fa certo faville, ancora peggio è lo scenario che si evince dalle reti Mediaset: da “C’è posta per te” di Maria De Filippi a “Ciao Darwin” di Paolo Bonolis, passando per il “Grande Fratello Vip”, sembra la fiera del riciclo.
Se poi, alla raccolta differenziata ci aggiungiamo anche i rifiuti pericolosi di Barbara D’Urso, allora il piatto è servito. Se l’unico spettacolo, che la televisione italiana è in grado di offrire come “collante” nazionale, è l’ennesima fiction mediocre o l’ennesimo programma spazzatura in cui il classico politico spazzatura recita il rosario in diretta per accalappiare voti – come il più infimo degli sciacalli -, allora appare chiaro come (naturalmente) la TV divida un popolo già privo di coesione. Se l’unico dibattito che la televisione di oggi è in grado di mettere su è quello su chi abbia ragione tra Morgan e Bugo, allora capiamo quanto e perché questo Paese abbia un bisogno – più che mai disperato – di un patrimonio che unisca, come la cultura. La nostra cultura.

E purtroppo, ciò che è diventato oggi TV è ancora molto lontano dall’obiettivo.

Anna Rita Orlando

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