Liverpool

La rimonta del Liverpool ai danni del Barcellona resterà nella storia del calcio e rimarrà scolpita nella mente di tutti noi che viviamo per partite del genere

Qualche giorno fa vi abbiamo citato una partita che resterà nella storia del basket e dello sport, la prestazione leggendaria di Damian Lillard contro Oklahoma City (50 punti) e relativo canestro della vittoria da undici metri allo scadere. E l’abbiamo definita come one of those nights, una di quelle notti. Quelle notti in cui non solo senti di aver assistito a qualcosa di incredibile, per certi versi storico, ma di esserne stato così coinvolto da divenirne parte integrante da un punto di vista spirituale, anche se il tuo corpo è lontano centinaia di chilometri dal luogo in cui avviene. È la magia dello sport. C’è chi si spinge addirittura oltre e parla di epica, cosa che per noi europei – e italiani, soprattutto – che siamo figli della cultura classica potrebbe sembrare una bestemmia. La domanda che dovremmo porci, però, non è se lo sport abbia una dignità tale da poter essere accostato con chiavi di lettura diverse alla letteratura e all’arte, ma perché ci ostiniamo a cercare di far comprendere a chi è lontano da questo mondo e non riesce, non vuole scoprire quello che rappresenta, come se ci sentissimo in obbligo di fare un’apologia. Lo sport ha già un suo posto nel mondo, e l’ha sempre avuto. È sempre riuscito nell’impresa di trascendere i momenti storici nei quali è vissuto, di avvicinare persone apparentemente lontane, di dare dignità a popoli, di valicare i muri eretti dalla politica e dalle religioni. E si potrebbero fare molteplici esempi, ma non è questa la sede per raccontare i motivi per cui lo sport, e in particolar modo il calcio, appartengano a tutti.

Ieri ne abbiamo avuto una conferma. L’ennesima. Grazie al Liverpool.

“Se esiste un luogo in cui l’impossibile può accadere, questo è Anfield, ha commentato Massimo Marianella al momento del secondo gol di Wijnaldum, la rete che ha decretato la fine della rincorsa del Liverpool e l’inizio di una nuova partita. Partita che in realtà poi non c’è stata, perché nei successivi quasi 40 minuti (recupero compreso) il Barcellona non ha mai dato la sensazione di poter colpire i padroni di casa, troppo frastornato forse dalla doppietta in due minuti del centrocampista olandese. Il gol di Origi del 4-0, nato da una situazione di palla da fermo in cui la difesa dei blaugrana è distratta al punto da lasciare solo il belga, è la chiara, impietosa fotografia della partita: la remuntada è completata. Ed è quasi paradossale che si utilizzi un termine di origine catalanta, che adesso è entrato a far parte del gergo giornalistico-sportivo, per descrivere la debacle del Barcellona. Questa diffusione di termini stranieri nella nostra lingua fanno in parte comprendere la straordinaria importanza che ha avuto il club spagnolo all’interno del panorama calcistico dell’ultimo decennio. Parole come manita, triplete, falso nueve, descrivono come l’egemonia spagnola sia stata un fattore nell’Europa degli ultimi anni e come abbia influenzato tutti noi. Forse questo dominio è arrivato al termine, complice anche l’avanzare dell’età di Messi e la partenza di Ronaldo da Madrid, o forse è solo una pausa; fatto sta che per la prima volta dal 2013 non ci saranno Barcellona e Real Madrid in una Finale di Champions, e più in generale era successo solo tre volte nell’ultimo decennio: Inter vs Bayern Monaco nel 2010, Bayern Monaco vs Chelsea nel 2012 e Bayern Monaco vs Borussia Dortmund nel 2013. 

24 aprile 2010, il Barcellona vince 3-1 contro lo Xerez in campionato grazie alle reti di Jeffren, Henry e Ibrahimovic. Dopo il fischio finale, i giocatori indossano una maglietta con un messaggio per l’Inter di Mourinho: “Venderemo cara la pelle, mercoledì tutti al Camp Nou per la remuntada. Sappiamo come andò. Oggi, quello stesso termine portato in auge dai catalani e che è stato utilizzato molteplici volte per richiamare la propria gente alla battaglia si è ritorto contro loro stessi, che questa volta passeranno alla storia dalla parte sbagliata, quella perdente.

Chi alle rimonte in Europa è avvezzo, pur non avendo quella dose di arrogancia, per dirla alla Pep Guardiola (documentario All or Nothing – Manchester City su Prime Video), è proprio il Liverpool. Tutti abbiamo negli occhi e nella mente la Finale contro il Milan, ma pochi ricordano che in quella stessa stagione, nella fase a gironi, i Reds avevano bisogno di segnare tre gol per passare il turno, dopo che Rivaldo portò in vantaggio l’Olympiacos. Marcature che arrivarono grazie a Sinama Pongolle, Mellor e Gerrard, l’uomo del destino che avrebbe fatto partire la rimonta anche a Istanbul. “L’effetto Anfield”, per riprendere le parole di Marianella, lo abbiamo avvertito anche nella rimonta pazzesca contro il Borussia Dortmund nei quarti di finale di Europa League 2015-16. “Tutti i presenti allo stadio sapevano che stava accadendo qualcosa di speciale. Era nell’aria”, disse Jürgen Klopp a fine partita.

L’allenatore tedesco è l’artefice della creazione di questa squadra, che sta disputando una stagione straordinaria, al di là di com’è finita ieri sera. Il Liverpool in Premier League potrebbe chiudere il campionato a 97 punti, se dovesse vincere l’ultima partita contro il Wolverhampton, e rischierebbe comunque di non vincere il titolo a causa del cammino di un’altra squadra eccezionale, il Manchester City. La partita di ieri è stata la ciliegina sulla torta di una grande annata, al di là che possa chiudersi con zero titoli invece che due, perché quando si toccano livelli così alti la differenza tra campioni e non è davvero così labile, che etichettare chi vince come “vincente” e chi perde come “perdente” è ingeneroso. Ed essere riusciti a rimontare tre gol di svantaggio al Barcellona senza i due giocatori simbolo, Firmino e Salah, resterà nella storia a prescindere dal risultato finale della Champions League.

Fonte immagine in evidenza: Skysport

Michele Di Mauro