Nunzia Catalfo, ministra del Lavoro
Fonte immagine: linkiesta.it

Nunzia Catalfo, ministra del Lavoro e delle Politiche sociali del Governo Conte bis, sulla scheda di attività del Senato della Repubblica alla sezione professione reca scritto “orientatore e selezionatore del personale”. Sicuramente meglio del precedessore Di Maio (quello che Matera è in Puglia e Augusto Pinochet è stato dittatore in Venezuela), la cui professione resta ancora incerta – taluni lo definiscono “bibitaro”, altri webmaster – ma una cosa è sicura: la ministra Catalfo ha “ereditato” dal suo precedente omologo più di 150 tavoli di crisi (Ilva, Alitalia, etc) i quali coinvolgono più di 300mila lavoratori, una bella patata bollente.

Tra le tante crisi, ultima in arrivo è quella della Jabil di Marcianise (Caserta). L’azienda statunitense ha annunciato 190 licenziamenti in una vertenza iniziata 11 mesi fa e in cui erano previsti circa 350 esuberi: a oggi i lavoratori che hanno trovato ricollocazione o uscite incentivate ammontano a 160. Nonostante il blocco dei licenziamenti previsto dal decreto “Cura Italia” sino al 17 agosto, l’azienda pare non retrocedere di un passo. La ministra Catalfo precisa che, in merito alla multinazionale americana, i licenziamenti sarebbero nulli: «Sia il decreto Cura Italia che il decreto Rilancio bloccano le procedure di licenziamento fino al 17 agosto. Quindi se dovesse avvenire il licenziamento sarebbe assolutamente nullo e il lavoratore avrebbe diritto alla reintegra». Sempre la ministra, durante un’intervista a Sky Tg24, ha affermato: «Stiamo cercando di fermare i licenziamenti e soprattutto di lavorare a un percorso di ricollocazione dei lavoratori presso altre aziende che si sono offerte».

Tempi duri per Catalfo: non solo Jabil, è passato un anno dall’apertura della “vertenza Whirlpool” e nulla è cambiato, gli operai non si sono arresi, nemmeno di fronte all’emergenza da Covid-19, ma l’unica certezza è la data del 31 ottobre, giorno in cui si chiuderà definitivamente. In questo caso la ministra sembra non aver rilasciato dichiarazioni. Il presidente della Regione Campania De Luca ha invece ricordato che, nonostante la proposta di un accordo quadro e un investimento di 20 milioni, dalla multinazionale “non è arrivata alcuna risposta“. Il sindaco di Napoli, De Magistris, ha sottolineato le ricadute della chiusura: «Se chiude un’azienda poi è la criminalità che conquista quei territori». Infine anche il cardinale Sepe ha detto la sua: «Napoli non vuole che la Whirlpool lasci la città. Io sono pronto a fare la mia parte, senza ingerenza alcuna, se volete».

Durante l’emergenza da Covid-19 la ministra Catalfo ha inoltre dovuto lavorare a una nuova tematica legislativa, ovvero l’infortunio sul lavoro per Covid-19 e la relativa responsabilità penale e civile del datore. A tal riguardo l‘Inail ha chiarito con una circolare (n.22): «Il riconoscimento dell’origine professionale del contagio si fonda in conclusione su un giudizio di ragionevole probabilità ed è totalmente avulso da ogni valutazione in ordine alla imputabilità di eventuali comportamenti omissivi in capo al datore di lavoro che possano essere stati causa del contagio». Quindi un conto sono i presupposti per l’erogazione di un indennizzo Inail, altra cosa sono i presupposti per una responsabilità penale e civile del datore di lavoro che fa riferimento ad altri criteri. Pertanto, la responsabilità penale e civile in capo al datore è rinvenibile solo in violazione degli obblighi da accertare attraverso la prova del dolo o della colpa. Intervenendo al question time in Senato, Nunzia Catalfo ha ribadito che «Al fine di superare ogni perplessità e conferire piena certezza al quadro giuridico, comunico che è attualmente in fase di valutazione e studio un eventuale provvedimento normativo volto a chiarire il rispetto integrale delle prescrizioni contenute nei protocolli o nelle linee guida di cui decreto-legge n. 33 del 2020». Imprenditori e titolari di attività commerciali, insomma, non rischiano né in sede penale né civile in caso di dipendenti che si ammalano di coronavirus sul luogo di lavoro – nel caso in cui abbiano rispettato i protocolli.

Veniamo infine ai ritardi nell’erogazione della cassa integrazione, e in particolare quella in deroga, che secondo il presidente INPS Tridico dovrebbero essere appianati entro la settimana; qui la ministra Catalfo si limita a dire che «verrà istituito con le Regioni e l’INPS un comitato tecnico per verificare dove si crea l’imbuto», ma appare onestamente una frase fatta in un periodo emergenziale. Non è di certo rassicurante, per i tanti lavoratori dipendenti che trovano difficoltà ad arrivare a fine mese già in condizioni “normali”. In casi simili non è raro assistere allo scaricabarile tra istituzioni, e pagarne le conseguenze sono sempre i cittadini. Nel contempo sembra arrivare qualche rassicurazione: «Il Decreto Rilancio prevederà fino a un massimo di altre nove settimane di cassa integrazione e assegno del Fondo di integrazione salariale. Saranno stanziati più di 16 miliardi che basteranno per tutte le richieste, quelle relative al decreto Cura Italia e le nuove che arriveranno». Ma nel frattempo i lavoratori aspettano ancora la “prima” cassa integrazione.

Gaetano Manzari

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