borghese, Decameron, Griselda

Questa settimana “Lettere in soffitta” prosegue l’analisi di un’opera decisiva nel panorama letteraio italiano: dopo aver ripercorso la novella narrata da Filostrato su Monna Filippa, il Decameron del Boccaccio continua a raccontarsi e a svelarsi sotto i suoi aspetti multiformi. Dopo essersi quindi inoltrati nella campagna fiorentina, ripercorrendo la tragedia di una città devastata dalla peste del 1348, è importante sottolineare come l’opera massima dell’influente scrittore e poeta italiano rappresenti il modus vivendi e l’archetipo  di quella società piccolo-medio borghese che ha poi caratterizzato quell’evoluzione capitalista, e di conseguenza imperialista, che ha  riversato sul mondo la sua ingombrante ombra.

Tuttavia è necessaria una precisazione. I confitti e le diversità sociali, politiche e culturali dell’epoca del Decameron sono una singolarità che ben poco spartirebbe con la non giustificabile retorica dell’astrazione storica. D’altronde, come ricordava Marx, non esiste storia universale se non quella dettata dalle contingenze. Dal contesto cui fa parte l’opera del Boccaccio, nondimeno, è però possibile riconoscere e desumere quell’evoluzione della concezione sociale di essere umano attraverso lo studio dello scrittore non sui caratteri dei sui personaggi, ma concentrato sulle storie narrate da essi, dalla loro coscienza salvifica e quanto mai borghese dell’essersi estraniati dal dolore umano che accadeva intorno a loro incessantemente.

La diversità stessa di “re” e “regine” del teatro umano del Boccaccio rappresenta, in un primo tempo, l’emblema della volontà del poeta di allargare il raggio d’azione del suo libro per poter coprire una vasta area di interessi: i punti di vista sul mondo di Leibniz che osservano la realtà senza farne un unicum, ma concedendo e riconoscendo a quegli occhi il loro personale racconto della vita. In un secondo momento, tuttavia, questo pluralismo di storie si intreccia con una poco accurata descrizione di questi giovani, rendendoli sterili dell’emotiva imprevedibilità che precede qualsiasi virtù umana.

È cosi rappresentato uno squarcio ben preciso di società, quella che poi sarebbe resistita nel tempo e che avrebbe avuto la possibilità di raccontare il mondo borghese e declamarlo ad unica verità del comportamento sociale. L’istruzione e la cultura, nelle mani di questi incolpevoli attori, diventano armi di propaganda, opulente spettacolo di marionette distaccate, inermi e solamente capaci di vomitare illusioni.

Non sarebbe mai possibile sminuire il Decameron, slegarlo dalla sua importanza sul molto letterario e poetico; ma è ragionevole pensare che non esistano idoli o intoccabili autori: siamo tutti complici.

È possibile ritrovare la veridicità di queste parole se si osserva attentamente la storia di Griselda narrata da Dioneo durante l’ultima giornata. L’immagine di onore e di fedeltà che escono dal rapporto che Griselda detiene con il marito incarna in sé tanto il servilismo borghese quanto la concezione sociale della struttura familiare del tempo. L’importanza della divisione di classe e del privilegio,è la culla di un costrutto sociale che si andava evolvendo nell’inconscio borghese e che di lì a un centinaio di anni avrebbe invaso l’umanità.

La Griselda di Dioneo non è l’invenzione brillante del Decameron, ma la seducente visione del mondo borghese che andava consolidandosi e della quale Boccaccio ha saputo ritrarre il suo aspetto senza veli, scorporato dalla sua corazza e lasciato viva opulenza e ipocrisia.

La vita della povera Griselda rappresenta l’inattività cosciente a cui la società borghese aspira, cieca e passiva compiacenza della propria posizione. La necessità che quella stessa divisione perduri, senza movimenti, senza astrazioni.

L’importanza della scelta: ecco la più grande lezione che questa novella del Decameron ci ha lasciato. La visione di come sia possibile rappresentare non solo ciò che può accadere nella propria vita ma anche la persona che si è.

In un momento sociale e culturale come il nostro, era importante ad avviso di chi scrive, raccontarvi come la storia per quanto lontana non è mai assente dal nostro bagaglio umano, dal nostro essere parte di una societa civilizzata. L’importanza di scegliere da che parte stare, la necessità di prendere una posizione.

Nessuno è esente dal reclamare la propria libertà.

Niccolò Inturrisi

 

CONDIVIDI
Nasce il 26 febbraio 1995 a Firenze, dopo aver terminato gli studi liceali nel 2015 lascia l’Italia e si trasferisce con la famiglia in Olanda, ad Amsterdam.

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.